Recensione
Ernesto Ferrero, La Stampa, 06/11/2013

Pitrè, c'era una volta un medico che collezionava principi e draghi

Si può anche raccontare così. Una fata gelosa nasconde per quasi centocinquant’anni sotto una coltre stregata un tesoro d’incredibile ricchezza. Solo un principe che è passato da quelle parti più di cinquant’anni fa, tale Calvino, aveva cercato di risvegliarlo dal sonno. Poi di nuovo il silenzio, fino che un team di maghi è riuscito a vincere l’incantesimo, ridar vita al tesoro dimenticato, e distribuirlo ai sudditi festanti. Il tesoro sono le trecento Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè, pubblicate nel 1875, «l’optimum dell’arte di raccontare a voce», secondo Italo Calvino (che ne aveva trascritte 40 sulle 200 delle sua raccolta); la coperta, il dialetto siciliano, peraltro rutilante d’espressività e ottimo conservante dell’oralità. I maghi buoni sono l’editore Donzelli, Gianni Puglisi presidente della Fondazione Sicilia, la curatrice e traduttrice Bianca Lazzaro, il prefatore americano Jack Zipes, grande studioso di fiabe. L’edizione è addirittura bicipite: quattro volumi per complessive 2600 pagine, testi originali a fronte e traduzione italiana, e un imponente repertorio di saggi, note e varianti; e in volume singolo, e nella sola traduzione italiana, 300 tra le fiabe più belle, con il titolo Il pozzo delle meraviglie, illustrate da Fabian Negrin, talentuoso argentino, milanese dal 1989. Un’impresa che non è esagerato definire eroica, specie questi tempi, perché la raccolta non è soltanto è la più vasta e organica del genere disponibile in Europa, ma è anche scientificamente esemplare. Pare un personaggio fiabesco lo stesso Pitrè, gnomo candido e sapiente, buono e modesto, fondatore degli studi sul folclore italiano quando ancora non si chiamava così, all’inglese, ma «demopsicologia», per sua stessa definizione. Palermitano, nato nel 1841, di modeste origini, medico, aveva introiettato la fascinazione dei proverbi della gente di mare che girava per casa, e delle fiabe attraverso la nutrice, l’analfabeta Agatuzza Messia. Un’affabulatrice portentosa dotata di una memoria inossidabile, che recitava con tutta se stessa (il mondo della fiaba è soprattutto femminile: sono donne le grandi raccontatrici). Dai vent’anni, s’era diviso tra la professione e la passione scientifica del raccoglitore infaticabile e scrupoloso. «Bella ed arguta fisionomia, che ha di arabo occhi neri penetranti, figura agile, movimenti nervosi di persona che non conosce riposo, modi affabili di vero gentiluomo, conversazione facile, calda, quando si tratta della Sicilia, ed in ispecie di Palermo; entusiasta, prorompente, sfavillante : ecco Giuseppe Pitrè». Così lo ricorda nel 1904 il filologo Rodolfo Renier. Nel 1910 gli si decideranno a offrirgli per chiara fama una cattedra, nel 1915 un seggio di senatore, giusto due anni prima della morte. Come già Tommaseo, Pitrè comincia a raccogliere poesia, poi passa alle fiabe, ai proverbi (ne colleziona 21.500 in dieci anni), a spettacoli, feste, giochi, credenze e pregiudizi, medicina popolare, indovinelli.Non gli sfuggono marionette e cantastorie, le grida dei venditori, le pratiche di zolfatari, marinai e pescatori. Riempie venticinque volumi della sua Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Ha attrezzato il calesse delle visite a studio ambulante. Ogni cosa è raccolta «dalla viva voce del popolo minuto e privo affatto d’istruzione ». Nessun ritocco o interpolazione, come invece fanno i Grimm (in specie Wilhelm, che aveva velleità letterarie). Il suo sguardo, metodologicamente consapevole e sempre aggiornato, è europeo; la sua ottica non è mai regionale,macomparata. Attentissimo alle varianti, ha l’avvedutezza di dividere le sue fiabe in cinque serie (re, principesse fatate e draghi; «Piacevolezze, motteggi, facezie, burle» di popolo e letterati; tradizioni storiche e fantastiche; proverbi e modi proverbiali; favolette e apologhi). Una empatia commovente lo salva dalla freddezza del positivismo. «Termino di leggere le Feste patronali con l’interesse del romanzo», gli scrive Verga nel 1900. Ma deve affrontare non poche incomprensioni. Lo accusano di ricercare «sciocchezze», di collezionare «porcherie». Ha ragione Calvino: «Le fiabe sono vere», campionario appena travestito di destini comuni: un modello di «fantasia, precisione, competenza narrativa, perfetto controllo deimeccanismi, sorprendente perizia descrittiva e nomenclatoria». Con la loro ricchezza di stili, timbri, toni e trovate, quelle di Pitrè si offrono come un ghiotto campionario di sapori perduti, come un potente antidoto contro la dilagante sciatteria e banalità delle scritture digitali.