Recensione
Alberto Piazza, L'Indice, 01/10/2013

Investire sulla ricerca scientifica è un neo da estirpare

La prima fu una scuola di perfezionamento in genetica (che doveva equivalere a un Ph.D., allora inesistente in Italia), con un biennio di insegnamento in Italia seguito da uno-due anni di ricerca presso buoni laboratori stranieri. I corsi furono organizzati all’Università di Pavia, con docenti (anche stranieri) di ottimo livello: ogni corso fu frequentato da dodici studenti selezionati mediante esami severi, con borsa di studio assicurata. I laureati sarebbero dovuti diventare ricercatori in un laboratorio internazionale molto qualificato, che Buzzati propose all’Università di Napoli. Fu così che nel 1962 i laboratori dell’Istituto di genetica di Pavia, che contavano ormai più di cento dipendenti, si trasferirono quasi per intero a Napoli. Nei primi anni i risultati furono estremamente brillanti, perché molti “diplomati” nei corsi di Pavia entrarono in laboratori stranieri di prim’ordine, testimoniando di persona la validità dell’iniziativa. Diversi premi Nobel insegnarono nel laboratorio di Napoli, che assunse il nome di Istituto Internazionale di genetica e biofisica (Iigb). Una prima crisi dell’Iigb si verificò nel 1964, quando i direttori di ricerca del Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare (Felice Ippolito) e dell’Istituto superiore di sanità (Domenico Marotta) furono messi sotto processo con l’accusa di aver concesso ai dipendenti stipendi troppo alti, incompatibili con le leggi finanziarie degli enti da loro stessi diretti. Condannati per malversazione e incarcerati, in realtà i due si erano limitati a violare norme amministrative inadeguate, il cui rispetto avrebbe reso impossibile il decollo di quegli enti verso nuovi sviluppi. La crisi fu largamente determinata da personaggi politici che temevano l’influenza di Ippolito e la sua ascesa a posizioni cui essi stessi aspiravano. Il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) da cui l’Iigb dipendeva finanziariamente, temette che l’autorizzazione fatta a Buzzati Traverso di assegnare stipendi decisamente superiori a quelli di altri organismi statali provocasse misure altrettanto draconiane nei confronti del Cnr; perciò impose una riduzione sostanziosa del finanziamento. Buzzati Traverso rispose con le sue dimissioni, sperando invano di ottenere un annullamento di quella misura finanziaria; ma il Cnr fu irremovibile e le dimissioni, dopo un periodo di sei mesi, rientrarono. Altro momento difficile, ma di tutt’altra natura, si ebbe nel 1968, quando buona parte del personale dell’Iigb si costituì in assemblea e stabilì che il regolamento del laboratorio doveva cambiare. Tecnici e ricercatori avrebbero dovuto dedicare lo stesso numero di ore a lavori di tipo manuale e a lavori di tipo intellettuale, e stabilire democraticamente quali ricerche condurre in laboratorio, indirizzandole soprattutto allo studio dei pericoli cui sono esposti gli operai sul lavoro. Buzzati Traverso cercò aiuto nel Cnr, ma non avendolo ottenuto diede le dimissioni, che furono accettate il 30 maggio 1969. Intanto Buzzati, incaricato della direzione scientifica dell’Unesco a Parigi per cinque anni, tentò senza successo di formare un gruppo di ricerca in ecologia, per poi ritirarsi a scrivere libri e articoli. Già dall’inizio degli anni cinquanta egli collaborava con il quotidiano “Il Giorno”, con editoriali sui comportamenti discutibili di alcuni professori universitari italiani, da lui spesso definiti “baroni”. Tra le sue battaglie politiche va infine ricordata una serie di scritti del 1950-60 a favore della liberalizzazione del controllo delle nascite, duramente attaccati dall’“Osservatore Romano” che lo accusò di “nazismo”. Ne seguì una querela da parte di Buzzati, ma il processo non si fece mai. Il libro di Cassata (L’Italia intelligente, Donzelli 2013, cfr. “L’Indice” n. 9, p. 16) documenta con autorevolezza sia le avventure dell’Iigb, sia la personalità multiforme di Buzzati Traverso, testimoniando il difficile inserimento della genetica italiana nel contesto culturale e accademico dell’Italia postbellica, ma anche, nel suo sforzo di costituire un momento di raccordo interdisciplinare e internazionale delle discipline odierna, strutturalmente molto debole nell’organizzazione della ricerca scientifica. La prima crisi dell’Iigb (1964) va posta in un contesto purtroppo più generale: tra il 1962 e il 1964 si verificano episodi le cui conseguenze si sono poi rivelate drammatiche. Si è già ricordato che il presidente dell’Istituto superiore della sanità Domenico Marotta venne denunciato per alcune irregolarità amministrative che, amplificate da una campagna di stampa verosimilmente guidata ad arte, minarono la credibilità scientifica dell’Istituto dove lavoravano scienziati eccellenti di varie nazionalità. Il 27 ottobre 1962 morì in un incidente aereo (probabilmente provocato) Enrico Mattei, presidente dell’Eni, e con lui venne meno l’obiettivo tenacemente perseguito di un’indipendenza energetica dell’Italia e di un’attività di ricerca orientata a tal fine. Il 27 novembre, un mese dopo, in seguito alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, nacque l’Enel, che rilevò gli impianti delle aziende elettriche private in cambio di un indennizzo da parte dello stato con l’effetto immediato di trasformarle in società finanziarie prive di interessi per ricerche nel settore energetico. Felice Ippolito, segretario generale del Cnen, artefice del piano italiano di centrali nucleari, viene inserito nel consiglio di amministrazione dell’Enel e divenne il personaggio chiave della politica energetica italiana. Dati gli interessi imprenditoriali e politici in gioco, non stupisce che nell’agosto 1963 il segretario del Partito socialista democratico italiano Giuseppe Saragat promuovesse una pesantissima campagna di stampa contro Ippolito e la politica del Cnen, a suo avviso responsabile di dilapidare denaro pubblico finanziando ricerche e sperimentazioni non autorizzate. Come si è ricordato, nel marzo 1964 Ippolito fu sospeso dal suo incarico e arrestato, per poi essere raggiunto in carcere, nel mese successivo, da Domenico Marotta con accuse analoghe, in questo caso sostenute non dal Psdi ma dal Pci. I due processi si svolsero in parallelo e si conclusero con la condanna a undici anni di Ippolito per il versamento di una somma al ministero delle Finanze (a titolo di imposta sul denaro ricavato della cessione del centro di Ispra all’Euratom) senza la necessaria autorizzazione del Parlamento, mentre Marotta fu condannato a sei anni. Anche se Marotta fu poi assolto in appello e le accuse contro Ippolito vennero ridimensionate con l’intervento finale di Saragat che, diventato presidente della Repubblica, gli concesse la grazia dopo due anni di carcere, il colpo fu tremendo: dall’Istituto superiore di sanità se ne andarono scienziati del livello del premio Nobel Bovet e di Ernst Chain che tornò a Londra: il programma di sviluppo delle centrali nucleari fu definitivamente bloccato quando alla direzione dello Cnen fu posto un funzionario ministeriale senza alcun interesse verso la ricerca in campo energetico. Ma non basta. Chi scrive ricorda che nello stesso 1964 fu cancellata un’altra protagonista della ricerca tecnologica in Italia: la divisione elettronica Olivetti. I contrasti tra gli eredi (Adriano era morto nel 1960), uniti al crollo della borsa nel 1963, avevano resa necessaria una ricapitalizzazione dell’azienda, ma la mancanza di un mercato interessato all’investimento nell’elettronica determinò un’operazione tipica della gestione dell’economia italiana. Mediobanca, nella persona del suo amministratore delegato Enrico Cuccia (ricordato anche da Cassata per i contatti che Buzzati Traverso gli aveva sollecitato affinché Mediobanca finanziasse il suo progetto, ma senza esito), introdusse nell’Olivetti una cordata di aziende pubbliche e private di cui la capofila è la Fiat. Nell’assemblea della Fiat del 30 aprile 1964 il suo amministratore delegato Vittorio Valletta dichiara: “La società di Ivrea potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro però pende una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Detto, fatto: il neo venne estirpato cedendo la Divisione elettronica Olivetti alla General Electric, il cui unico interesse era quello di entrare nel mercato italiano e perciò di disfarsi del gruppo di ricerca. Ma anche un altro neo venne eliminato dagli strateghi della Olivetti: alcuni ingegneri dell’azienda, quelli ancora rimasti sotto la guida di Giorgio Perotto, progettarono, quasi di nascosto, una calcolatrice elettronica programmabile da tavolo, la Programma 101, a buon diritto considerata il primo prototipo del pc. Nel 1965 la calcolatrice fu messa in vendita e riscosse un enorme successo commerciale con quarantamila esemplari venduti. La Hewlett-Packard copiò la macchina producendo la HP 9100 che, sebbene fosse stata poi riconosciuta la violazione del brevetto della Olivetti, ebbe comunque il sopravvento commerciale a causa della politica aziendale che lasciò senza finanziamenti il settore dell’elettronica e permise che il valore dell’invenzione di Perotto fosse impunemente messo a profitto dalla concorrenza. C’è davvero da chiedersi come mai le grandi e indubbie trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche avvenute negli ultimi cinquant’anni non abbiano portato in Italia maggiori investimenti sulla ricerca scientifica, sempre considerata nei fatti come un “neo”, al più da tollerare, se non da estirpare. La lettura del volume di Cassata induce a qualche riflessione. Solo fino agli anni settanta si sono avvertiti nella ricerca scientifica gli effetti positivi della ricostruzione postbellica. Allora vennero poste le basi per un doppio tradimento: da una parte la creazione di un debito pubblico (ogni anno in crescita) ha indotto il sistema di governo a ritenere che l’operazione finanziaria potesse produrre ricchezza e benessere senza bisogno di progresso scientifico e tecnologico; dall’altra parte, la mancanza di integrazione tra ricerca di base e ricerca applicata, soprattutto l’illusione che possa esistere l’una senza l’altra, con una svalutazione sistematica di quanto i problemi concreti (inclusi quelli industriali) possano suscitare idee capaci di dare origine a nuove elaborazione teoriche, ha condotto all’altro tradimento, quello di non ritenere il sapere scientifico un elemento portante dell’economia dei paesi ad alto costo del lavoro. La somma dei due tradimenti ne produce un terzo, nei confronti delle generazioni che ci sostituiranno. L’emigrazione dei laureati italiani è cresciuta dal 1990 al 2000 e si è stabilizzata intorno alla cifra impressionante del 15 per cento nell’ultimo anno di cui si dispongono dati certi (2009). Di questa frazione, il 40 per cento si distribuisce nel Regno Unito, Svizzera, Germania e Francia e il 2 per cento in Cina. Al disastro dell’economia in dissesto si aggiunge quello della ricerca mancata, e ora ancora quello dei giovani che, sentendosi traditi, ci abbandonano. L’anatomia di un fallimento, così accuratamente descritto dal volume di Cassata, indica una patologia ben riassunta nel titolo del paragrafo finale Il Paese senza domani: a quando e quale la terapia?