Recensione
Luca Molinari, www.lastampa.it, 09/10/2013

Una casa chiamata sogno nell'Italia del boom

«Al Prenestino ci si puo' affacciare sul blu di una piscina». Sono i primi Anni 60 quando la Societa' Generale Immobiliare costruisce 14 abitazioni nel cuore del quartiere operaio e piccolo borghese del Prenestino a Roma per un totale di 382 appartamenti, 120 box interrati e una sessantina di locali commerciali. Una corona di palazzine di cinque piani che protegge al suo centro un giardino e, soprattutto, una grande piscina privata. «Era come in un villaggio turistico», anzi, «era come essere sempre in vacanza», con le bande di ragazzini che facevano estate tra le mura di casa e le mamme che li guardavano tranquille dalla cucina. Era un sogno di benessere a portata di tasche per molti artigiani e famiglie d'impiegati contenti di vivere in una casa «da signori».E' questa una delle 23 storie di architetture anonime e normali raccontate in Storie di case. Abitare l'Italia del boom, un libro curato da Filippo de Pieri, Bruno Bonomo, Gaia Caramellino e Federico Zanfi per l'editore Donzelli. Una ricerca originale che per la prima volta guarda senza moralismo a quell'immenso, frammentario «paesaggio ordinario e anonimo» di palazzine, villette, residenze costruite nel secondo dopoguerra per la classe media italiana, e che hanno il potere di risuonare nella nostra memoria comune di abitanti di una modernita' famelica, a volte ingenua, ma, ormai, disillusa. Il giro d'orizzonte spazia nella tre metropoli piu' rappresentative.«Basta un milione per vivere in un grattacielo fronte collina». Tra il 1968 e il 1974, nella fascia periurbana tra Torino e Moncalieri sorgono dieci torri residenziali rivestite di klinker marrone. La ceramica era un must in quegli anni per le palazzine della buona borghesia, considerata «finitura di lusso», alternativa alla poverta' dell'intonaco delle case popolari. Vengono realizzati 600 appartamenti, comprati soprattutto da giovani coppie di sposi alla ricerca della prima casa o da «quadri» Fiat che, con un piccolo acconto, potevano accedere a un bell'appartamento con «ingresso, cucina, tinello, due camere e bagno». Solo dopo pochi anni la bassa qualita' delle costruzioni comincia a dare problemi. Il klinker si stacca dalle pareti e sono necessari continui lavori di manutenzione. Ma cercare il cielo e una vista privilegiata sembra essere una delle magnifiche ossessioni per la nuova borghesia urbana, com'e' testimoniato dalla torre di 18 piani realizzata alla fine degli Anni 50 ai margini del parco Sempione a Milano. «Era una casa all'avanguardia. C'era il riscaldamento invernale con i pannelli a soffitto e un pozzo che pompava acqua fresca per il raffreddamento estivo», come racconta con orgoglio Enrico B., uno dei suoi abitanti. Il palazzo si popola subito di un microcosmo sociale omogeneo di liberi professionisti e dipendenti della Ras che aveva acquistato l'immobile dopo la sua costruzione. Una grande portineria con «portiere in divisa», «finiture di pregio» e il «garage sotterraneo» facevano sentire il privilegio di vivere in un «palazzo di un certo livello». Poi l'introduzione dell'equo canone, il calo delle rendite e la successiva vendita del palazzo a un'Immobiliare che mette gli appartamenti in vendita fanno cambiare progressivamente la popolazione dell'edificio. E la buona media borghesia lascia il posto a redditi molto piu' consistenti. Come dice ancora Enrico B., «la storia di questo edificio somiglia alla storia economica del paese».Oltre alla «bella vista», pero', le famiglie di professionisti, dirigenti, commercianti, «coppie giovani con due stipendi» cercavano soprattutto calma, discrezione e sicurezza. E cosi' incontriamo due storie consonanti, sempre tra Milano e Torino: i giardini «La Viridiana», costruiti nel settore periferico occidentale della metropoli ambrosiana, e il «villaggio San Giacomo» tra le verdi colline oltre il Po.Nel caso torinese si tratta di un vero e proprio insediamento di palazzine e ville immerse nel verde e con una forte relazione di dipendenza automobilistica dalla citta', ma, per la Viridiana, l'aspetto e' quello «una vera e propria isola pedonale privata senza traffico automobilistico, tutto cintato. Affacciarsi alla finestra e vedere vostro figlio che sguazza felice nella piscina e che va in bicicletta su apposite piste non e' piu' un sogno proibito. E voi in casa vi sentite tranquilli».Le palazzine sono disegnate da Caccia Dominioni, che in quegli stessi anni stava progettando il quartiere San Felice, un modello residenziale protetto che avra' un enorme successo commerciale. Gli interni erano «moderni... un po' sghimbesci.. diversi dai soliti», come dice Luisa B., e infatti l'impresa di costruzione aveva fatto allestire appartamenti campione dalla Cassina, con rivestimenti e mobili dai colori vivaci e pezzi di design dell'Artemide e della Flos. Ogni elemento esprimeva la modernita' esclusiva di un «fortino in una zona degradata di Milano> >, e ancora oggi molti dei ragazzini che giocavano liberi e protetti si comprano la casa per la propria famiglia.A queste storie di case e dei loro abitanti se ne potrebbero aggiungere altre come il modernissimo «Sky residence» in corso Francia a Torino, un complesso di residenze per dipendenti Montecatini nel cuore di Milano, ma anche palazzine «di tipo medio» sempre costruite tra Torino, Roma e Milano a comporre un diorama imperfetto di quell'abitare borghese che ha fatto la grande quantita' delle nostre citta' dopo la fine della guerra e che costituisce un patrimonio edilizio enorme, pari al 55% dello stock abitativo disponibile.Il volume Donzelli raccoglie un patrimonio impressionante di voci, fotografie amatoriali e sbiadite d'interni domestici, analisi storico-critiche e immagini contemporanee che ci raccontano di quei desideri e aspirazioni potenti di una classe media nazionale (l'Italia e' il Paese d'Europa con il piu' alto numero di proprietari di case) che si sono fatte rapidamente consumo di territorio e, quindi, nuova, problematica forma delle nostre citta'. Ma questo libro e' anche la desolante testimonianza della fragilita' di un immenso patrimonio immobiliare che sta rapidamente invecchiando, al pari di quella borghesia che lo aveva desiderato con tanta forza. Come scrive De Pieri nell'introduzione «le case del boom rappresentano una sfida e una risorsa, un punto di passaggio per immaginare un possibile futuro urbano».