Recensione
Vittorio Emiliani, L'Unità, 06/11/2013

Così Montedison licenzia un direttore

PER I PRIMI DI DICEMBRE È CONVOCATO A MILANO UN MEETING PLANETARIO DI TUTTI I DIRIGENTI MONTEDISON, DI OGNI RAMO,SPARSI PER IL MONDO.Il clima è sorridente e cordiale, a contrasto con gli austeri marmi scuri della sede della Edison in Foro Buonaparte. Veniamo impegnati a giocare a squadre in vari «business game» su materie che interessano al gruppo. Ogni squadra ha un manager, un esperto di finanza, un uomo di Borsa e così via. La mia, guidata da Giacomo Porta uno dei capi della chimica in Montedison, si occupa di quel ramo d’industria, con un colpo di mano compriamo Snia Viscosa... Il giorno appresso Mario Schimberni guida una tornata di domande a vari personaggi del gruppo.Domande di un minuto, risposte di tre minuti. A me tocca il direttore dello stabilimento di Ferrara, che ruvidamente chiede: «Perché all’unico giornale che abbiamo collabora il famigerato pretore Amendola?». «A parte il “famigerato” - rispondo - io credo che Montedison avesse in passato due connotazioni negative: corsara in Borsa e grande inquinatrice. Alla prima noi non possiamo farci molto. Alla seconda sì, e io credo onestamente che a Montedison faccia gioco avere un quotidiano ambientalista». Schimberni sorride, mi fa grandi complimenti pubblici, sottolinea a tutti che siamo ormai stabilmente oltre le 300.000 copie di vendita reali e che dobbiamo puntare a 400.000. Idilliaco, fin troppo (…). C’è anche un ballo aziendale, l’ultima sera, sotto lo sguardo severo di Giacinto Motta fondatore della Edison effigiato nel marmo. Danze e champagne. (...). Torno a Roma con un sospetto. Che vogliano far fuori il direttore generale, il bravo e leale, Eugenio De Luca per mettere al suo posto Matilde Bernabei (…).Il primo bersaglio però non è De Luca (lo sarà pocotempodopo). Ilprimoobiettivo sonoio. In vista delle vacanze natalizie, il 17 dicembre, vengo convocato alla delegazione romana della capogruppo. Ho ancora dodici mesi di contratto e penso che il presidente voglia tirare le somme di una annata più che positiva: da ottobre siamo stabilmente sopra le 300-310.000copie di vendita reale al giorno, la pubblicità èaumentata del 25per cento e, senza i benefici della legge sull’editoria, l’attivo di bilancio supera i 2 miliardi e mezzo dopo ogni sorta di ammortamenti. Invece, mi pone tutta una serie di domande (…). Dopole mie brevi risposte, mi propone all’improvviso di essere al suo fianco per le questioni editoriali, entrare nel consiglio del Messaggero e in quello della Rizzoli attraversoGemina.Naturalmentepotrei continuare a scrivere per il Messaggeroe avreidue stipendi, quello attuale e quello di manager (farebbero, sommati, 20 milioni netti al mese).Madovrei ovviamentelasciare la direzione.«Abbiamobisogno di uominidi esperienza. Ci pensi, ci pensi positivamente», mi esorta. Stavolta capisco che mi hanno già rimosso. Chiedo di poterci pensare. Hanno molta fretta (…). Passeggiandonei corridoi del giornale,miè parso di sentire nostro padre segretario comunale (che una voltaavevaminacciato di far uscire dalla finestra dell’ufficio uno speculatore edilizio che gli aveva allungato una bustarella): «Non ti riconosco più. Prendi tanti soldi, rimani lì e stai zitto, col tuo carattere: hai combinato qualche pasticcio…». Vengo convocato a Milano in Foro Buonaparte il 29 dicembre, a mezzogiorno.Èuna bella giornata di sole. «Allora so cheil suoatteggiamentononèpositivo », esordisce Schimberni. Gli ripeto una battuta di George Bernard Shaw: «Dal giornalismo si può arrivare alla politica, alla finanza, ovunque. Purché se ne esca in tempo…Solo che io nondesidero uscirne». Il presidente di Montedison insiste. Rispondo subito: «Leimioffremoltecariche, molti soldi, emi servirebbero. Ma io vorrei continuare a fare il giornalista » (…). Non batte ciglio. Poi butta là: «Se si determinano divergenze fra editore e direttore, che cosa accade? ».«Comeeditore leimipuòlicenziare, sollevarmi dall’incarico. Noi direttori siamo i soli licenziabili». Rimane in silenzio. Poi torna a farmi proposte. «Abbiamo tante cose da fare e ci mancano gli uomini ». Poi la gira sul personale: «Lei è come me. Io non so immaginare un mio successore e lei nemmeno. La capisco». Sorrido apertamente. «Guardi che il mio successoremelo figuro benissimo». «Dall’interno o dall’esterno?». «Dall’interno ancora non lo vedo. Dall’esterno altroché. Oltre tutto ce n’è bisogno, la concorrenza di Repubblica su Roma si è fatta più forte. Hanno soldi, mezzi, spregiudicatezza. Vede, se lei vuole un “senatore” di sicura affidabilità, ci sono Ronchey, Levi, Tito. C’è un giornalista romano che scrivedadio e chehafantasia, Giuliano Zincone, lo stimo molto. Poi c’è uno che, se non gli danno una direzione, impazzisce, Giampaolo Pansa, e sarebbe comunqueunastar sottrattaa Repubblica. C’è il bravo Gaetano Scardocchia della Stampa, oppure Gianni Locatelli che ha rivoltato Il Sole 24 Ore come un guanto facendo un gran giornale. Poi ci sono alcuni emergenti, sui quarant’anni, come Vittorio Zucconi oPaolo Garimberti... Vede che leho fatto su due piedi una decina di nomi». Tace.Allora gli dicoasorpresa: «Lei probabilmente non è mai entrato in un ippodromo. Io sì, di trotto mene intendo abbastanza.Selei vedeuncavallo che perlesgambatureesce dalle scuderie giàmoltosudato e nervoso, che tira di continuo da una parte con la testa, beh, quel cavallo o, al “via”nonparte proprioo rompe e va al galoppo, cioè non arriva, in vista del traguardo. Quello che le hanno consigliato è così…» Ora si rifà serio. «Emiliani, ci pensi. Non lasci Montedison».«Veramentemisembra che stia succedendo il contrario». Ci stringiamo la mano mormorando un «buon anno». Fuori c’èunbel sole invernale, il cotto rosso scuro del Castello Sforzesco spicca fra gli alberi dalle foglie ingiallite.