Recensione
di Salvatore Lupo, Storica, 01/04/2000

Fosse ardeatine. Lupo legge Portelli

Questo libro tratta non solo (non tanto) della Resistenza romana, dell'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 e della rappresaglia, ovvero della strage delle Fosse Ardeatine perpetrata nel giorno seguente; quanto della memoria che la città conserva di questi eventi. L'opera di Portelli è basata su un'ampia documentazione, con una particolare attenzione alla memorialistica e soprattutto alle fonti orali. L'autore ha effettuato circa duecento interviste. Da un lato ha interrogato i protagonisti dei fatti, o comunque i loro coetanei, risalendo attraverso le loro storie di vita alla Roma di fine Ottocento, ai suoi luoghi e ai suoi cittadini, ai movimenti popolari e socialisti, al fascismo e all'antifascismo. Dall'altro ha parlato con i giovani, i quali ovviamente non possono aver partecipato ai fatti ma che - per ragioni ideologiche o di tradizione familiare - ne conservano un'idea; o che, viceversa, ne hanno solo vaghe cognizioni. Viene così delineato un continuum che parte dal 1944, o addirittura dal 1921, o per certi aspetti ancora da prima, e che arriva sino ai nostri tempi. La formula che dà il titolo al libro - L'ordine è già stato eseguito - è quella usata in chiusura del manifesto attraverso cui il comando tedesco ha portato i romani a conoscenza dei fatti: dell'attentato partigiano e, contemporaneamente, della rappresaglia, nella celeberrima misura di dieci italiani per ogni tedesco. Entrambi gli eventi, si noti bene, sono resi noti contestualmente e con lo stesso mezzo. Questo rappresenta un punto centrale della questione. In nessun momento la rappresaglia viene minacciata o preannunciata, essa viene più semplicemente comunicata quand'è già compiuta. Tra l'azione e la reazione d'altronde non intercorrono più di ventiquattr'ore. La semplice struttura dei fatti smentisce insomma la vulgata impiantata in modo apparentemente tanto solido nella memoria della gran parte dei romani e degli italiani, e che può essere così riassunta: i tedeschi minacciano la rappresaglia per convincere gli attentatori a consegnarsi entro un certo limite di tempo, i gappisti rifiutano, e così gli ostaggi innocenti pagano il fio dello pseudo-eroismo di costoro. Chi è più colpevole, si è chiesta e ancora si continua a chiedere una parte di Roma: il tedesco che ha reagito secondo la sua natura ferocemente belluina? O il comunista che ha inutilmente provocato quella ben nota ferocia, e che al momento decisivo si è rifugiato nella comoda condizione del clandestino? Facilmente si arriva a sostenere che i veri assassini sono quelli che non consegnandosi hanno lasciato gli innocenti nelle grinfie delle belve - le quali in quanto tali possono quasi risultare, naturalisticamente, innocenti. Molti degli intervistati giurano di aver visto con i propri occhi un manifesto in cui i tedeschi propongono lo scambio ai partigiani - manifesto che nella realtà non è esistito, né sarebbe potuto esistere vista l'esiguità dei tempi entro cui si consuma il dramma. Per rendere verosimile il tutto qualcuno allunga ad libitum l'intervallo tra attentato e rappresaglia: tre giorni, una settimana, quindici giorni. I risultati del processo a Kappler del 1948 e di quello recentissimo a Priebke, che escludono ogni trattativa e anzi evidenziano la fretta assoluta dei tedeschi di portare a termine il loro lavoro nefando, vengono bellamente ignorati. Dunque non ci fu trattativa, né minaccia di rappresaglia, come peraltro non ci furono rastrellamenti né prese di ostaggi se non, immediatamente, tra gli abitanti della stessa via Rasella; la gran parte dei martiri delle Ardeatine erano membri della Resistenza (militari fedeli alla monarchia, azionisti, comunisti, militanti del gruppo trockista "Stella rossa") che si trovavano già nelle mani dei tedeschi, o ebrei imprigionati perché destinati ai campi di sterminio, non certo in previsione di un attentato. Quando arrivò l'ordine da Berlino, costoro vennero in fretta e furia inseriti negli elenchi stilati da Kappler, trasportati alle cave e immediatamente massacrati. Portelli pone in dubbio la stessa ferrea equazione attentato = strage, sotto la quale sta un più o meno sotteso corollario: in base ad esso si sostiene che i partigiani sapevano quale sarebbero state le conseguenze delle loro azioni; se essi avessero rinunciato alle loro operazioni militari, si aggiunge, i nazisti avrebbero senz'altro rispettato la popolazione civile e la condizione di "città aperta" attribuita all'Urbe. L'autore nota come nessuno di questi punti possa essere così chiaramente definito. Ci furono attentati senza rappresaglie, e soprattutto ci furono atrocità senza attentati, a cominciare (15 ottobre 1943) dalla deportazione e dal conseguente sterminio di più di mille ebrei del ghetto (torneranno solo in quindici), per continuare con le continue deportazioni di civili in Germania, per finire con l'eccidio dei quattordici antifascisti - tra di essi la figura più nota è quella del sindacalista Bruno Buozzi - compiuto dai nazisti ormai in fuga dalla città, e senza bisogno di alcun attentato partigiano cui replicare. Questo di Portelli è un libro affascinante, nel quale l'impegno della ricerca, la notevole cifra della scrittura e lo spirito militante contribuiscono egualmente a un prodotto pieno di luce, idee e passioni. La fonte orale viene utilizzata esattamente per quello che essa può dare, come uno strumento da analizzare criticamente al pari delle altre fonti, da smontare, colmare nelle sue lacune, leggere nella sua intenzionalità, e, ove necessario, demistificare. In più, nel nostro caso la memoria rappresenta non tanto lo strumento quanto l'oggetto dell'analisi. Si tratta ovviamente di una memoria divisa. Una corrente è favorevole alle azioni partigiane e una corrente è ad esse avversa. Altre stragi naziste hanno provocato simili contrapposizioni, sulle quali hanno di recente scritto Paggi, Contini, Pezzino. Il richiamo di Portelli a questa stagione storiografica è esplicito, non senza accenti critici: "Ricordo la sorpresa di storici e antropologi quando, al convegno sulle stragi naziste di Arezzo (1994), scoprirono la «memoria divisa» di Civitella e altre località colpite. Sarebbe bastato leggere i giornali moderati, o prestare orecchio alle conversazioni da scompartimento ferroviario in tutti questi anni: ma questi livelli del discorso sembrano al disotto dell'attenzione dei politici, degli storici, degli antropologi; la pubblicistica antiresistenziale è stata davvero indecente; e l'illusione di una resistenza plebiscitaria lasciava credere che questi discorsi fossero destinati a estinguersi nell'Italia nata dalla resistenza. Perciò, la sinistra intellettuale e politica non ha ritenuto fosse il caso di occuparsene. E se li è ritrovati davanti, aggressivi e arroganti, negli anni del revisionismo" (p. 326). Veramente qui andrebbe fatta una distinzione. L'esistenza di opposte correnti della memoria collettiva nei luoghi delle stragi naziste, nelle tante enclaves della guerra civile e della guerra patriottica (per usare l'ormai celebre schema di Pavone), può essere davvero rimasta "nascosta" sin'ora. Una parte della popolazione di un paese dell'Italia centro-settentrionale, avendo subito il danno atroce della rappresaglia e dunque - indirettamente - dell'azione partigiana, può coltivare una sua critica aspra del modo in cui le tecniche e le finalità della guerriglia si sono rapportate alla sicurezza delle popolazioni civili. Aspra ma non necessariamente orientata sul piano politico-generale. È anzi logico che essa rimanga sostanzialmente assente dal campo del grande dibattito pubblico, dall'opinione nazionale quale si è andata formando in questo cinquantennio. Per riscoprire questa memoria divisa c'è effettivamente bisogno di una stagione di revisione storiografica, ci si deve porre sul piano di una rinnovata storiografia locale (ma, ovviamente, non localistica), libera da troppo vincolanti preconcetti di schieramento e dall'intento aprioristico di ritrovare nel piccolo quanto si sa o si crede di sapere del grande. Il caso di via Rasella e delle Ardeatine, così finemente ricostruito da Portelli, è differente. Qui non c'è revisionismo né revisione, storiografica o di altro genere, perché le parti sono sempre le stesse e dicono sempre la stessa cosa. La divisione della memoria coincide esattamente con la divisione politica di allora e di oggi: quella raccontata da Portelli è una storia in cui oggi si contrappongono fascismo e antifascismo, nonché - attraverso le enfasi e le censure della memoria - motivazioni e mitologie delle parti in causa. Insomma in questo racconto collettivo il passato fa parte integrante del presente, incombendo direttamente su di esso in una forma che di certo non è pacificata né pacificabile. In questa vicenda, poi, nulla è nascosto. Su entrambi i versanti, chi non ha saputo non ha voluto sapere. Da un lato, la tesi secondo cui gli attentatori avrebbero potuto e dovuto consegnarsi al loro nemico vuole solo ribadire (con un ragionamento evidentemente paradossale) che quell'azione, come qualsiasi azione antifascista, non andava compiuta. Dall'altro, sul versante opposto, quanti tuonano contro il "revisionismo" trionfante e lamentano il rovesciamento dei verdetti della storia scontano, anch'essi, una finzione: per troppo tempo cioè essi hanno fatto finta di non capire che questi cosiddetti verdetti non sono stati accettati da una parte consistente dell'opinione pubblica, che il rifiuto di essi è divenuto parte integrante, corrente permanente nell'Italia repubblicana, sedimentandosi nella forma del senso comune. Come osserva opportunamente Portelli, "Questo senso comune si presenta da un lato come una contronarrazione alternativa alla «storia dei vincitori» e alla «vulgata resistenziale», e dall'altra si avvale della forza istituzionale di enti, poteri, partiti, organi di comunicazione tutt'altro che minoritari o subalterni; combina dunque la suggestione di una narrazione alternativa con la forza di penetrazione di una narrazione egemonica" (p. 5). Un'ultima notazione va aggiunta. Nel 1944 le posizioni contrapposte non erano solo quelle, militanti, del fascismo e dell'antifascismo. Si scontravano, com'è noto, anche la linea militante e quella attendista, la linea del "fare" e quella del "lasciar passare", che dunque in un certo senso tagliavano trasversalmente i due campi. Nell'interminabile polemica su via Rasella e le Ardeatine l'attendismo trova il suo più autorevole sigillo già immediatamente dopo i fatti nel commento dell'"Osservatore Romano", secondo il quale le colpe vanno equamente ripartite tra le due parti. Sul piano morale, risulta difficilmente giustificabile quest'equiparazione tra un'azione di guerra contro un reparto in armi e la feroce vendetta su civili prigionieri (avversari dei nazisti come i resistenti, ma anche scelti col "criterio" della razza come gli ebrei, o del caso come i rastrellati di via Rasella). Non può non ritenersi significativo che la sconcertante equiparazione, destinata a pesare sul presente del 1944 e ancor più sul futuro dell'Italia repubblicana, provenga da quella stessa eterna Italia cattolica, da quello stesso Vaticano che nel ventennio precedente nulla aveva trovato da ridire sulla distruzione delle pubbliche libertà in Italia o, appena qualche mese prima, sull'atroce vicenda della deportazione degli ebrei del ghetto. Come sempre, quando si tratta di cattolicesimo, vengono alla mente considerazioni di fondo, etico-politiche, sull'Italia e sugli italiani. Partendo dall'idea che la vera virtù civile consista nel ritrarsi dalla lotta per evitare guai peggiori, che la migliore azione consista nell'inazione, che la turbativa di ogni ordine costituito rappresenti in realtà un passo verso il peggio, è logico che non solo vengano messi sullo stesso piano tutti coloro che agiscono, resistenti e nazisti, ma che alla fine la maggior disapprovazione venga riservata a chi ha spezzato l'ordine, e nel nostro caso ai "colpevoli sfuggiti all'arresto" - colpevoli forse di aver aperto la sequenza delle azioni che conduce non tanto alla rappresaglia, quanto all'assunzione di responsabilità morali che sono individuali e non delegabili a istituzioni di qualsiasi natura.