Recensione
di Alberto Crespi, L'Unità, 25/02/1999

Resistenza riabilitata

Via Rasella fu un atto di guerra non una strage. Lo hanno deciso i giuristi (la Cassazione), ed è giusto che gli storici diano la loro interpretazione. Claudio Pavone commenta: E' una sentenza ovvia, la vera notizia è che si sia dovuto attendere tanto tempo per affermare una cosa che dovrebbe essere parte integrante della nostra coscienza nazionale. Sandro Portelli è ancora più lapidario: Era ora, ha vinto il buon senso!. Lo storico che alla Resistenza ha dedicato fondamentali studi, e l'americanista che su Via Rasella e sulle Fosse Ardeatine ha scritto un libro, sono d'accordo: la sentenza della Cassazione, che sancisce definitivamente come Via Rasella sia stata un atto di guerra e non una strage ormai amnistiata, è una vittoria della ragione. Pavone approfondisce il discorso sulla coscienza nazionale: Dovrebbe essere chiaro per tutti che la Resistenza è stata una guerra di liberazione e non un susseguirsi di stragi compiute da delinquenti comuni. Questo è stato negato non per infierire sui partigiani ancora vivi ma per inficiare il concetto stesso di Resistenza. A questo punto la cosa più importante sarebbe capire come è nato questo clima aberrante, in cui è necessario - ripeto - attendere una sentenza di giurisprudenza per affermare qualcosa che dovrebbe essere un patrimonio collettivo. Portelli è molto duro nell' analizzare la sentenza del gip dello scorso aprile, che la Cassazione ha contraddetto: Sul piano giuridico era un'assurdità: ragionava non nei termini del diritto italiano ma in base a un diritto internazionale che presumeva una finta ed assurda neutralità tra la Germania Nazista e l'Italia occupata. Pavone tiene a precisare che i partigiani romani andavano giudicati come soldati in lotta contro un esercito occupante e vanno considerati come i combattenti inquadrati negli eserciti ufficiali. E quando mai si è visto un generale accusato di strage per aver sbagliato un assalto e aver mandato a morte gli uomini? A questa stregua quanti processi avrebbe dovuto subire Cadorna dopo la prima guerra mondiale?. E' anche importante chiedere agli storici che significato abbia oggi questa sentenza. Pavone: La storiografia deve usare la giurisprudenza come una delle tanti fonti utili alla ricostruzione degli eventi. Ovviamente la storia, la memoria, le fonti stesse cambiano. Scrivere oggi dell'attentato a Via Rasella e della strage delle Ardeatine è diverso rispetto a scriverne 50 anni fa. Le sentenze come quella che stiamo commentando, sono documenti. Però non hanno valore di verità storiche. In u certo senso la storia della giurisprudenza su Via Rasella è più utile per capire l'Italia del dopoguerra che non per ricostruire le cose in sé. Le interpretazioni della Resistenza, dal 1944 in poi, fanno parte della nostra storia, e sono utili per capire come il fascismo, e l'antifascismo, sono stati percepiti nel Paese. Nel '45 nessuno, tranne forse i fascisti, si sarebbe permesso di usare, a proposito di Via Rasella, la parola strage. Dopo, è stato possibile: ma solo da parte di chi non voleva riconoscere alla Resistenza il valore di guerra combattuta, da parte di soldati sia pure senza divisa. Portelli: La sentenza del gip era terribile perché aveva offerto il destro a una serie di equivoci. Il primo: l'uso del termine strage, dovuto al fatto che nell'azione erano morti due civili, si era allargato ai due morti tedeschi, il che è inaccetabile. Il secondo: era come se i partigiani fossero condannati senza nemmeno processarli, visto che ormai erano amnistiati; e questo permetteva alla destra di lanciarsi in accuse deliranti del tipo: Nessuno andrà in galera per Via Rasella, del tutto funzionali alle sue paranoie. Pavone tiene infine a precisare un altro punto: Su Via Rasella è circolata per anni una grossolana bugia sulla quale sarà bene essere una volta per tutte molto chiari: l'ipotesi che la rappresaglia non ci sarebbe stata, se i partigiani si fossero consegnati. E' un'orrenda menzogna alimentata, duole dirlo, anche da un orrendo comunicato pubblicato in quei giorni sull'Osservatore Romano. In realtà non c'è mai stato un bando che offrisse la salvezza degli ostaggi in cambio dell'autodenuncia dei partigiani: i tedeschi diedero notizia dell'attentato solo dopo la rappresaglia. E comunque sia chiaro: i partigiani non avevano alcun dovere di consegnarsi. E' come se un generale che sbaglia un attacco si consegnasse ai nemici per essere fucilato! Qui non è in discussione l'ipotesi che l'attentato di Via Rasella fosse stato concordato con gli alleati (ipotesi sulla quale il mio parere tende più al no che al sì). Sicuramente gli alleati incitavano la popolazione e le truppe partigiane a combattere i nazisti, ma l'unica cosa certa è che i gappisti agivano all'interno di una lotta di liberazione, contro un esercito (quello tedesco) che aveva occupato il paese. La guerra è una cosa orribile: ed è ovvio, almeno spero, che tutti auspichiamo che non debbano esserci più guerre, né di liberazione né tradizionali. Ma quando i conflitti esplodono, non bisogna confondere le carte in tavola: la guerra ha delle sue orribili leggi in base alle quali è legittimo, per così dire, che esseri umani uccidano altri esseri umani. E' una cosa orrenda, lo so. Ma è così. E vale sia per i soldati in divisa sia per quei soldati senza divisa che erano, in quei giorni, i partigiani''.