Recensione
Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 08/10/2013

E per vent'anni il mattorne fece boom

Quando dalle campagne cominciano ad alzarsi i primi palazzoni che premono per congiungersi alle città come gocce al mare, comincia anche la narrazione mitica, ma spesso sprezzante, della grande ondata di espansione cementizia espressa dal boom dell’Italia del dopoguerra. E molti affabulatori si perdono un pezzo del racconto.

Immersi nella denuncia della speculazione edilizia, o persi nel vagheggiamento dell’innocenza perduta delle vie Gluck, in tanti si perdono il pezzo di «autobiografia collettiva» che si sta tessendo in quegli edifici tipici, del boom degli anni ’50-70. Gli autori di “Storie di case. Abitare l’Italia del boom” (Donzelli), nel tentativo di restituire una dimensione “micro” a quegli anni importanti, ci aiutano a conquistare un punto di vista nuovo, ci regalano una rara, e straordinaria “commedia umana” - non è certo un caso che il capolavoro di Balzac fosse stato strutturato come un edificio - ricostruita attraverso le storie di 23 edifici di Roma, Milano e Torino.

Un racconto architettonico e sociologico che non tralascia nulla, le fasi progettuali, i dettagli estetici ma anche le vicende degli abitanti, attraverso una miriade di interviste e di testimonianze dirette. L’affresco è tanto più vero quanto, mai come in quegli anni, lo status di proprietario di una casa diventa nel nostro Paese il «prerequisito funzionale al raggiungimento di altre priorità», come scrive uno degli autori a proposito di una palazzina della periferia di Roma. Per una famiglia di operai, ad esempio, è quella di poter vivere dignitosamente e poter mandare i figli all’università.

Leggendo il libro si scoprono un’infinita di storie stupende. Sempre nella Roma che in quegli anni straborda in tutte le direzioni, al Prenestino, una zona popolare, nasce un complesso di 11 palazzine non particolarmente rifinite per il taglio degli alloggi o per materiali, ma arricchito da un innesto tipico delle zone residenziali: due giardini e due piscine. Le famiglie che vanno a vivere lì hanno il lusso di controllare i propri bambini dalle finestre, mentre giocano nell’acqua o nei prati, e chi fa un lavoro da impiegato, come Paolo Z., può concedersi due-tre vasche prima di pranzo e un’oretta di riposo dopo, prima di tornare al lavoro alle quattro. «E - racconta - quando ritornavo al posto di lavoro - io tutto bello asciutto e riposato - trovavo i colleghi a bestemmia’ tutti sudati...Ecco, veramente la piscina me la so’ goduta, me la so’ goduta tanto».

I cambiamenti epocali di quegli anni sono anche nell’evoluzioni degli spazi. Negli anni ’50, nel condominio di Mario Del Monaco, nella milanese via Anelli, dove le cameriere si sporgono dalla finestra per sentire i gorgheggi del grande tenore, i salotti sono ancora spazi riservati esclusivamente alle feste - spesso organizzate dalle madri per accasare le figlie. Tanto che nei ricordi di alcuni inquilini che sono cresciuti in questi appartamenti, spesso grandi, è rimasto il ricordo di una casa piccola, perché vivevano praticamente relegati nelle camere da letto. La svolta, ça va sans dire, arriva con la televisione, che attira la famiglia nel salotto e rompe il tabù.

Ci sono poi le storie dei progetti, che sono spesso storie di grandi avventure. A Collegno, sul Corso Francia, sulla strada percorsa negli anni del dopoguerra da molti torinesi per andare a sciare, nasce il progetto “The Sky Residence”. Per attirare i borghesi dei quartieri “bene” come Crocetta fuori dalla città, per costruire un fiore nel deserto della periferia che catturi lo sguardo di chiunque passi di lì, un sogno lecorbuseriano dove fino ad allora c’erano solo case basse e campi, nascono gli avveniristici grattacieli con i quali l’architetto, Massimo Cotti, vince l’Oscar dell’edilizia. Spesso queste avventure segnano anche il passaggio dall’Italia agricola a quella industriale attraverso il talento individuale. Vittorio Giulietti compra numerose licenze per costruire palazzine tra via Boccea e Torrevecchia negli anni ’60. Tuttavia non vende tutti gli appartamenti, come fanno molti impresari: ne concede molti in affitto. Racconta Licia, una sua inquilina: ««perché il commercio sta così, eh...uno affitta, affitta, affitta (...) Lui...non era né...come posso dire..era un muratore! (...) Chi era furbo è andato avanti, chi era onesto siamo rimasti così, ma chissenefrega!»