Recensione
Andrea Ranieri, Left, 20/07/2013

Il sogno di un'Italia diversa

Michele Mezza nel suo libro Avevamo la luna (Donzelli) ci racconta l’Italia negli anni dal 1962 al ’64, con qualche prima e qualche dopo, quando avevamo a portata di mano la luna e l’abbiamo persa. Mattei all’Eni, a provare a fare dell’Italia il referente fondamentale della decolonizzazione del Nord Africa e per questa via acquisire l’autonomia dalle 7 sorelle che dominavano il mercato del petrolio; un ruolo di assoluta eccellenza nella ricerca di base e nelle sue applicazioni all’industria e una sinistra che nelle sue personalità più dinamiche e aperte, fra tutti Bruno Trentin e Vittorio Foa, cominciava a fare i conti con la modernità del neo capitalismo. E soprattutto Adriano Olivetti e Ivrea, dove l’Italia si trovava a portata di mano, prima di tutti gli altri Paesi, il prototipo del personal computer, la Programma 101, l’oggetto che cambierà i modi di produrre e di vivere nel tempo presente.E come e perché tutto questo finì. Per raccontare la storia Mezza usa la rete, in un libro in cui la carta permette continui rimandi attraverso l'iPad, a quello che la rete mette a disposizione. Cogliendo correlazioni fra grandi eventi e il contesto sociale e culturale. La storia di quegli anni ci appare allora non come un passato irrimediabile, ma come un campo aperto di possibilità, la cui comprensione può aprire un campo di possibilità al nostro presente. E' andata così ma poteva andare diversamente.Quegli anni gloriosi finirono male. Il tintinnare di sciabole di un colpo di Stato alle porte che mise fine alla fase propulsiva del centrosinistra, la vendita della divisione elettronica della Olivetti alla General electric. Un po' prima la morte procurata di Enrico Mattei. E quella fine, i nodi irrisolti di quel periodo, pensano ancora. Di quei nodi ne affronterò uno. Il mancato incontro, di cui Michele si rammarica, tra Bruno Trentin e la sinistra del Pci e del sindacato, e Adriano Olivetti, e le possibilità che l'elettronica stava per aprire ai nostri modi di produrre e di vivere, e alla stessa possibile liberazione del lavoro. Mezza, con l'aiuto di Franco Ferrarotti ( che fu un protagonista dell'azione sociale e politica di Olivetti) sottolinea la modernità di Olivetti e la sua idea di comunità, di democrazia diretta, in un mondo che progressivamente sembrava poter fare a meno dei "capistazione" dello sviluppo storico. Della sua anticipazione della cultura della reta anche quando il web non era ancora disponibile. Ma c'è un punto che mi pare resti in ombra sia in Mezza che in Ferrarotti. Che l'organizzazione del lavoro delle Olivetti, il modo in cui venivano costruiti quegli stessi era pienamente fordista. Se è vero che la Fiat fu avversario della Olivetti e Visentini fu decisivo nella vendita della divisione elettronica, è indubbio che Fiat e Olivetti furono gli attori principali nell'introduzione in Italia dell'organizzazione scientifica del lavoro, della cultura della grande fabbrica contro la maggiornaza degli industriali del Nord Ovest, legti a modi di produzione ancora semi artigianale e che addirittura teorizzavano l'impossibilità per l'Italia di dotarsi di un apparato industriale di grandi dimensioni. La rete, l'orizzontalità che Olivetti voleva dispiegare dalla fabbrica al territorio non esisteva nelle sue fabbriche , organizzate secondo i dettami del taylorismo. Certo, e non è cosa da poco, con gli asili nido, e gli assistenti sociali, e gli psicologi del lavoro. Ma la contraddizione fra l'agire sociale di Olivetti - nel Canavese e fuori del Canavese, a Matera, nei paesi fra Abruzzo e Molise - e l'organizzazione verticale della fabbrica era forte e visibile. Tanto è vero che furono due olivettiani come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi a darci con Dommarumma all'assalto e il Memoriale, i due romanzi di fabbrica più potenti di quegli anni. Sull'alienazione e sull'irrudicibilità dell'umano dentro l'organizzazione fordista della produzione, anche quando la fabbrica era bella, colorata, ben illuminata, e il padrone aveva a cuore la tua salute. E poi parte della della grnadezza di Olivetti fu il fatto che proponesse a Ottieri , addetto ai test di di assunzione della fabbrica di Pozzuoli e ormi in fuga dalla fabbrica, di diventare direttore del personale, forse per provare a fare i conti e a risolvere le contraddizioni laceranti fra macchinismo e Meridione, e più in generale fra fordismo e umanità, che nel suo libro denunciava. Trentin partiva dagli operai. Dagli operai piuttosto che dalla "classe". Aveva letto anche lui, come Olivetti, Mounier e Maritain, ma pensava che la fabbrica fosse il primo terreno in cui si giocava la libertà e la possibilità di conoscenza delle persone. E anche senza provare a costruire libertà lì dentro era poi difficileche il maggior benessere, le più grandi possibilità di accesso ai consumi, rendessero più libere le persone. E che le stesse possibilità di liberazione contenute nei nuovi prodotti, e i gradi di libertà delle nuove figure sociali che le usano per consumare, per lavorare, per vivere, dipendesse anche dalla libertà e dall'autonomia che eravamo in grado di costruire là dove queste cose si producevano . Anche dentro il fordismo. Mi sembra anche oggi un'indicazione importante. Per non sorprenderci ogni volta quando scopriamo dentro il luccicare dei consumi e la stessa potenza conoscitiva che ci mette a disposizione la tecnologia la miseria e la brutalità di un fordismo senza welfare, senza consumi e senza conoscenza là dove le mani delle operaie e degli operai danno forma e materia agli oggetti del nostro consumo e ai supporti materiali della nostra potenza cognitiva. Perchè oggi come ieri, ce lo dice Manuel Castells che è per Mezza e per me un riferimento fondamentale, "il potere delle tecnologie è spesso piegato alle tecnologie del potere". L'orizzontalità e la socialità che le tecnologie mettono a disposizione è continuamente contraddetta dalla verticalità della gerarchia e del comando , che antepone sempre il controllo dell'innovazione e allo sviluppo. La logica del potere che ebbe la meglio contro Olivetti, Mattei, e gli altri eroi del biennio glorioso, è la stessa che rischia oggi di precludere la possibilità di liberazionee di autonomia che lo sviluppo scientifico e tecnologico mette a disposizione delle persone. Di questo conflitto, la conquista della dignità del lavorare e del vivere degli operai delle fabbriche, in Italia e nel mondo, è ancora parte importante.