Recensione
Rock Reynolds, L'Unità, 02/11/2013

Il guascone Dumas. Un autore cruciale ma dimenticato che andrebbe invece riletto e riscoperto

Ci sono romanzi che hanno segnato indelebilmente la storia della letteratura internazionale e autori che ne rappresentano inevitabili punti di riferimento. Chi non ha letto I tre moschettieri o, quanto meno, non ne ha visto una delle trasposizioni cinematografiche che, a intervalli di pochi anni, Hollywood e dintorni ci hanno insistentemente proposto? Il nome di Alexandre Dumas non può non suscitare emozioni in chiunque ne abbia letto almeno il romanzo più celebre. Se si analizzano oggi la sterminata produzione del grande romanziere francese e la sua versatilità, stupore e ammirazione sono le reazioni più naturali. Eppure, per qualche strana ragione, il nome di Dumas e le sue due opere forse più note, Il conte di Montecristo e I tre moschettieri, non sempre vengono citati tra i modelli di riferimento dei romanzieri di oggi, per quanto l'autore francese occupi un posto assolutamente di primo piano nell'olimpo dei grandi narratori. Come se annoverarlo fra i propri ispiratori rischi in qualche modo di sminuire la qualità della propria opera. E questo è uno dei mali della letteratura di oggi, modaiola, salottiera, impegnata, ma spesso priva dell'elemento base della narrazione: la capacità di raccontare legata al senso dell'avventura. Qualità che certo non facevano difetto all'autore francese, neppure nella vita di tutti i giorni. Guascone, un po' vanitoso e cosciente del proprio successo, Dumas può essere annoverato tra i più grandi di sempre proprio per la sua grande capacità di appassionare il lettore dalla prima all'ultima pagina, in un'epoca storica in cui ancora il termine «suspense» non veniva utilizzato spesso dai critici. La sua vita stessa fu movimentata. Pare che le sue scappatelle extraconiugali fossero all'ordine del giorno e almeno quattro sarebbero i figli illegittimi che Dumas si lasciò alle spalle. Si racconta pure della sua amicizia con Giuseppe Garibaldi e delle sue frequentazioni del duca di Orléans, poi assurto al trono di Francia. Uno dei tratti che hanno fatto dello stile narrativo di Alexandre Dumas un punto fermo nella storia del romanzo è il saper raccontare vicende di enorme spessore storico con la giusta dose di ironia e la doverosa adesione ai fatti, peraltro mai a discapito della dimensione romanzesca. Il grandissimo successo della saga de I tre moschettieri è in larga parte frutto della leggerezza del tono narrativo, del sapiente intreccio tra farsesco e ricostruzione storica. Dumas, figlio di un generale e di una schiava haitiana e, dunque, a sua volta meticcio, fu uno dei primi grandi romanzieri su commissione, un po' come il contemporaneo Charles Dickens sull'altro lato della Manica, che morì nello stesso anno del francese, il 1870. Entrambi ebbero una produzione sterminata, si avvalsero di collaboratori e seppero cogliere la forza commerciale della letteratura popolare e il suo potenziale narrativo. L'arciere del Reno (Donzelli Editore, traduzione di Camilla Diez, pagg 223, euro 23) è considerato opera minore e misconosciuta di Dumas e merita attenzione non solo perché, scritta nel 1838, è una fatica giovanile dell'autore, ma pure perché ne anticipa abbondantemente i tratti distintivi. Malgrado nelle note di copertina si faccia riferimento a un'ipotetica anticipazione del tema della vendetta, tanto caro all'autore ed esplorato con maggior profondità ne Il conte di Montecristo, in realtà l'accostamento sembra una forzatura mediatica. Ambientato nel 1340, narra la storia quasi fiabesca di un cavaliere che solo alla fine della vicenda potrà pretendere di essere universalmente riconosciuto come tale, in virtù della propria valentia e della sua abilità con l'arco. Ottone, questo il nome dell'arciere, è il figlio del conte di Ludwig, nobiluomo roso dal dubbio di una falsa paternità e, dunque, del tradimento da parte della moglie, al punto da decidere di far rinchiudere il figlio del peccato in un monastero, così come la moglie è stata confinata in un convento. Ottone si getta da una finestra nelle acque del Reno, per poi darsi alla macchia e unirsi a una banda di arcieri. Un torneo di abilità all'arco gli dà modo di mostrare al mondo le proprie doti e di impossessarsi nuovamente di ciò che gli appartiene, guadagnandosi la stima e l'amore di una bella fanciulla. La sete di vendetta aleggia sicuramente tra le pagine, ma sono piuttosto l'elemento fiabesco e la forza del racconto a rendere avvincente la storia. La leggerezza del tono narrativo è quella tipica di Dumas, senza peraltro che l'ironia tipica della saga dei Tre moschettieri faccia ancora completo sfoggio di sé. Per quella, bisogna attendere opere più mature, malgrado il primo capitolo della saga sia apparso solo a distanza di sei anni. Insieme a questo breve romanzo ne appare un altro, intitolato Le avventure del conte di Fiandra, nell'ambito di un bel progetto di riproposizione di opere poco note di Dumas presso il pubblico italiano messo in campo da Donzelli Editore, grazie anche al lavoro di ricerca condotto dallo studioso Claude Schopp, a cui si deve una delle biografie più autorevoli dello scrittore francese. Anche in questo caso, si tratta di un romanzo breve (o un racconto lungo) giovanile, pubblicato l'anno dopo L'arciere del Reno. La storia è ancor più fiabesca della precedente, narrando la vicenda del conte Lyderic, cresciuto in una foresta e allattato da una cerva, prima di mescolarsi alla società degli uomini, spinto dalla curiosità di ricostruire le proprie origini e di trovare un posto nel mondo. Sarà un viaggio avventuroso che lo porterà in Scozia e in Islanda, tra duelli, draghi e segrete promesse. Insomma, se state cercando quelle atmosfere cupe che vi hanno appassionato nel corso della lettura de Il conte di Montecristo o il gusto della battuta smargiassa a cui si deve in larga parte la fortuna de I tre moschettieri, forse fareste bene a dirottare la vostra attenzione su qualcosa d'altro, ma la rilevanza storica e letteraria di queste due opere di Dumas resta intatta e merita senza alcun dubbio attenzione. Considerata l'eleganza dell'edizione che le racchiude entrambe, potrebbe essere una buona idea pure in vista delle strenne natalizie, ormai non tanto lontane.