Recensione
Giovanni Cerro, L'Osservatore romano, 28/09/2013

In cerca dell'Italia intelligente

Tra il dicembre 1957 e il marzo 1960, il genetista Adriano Buzzati-Traverso, fratello dello scrittore Dino, denunciò sulle pagine del «Giorno» la drammatica condizione dell’università italiana: i fondi stanziati dal Governo per la ricerca scientifica e tecnologica erano così esigui da rendere «praticamente impossibile» per i giovani del Paese intraprendere la professione del ricercatore, «a meno di non aver beni di fortuna o di non essere una sorta di santo, disposto a una vita di stenti per moltissimi anni». Lo Stato, infatti, preferiva investire sui «muscoli degli atleti» e sulle «belle gambe delle attrici cinematografiche» piuttosto che sui «cervelli» degli scienziati. La situazione era resa ancora più grave dall’immobilismo di professori e rettori, dall’assenza del mecenatismo privato, dalla scarsa considerazione di cui godevano le discipline scientifiche, retaggio dell’idealismo crociano, e dalla corruzione dei concorsi universitari. Per trasformare il sistema accademico da un «fossile denutrito», qual era, in un «organismo efficiente e moderno», era necessaria una riforma. Con la collaborazione di alcuni suoi colleghi, Buzzati elaborò tra il 1959 e il 1960 un Piano di sviluppo delle facoltà scientifiche, che prevedeva l’aumento delle borse di studio,

la collaborazione tra scienziati italiani e stranieri, la concessione di una maggiore autonomia agli atenei e la fondazione di cinque istituti nazionali di ricerca. In quegli stessi anni, Buzzati si stava già dando da fare sul piano pratico: stava organizzando nell’Istituto di genetica di Pavia corsi di perfezionamento biennali per neolaureati, dirigeva la Divisione biologica del Comitato nazionale

per le ricerche nucleari (Cnrn) e stava cercando di realizzare, senza successo, un istituto di ricerca privato, sull’esempio del Caltech di Pasadena e del Mit di Boston. Alcune proposte del “piano” di Buzzati trovarono ascolto da parte della classe politica, ma si trattò di un successo temporaneo, come mostra il volume che Francesco Cassata, docente di Storia contemporanea all’università di Genova, dedica proprio alla figura di Buzzati, in occasione del centenario della sua nascita e del trentennale della morte (L’Italia intelligente. Adriano Buzzati-Traverso e il Laboratorio internazionale di genetica e biofisica (1962-1969), Roma, Donzelli, 2013, pagine 456, euro 27). Grazie a un attento spoglio del suo archivio personale, l’autore ricostruisce il tentativo di Buzzati di modernizzare il sistema italiano della ricerca scientifica, soprattutto nel campo delle discipline biologiche, e di riformare l’università, guardando al modello statunitense. La stessa fondazione del Laboratorio internazionale di genetica e biofisica (Ligb) di Napoli può essere interpretata, secondo Cassata,

come un caso paradigmatico dell’«edificazione coprodotta e consensuale dell’egemonia politica e culturale americana in Europa negli anni della guerra fredda». Dopo aver svolto un soggiorno di studio negli Stati Uniti nel 1934 e uno a Berlino nel 1937, Buzzati contribuì a introdurre in Italia la sintesi evoluzionistica e ad avviare nell’Istituto italiano di idrobiologia di Pallanza i primi studi sperimentali sui processi evolutivi in popolazioni naturali della drosophila . Nel 1947, Buzzati assunse la direzione del Centro di studio per la biofisica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e l’anno successivo ottenne la cattedra di genetica all’università di Pavia. Tra il 1948 e il 1953 — ovvero tra lo scoppio del «caso Lysenko» e l’organizzazione a Bellagio del nono Congresso internazionale di genetica — fu uno dei protagonisti del processo di istituzionalizzazione della genetica italiana e fu impegnato in diverse polemiche di carattere sia scientifico sia ideologico: criticò lo statistico Corrado Gini, fortemente compromesso con la politica eugenetica fascista e prese le distanze tanto dagli ibridatori vegetali, che consideravano la varietà, e non il gene, come unità di analisi, quanto dai genetisti medici di orientamento cattolico, ancora legati secondo lui a categorie premendeliane. Il progetto di una International School of Genetics and Biophysics (Isgb), da fondare a Pavia, risale alla fine degli anni Cinquanta, e prende spunto dai Departments delle università americane che Buzzati conosceva bene, essendo stato visiting professor all’università di Berkeley tra il 1951 e il 1952 e avendo diretto la divisione di genetica marina della

Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, in California, tra il 1953 e il 1959. Nell’estate del 1960, però, perso l’appoggio del ministero della Pubblica istruzione, il destino dell’istituto si trovò legato a doppio filo a quello del neonato Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen). Come nuova sede della struttura fu scelta Roma, ma l’opposizione di Giuseppe Montalenti, chiamato alla cattedra di Genetica della Sapienza, spinse Buzzati e i suoi collaboratori a ripiegare su Napoli. Alla fine del 1961 si giocò un partita decisiva per ottenere il sostegno del Cnr: fallita l’idea di creare una fondazione privata che avrebbe potuto garantire per almeno dieci anni l’autonomia finanziaria dell’istituto, Buzzati riuscì a vincere l’ostilità del Comitato di biologia e medicina, che guardava con sospetto alla sua iniziativa, giudicata una sorta di corpo estraneo nel panorama della ricerca genetica italiana. Dopo tre anni di traversie e negoziazioni, il 18 dicembre 1961 fu finalmente fondato a Napoli il Laboratorio internazionale di biofisica e genetica, sotto l’egida del Cnr, del Cnen e dell’Euratom. Formato da tredici gruppi di ricerca, il Laboratorio puntava sul rifiuto dell’organizzazione gerarchica accademica e sulla cooperazione scientifica internazionale, garantendo ai giovani scienziati retribuzioni adeguate e contenendo la tanto paventata «emorragia di cervelli». Ma l’idillio durò poco. Nel 1964, l’arresto di Felice Ippolito — il segretario generale del Cnen accusato

di peculato — provocò una gravissima crisi finanziaria e costrinse Buzzati alle dimissioni, ritirate poco dopo. Tra il 1967 e il 1968 uno scontro frontale tra la direzione e il Cnr, che riuscì finalmente a imporre il proprio controllo sulla struttura, rese sempre più incerto il futuro del Laboratorio. Il resto lo fece la contestazione studentesca: all’inizio del 1969 un gruppo di borsisti di orientamento maoista occupò il Laboratorio, accusando Buzzati di conservatorismo e di alimentare la divisione di classe tra ricercatori e tecnici; ai loro occhi, infatti, la biologia rappresentava la scienza borghese per eccellenza, al servizio del dominio capitalista e imperialista americano. Il sogno di Buzzati di fare del Ligb il centro di una rete di laboratori europei di biologia molecolare si infranse così miseramente, non tanto per l’ostilità degli ambienti accademici italiani, nota Cassata, quanto per l’entrata in crisi del modello statunitense di organizzazione scientifica e per la fine della stagione del riformismo dei Governi di centrosinistra. Dopo aver abbandonato l’insegnamento universitario sempre in quel fatidico 1969, Buzzati continuò un’intensa attività pubblicistica sul «Corriere della Sera», battendosi contro lo sviluppo dell’energia nucleare e in favore dell’ecologia e del controllo delle nascite, argomento quest’ultimo su cui si era espresso, con toni duramente critici contro la Chiesa, anche in passato. Negli anni successivi, Buzzati continuò a guardare con crescente pessimismo alla situazione italiana: il suo ultimo libro, mai pubblicato, avrebbe dovuto intitolarsi significativamente Paese senza domani. La distruzione del sapere.