Recensione
Gaspare Polizzi, Left, 28/09/2013

L'età d'oro della ricerca

uando il genetista Adriano Buzzati- Traverso scriveva, nel 1961, un articolo dal titolo “Se gli italiani fossero intelligenti” non intendeva certo mettere in dubbio l’intelligenza degli italiani nei settori più diversi della cultura e della ricerca. Buzzati-Traverso, fratello dello scrittore e giornalista Dino Buzzati - dover richiamare il fratello la dice lunga sulla scarsa popolarità della cultura scientifica in Italia - intendeva qualcos’altro. Nella storia dell’Italia repubblicana vari sono gli esempi, soprattutto negli anni 60, dell’intreccio virtuoso tra scienza, tecnologia e industria, che condusse intellettuali e manager come Adriano Olivetti, Enrico Mattei, Felice Ippolito, Domenico Marotta a spendersi per l’emancipazione culturale dell’Italia guardando ai punti alti della ricerca scientifica internazionale. Allora l’Italia primeggiava in quattro settori che sarebbero diventati strategici per lo sviluppo produttivo mondiale: informatico, petrolifero, nucleare e medico. Ma sono state quattro occasioni sprecate, come ha ricordato Marco Pivato nel libro Il miracolo scippato. Buzzati-Traverso, nato un secolo fa e ricordato a Pavia di recente dalla Fondazione Adriano Buzzati-Traverso, è stato un altro protagonista di quella stagione intellettuale. Ci racconta ora la sua avventura nella creazione del Ligb Francesco Cassata con L’Italia intelligente. Adriano Buzzati-Traverso e il Laboratorio internazionale di genetica e biofisica (1962-69) (Donzelli). Buzzati-Traverso aveva studiato, tra i primi, la genetica delle popolazioni negli Usa: la trasmetterà, insegnando all’Istituto di anatomia di Torino, a Luigi Cavalli Sforza, uno tra i nostri maggiori genetisti. Decise di fondare nel 1962 a Napoli, con il finanziamento dell’Euratom, del Cnen e del Cnr, un centro di eccellenza nella ricerca genetica multidisciplinare, il Laboratorio internazionale di genetica e biofisica con l’idea di impiantare a Napoli e nel Sud un volano per la scienza e la tecnologia europee, di realizzare una “Panisperna” della genetica. Un sogno che faceva intravedere quegli orizzonti scientifici e tecnologici raggiunti solo da qualche decennio dalla genetica “made in Usa”. Ma l’esperienza non durò a lungo, ostacolata dagli interessi politici della Dc locale, dalle ostilità accademiche e da proteste sindacali. Nel 1969 Buzzati-Traverso abbandonò definitivamente la sua creatura; si chiuse un’altra porta per il futuro scientifico e produttivo italiano. Ricordare oggi queste vicende non ha solo il valore storico di un anniversario, significa anche interrogarsi sul rapporto tra intellettuali (scientifici) e politica in Italia, sulla mancanza di un modello di sviluppo che faccia leva sulla ricerca scientifica e tecnologica per ridare un futuro all’Italia. Chiedersi perché tra Italia e Corea del Sud negli ultimi cinque anni lo spread culturale, la percentuale dei giovani laureati rispetto alla popolazione, sia salito a 430 punti. Perché l’età media dei docenti universitari italiani supera oggi i 50 anni, mentre negli anni 60, al tempo del miracolo economico, vi erano scienziati molto giovani che, come Mario Tchou, avevano avviato la produzione dei primi calcolatori elettronici della serie Elea. Tchou, che lavorava con Olivetti, era convinto che «le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria». O come Giulio Natta, l’unico italiano premio Nobel per la Chimica per l’invenzione del polipropilene isotattico noto per il marchio moplen, prodotto negli stabilimenti Montecatini di Terni e Brindisi, uno dei primi materiali plastici, che compone la maggior parte dei nostri utensili, dallo scolapasta alle bacinelle. Natta a 24 anni era libero docente e a 28 insegnava all’università di Pisa. Rileggere la storia di quegli anni costringe a ripensare a uno dei pochi momenti felici dello sviluppo scientifico e tecnologico italiano, ma anche ai suoi ostacoli: cecità del ceto politico democristiano, pesantezza dei vincoli burocratici, miopia sindacale. In una parola, incomprensione del ruolo trainante della scienza per lo sviluppo di un Paese avanzato e del valore decisivo dell’impegno giovanile per l’avanzamento della ricerca. Oggi sembra mancare in Italia la vivacità di una società in crescita; piuttosto appare essenziale invertire il declino di una società “vecchia”, nella quale i giovani non sono più protagonisti. È triste il record italiano di ragazzi Neet (Not in education or in employment training), che non lavorano e non studiano, ritenuti dalla Commissione Ue uno tra i principali fattori di disagio. Sono oltre due milioni: un ragazzo su quattro, se si considera la fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, uno su tre, se si arriva ai 34 anni. Si tratta dell’11 per cento della forza lavoro complessiva, in maggioranza donne che vivono al Sud e ragazzi con un basso livello di istruzione. Forse si trovano qui alcune cause dell’anomalia italiana. Si fanno meno figli, perché nella fascia di età fino a 34 anni, la più favorevole, i giovani italiani non “vedono” il loro futuro. E se nascono meno figli vengono meno le basi sociali e produttive per tutti gli italiani, entra in crisi il sistema di riferimento dello Stato sociale, educativo, sanitario, pensionistico. Una società di anziani, in breve tempo, non è più in grado di sopperire al suo fabbisogno. E soprattutto, diciamocelo, non ha futuro. È urgente allora far tesoro delle “occasioni perdute” come quella di Buzzati-Traverso, per una possibile ripartenza: poniamo al centro la ricerca, innanzitutto scientifica, stimoliamo l’impegno dei giovani, per riavviare insieme il motore di una nuova cultura politica e il rilancio dell’economia italiana.