Recensione
Gianfranco Ferraro, Centonove, 01/11/2013

Intervista a Pietro Saitta autore di "Quota Zero"

MESSINA. Ricercatore "impegnato" dell'università di Messina, ma più a suo agio nelle strade che nelle aule, Pietro Saitta, classe 1973, è ormai un punto di riferimento per tutta una scuola di giovani sociologi peloritani, oltre che per studiosi critici come Salvatore Palidda e Alessandro Dal Lago. In "Quota zero. Messina dopo il terremoto: la ricostruzione infinita" (Donzelli editore, 2013) la sua indagine storica sul dopo-terremoto si conclude sul campo tra gli sportelli della Fillea-Cgil, il sindacato degli edili, «un grande muro del pianto o una unità permanente di crisi». Il tuo è un libro di sociologia storica con al centro una protagonista, la città di Messina, e un evento, il terremoto del 1908. Ma sarebbe errato credere che questa tua anatomia della città si aggiri solo tra le macerie di quel dicembre. Come una delle tante periferie del mondo globalizzato, Messina diventa nella tua prospettiva un luogo paradigmatico per comprendere le forme di potere e di economia del mondo contemporaneo. A partire dal terremoto Messina diventa uno spazio che anticipa certe tendenze di quel “nuovo capitalismo” che caratterizzerà sempre più le città europee e americane: assistiamo, cioè, a uno sganciamento dall’economia “reale”, basata sulla produzione di beni, a favore della rendita edilizia, della speculazione e dei servizi, per lo più poco qualificati. Il lavoro, salvo quello nel pubblico, ma successivamente anche questo, si fa sempre più precario, sottopagato, a tempo. A interessarti è quindi quell'economia del disastro su cui si avventeranno speculatori e politici durante la lenta ricostruzione, e che muterà geneticamente il volto della città dello Stretto. Uno "schema" per la gestione delle crisi che ritroveremo anche di recente nel dopo-terremoto dell'Aquila con una Protezione civile ormai onnipotente. Che cosa rappresenta quindi il terremoto di Messina e che cos'è la "quota zero"? Nel gergo edile la quota zero è quella che precede l’elevazione di uno stabile. Messina è a quel livello perché, malgrado sia stata edificata e elevata in ogni centimetro quadrato, ha mantenuto fondamentalmente la logica impostasi all’indomani del sisma: quella della speculazione e della ridistribuzione ristretta. Sin dal primo momento, infatti, la città viene consegnata agli speculatori di fuori e a quelli locali: dopo il sisma, la città viene deliberatamente rasa al suolo e si rinuncia a restaurare anche le parti recuperabili. Lo Stato liberale dell’epoca, così come il tanto decantato regime fascista, trovò in verità a Messina il terreno adatto per condurre su larga scala quei progetti di “riammodernamento” dei centri storici voluti dai grandi gruppi edili che si erano riuniti intorno a Giolitti e, successivamente, a Mussolini. Alcuni di quei gruppi, peraltro, lo ricordo a riprova della tesi della continuità, sono ancora attivi: Impregilo, Condotte... In un volume di parecchi anni fa, "Messina come metafora e luogo idealtipico della politica", il giurista La Torre rifletteva proprio sul paradigma di "stato di eccezione" permanente che governerebbe la città dello Stretto e che la renderebbe in fondo così esemplare. La tua prospettiva non sembra così diversa. L’analisi di La Torre è corretta. Come a L’Aquila, vediamo che a Messina s’impone nel 1908 uno “stato d’eccezione” basato, oltre che sulla presenza militare, sulla sospensione della norma e l’adozione della legislazione d’emergenza. Si assiste inoltre alla creazione di gruppi ristretti specializzati nell’intercettare le risorse che provengono da fuori. E che dire delle baracche? Non anticipano forse i “cottage” di Berlusconi per l’Aquila? Anzi, non è la gestione stessa del terremoto aquilano ricalcata sul modello messinese? Gli speculatori che se la ridono di notte, il blocco della ricostruzione del centro storico bloccato, i mediatori. Ecco, la tesi del libro è che la “shock economy” che investe Messina anticipa la modernità anche con riferimento alla gestione dei disastri. Baracche temporanee che diventano definitive e un consumo di suolo apparentemente irrazionale, visto il numero enorme di appartamenti sfitti e invenduti. In una città che ha vissuto negli ultimi anni gli esiti tragici del dissesto idrogeologico, con i 40 morti di Giampilieri, il tema dell'edilizia è sempre di estrema attualità e incrocia la logica stessa dello sviluppo. Una logica fondata sulla creazione di un bacino di sottoproletari che è possibile assumere e licenziare a piacimento, con un potere locale che ha sempre fatto appello a figure dei quartieri popolari e delle baracche per trasformarle in procacciatori di voto e mediatori. Il numero strabordante di case è poi il segno più tangibile della diffusione di una borghesia “parassitaria”, che, per definizione, non investe e non rischia. Una borghesia, cioè, che non ha in generale una progettualità sociale, non crea posti di lavoro, non ha una visione. Ma se la città si svuota, anche questa borghesia parassitaria finisce col trovarsi sotto assedio, perché non trova né a chi affittare né a chi vendere. Il vero punto, allora, è la trasformazione dell’edilizia in un’attività “sociale”: un’attività che recupera il territorio, che mette in sicurezza le case e l’ambiente. Ti sembra che il carattere "idealtipico" della politica messinese possa valere anche rispetto i più recenti sconvolgimenti della scena politica messinese? Il mio libro è uscito a ridosso della vittoria di Accorinti e conteneva interviste, realizzate pochi mesi prima delle elezioni nel mondo sottoproletario della città, che nulla facevano presagire del “miracolo” a venire. Avevo anzi registrato sentimenti di nostalgia per “quando la politica era politica” e bastava trovare cinquanta voti per avere un lavoro. Da un lato registriamo quindi il carattere particolarmente innovativo, nel nostro contesto, della proposta di Accorinti e la natura affatto comune del personaggio: un radicale collocabile a sinistra, che però non ha niente della spocchia della sinistra, e che mette d’accordo le classi medie con quelle ultra-popolari. Dall'altro lato conta poi la riduzione delle risorse da spendere a favore dei “mediatori”: da anni, le promesse elettorali non si accompagnano ai fatti e la “nostalgia” che ho registrato io è esattamente il segno di questa disillusione. È un’opportunità storica, dunque, i cui esiti, qualora andasse male, non riesco a immaginare. Un'ampia parte del volume è dedicata proprio a comprendere la politicità di comportamenti apparentemente lontani da prospettive "politiche". Dove cercare oggi, dopo il circuito "autodelegittimante" intrapreso dalle istituzioni, delle forme effettive di resistenza ai modelli economici e politici fin qui egemoni e ormai chiaramente fallimentari? I “comportamenti d’inciviltà” o la “cultura della baracca”, come i benpensanti l’hanno definita, non sono le manifestazioni sociali di un gruppo di sub-umani. Come meglio di me ha notato Domenica Farinella, l’abitare in baracca, l’acquistare baracche, le false separazioni e il “giocare” con il welfare per ottenere benefici atti ad acquisire una casa popolare, o la stabilizzazione nei ranghi bassi della pubblica amministrazione, vanno considerati modi politici di perseguire la ridistribuzione. Persino il rubare è in questo senso un atto politico. Sono “politiche personali”, che si sviluppano a partire dal fallimento della politica, soprattutto di sinistra, nell’includere questi strati di popolazione. I luoghi della resistenza sono quindi molteplici. E li individuo in parte nelle illegalità senza respiro collettivo che dovrebbero essere riorganizzate, per esempio, nelle forme della lotta per la casa. Ma anche nelle illegalità delle classi medie, che si sostanziano come occupazioni a fini culturali e politici. Penso, insomma, all’esperienza del Teatro Pinelli, dei teatri occupati, dei centri sociali autogestiti... Dove la delega fallisce, occorre un’auto-organizzazione dei bisogni. Naturalmente quando queste istanze si fanno governo, come nel caso di Messina, il rischio è una burocratizzazione della gestione.