Recensione
Paola Zanuttini, Venerdì di Repubblica, 06/09/2013

Sogni e bisogni. E il simil-lusso fece boom (edilizio)

Troppo facile definirli anonimi. I palazzi e le palazzine dell'edilizia economica e speculativa, o tutte e due insieme, che ha sfigurato le città italiane nell'inarrestabile boom edilizio dal Dopoguerra agli anni Settanta sono in molti casi brutti, sgraziati, abusivi, ma anonimi proprio no. Quei casermoni o quelle strane geometrie in forma di villino che non comunicano niente, se non alienazione e squallore, custodiscono in realtà un patrimonio di storie, sogni, ambizioni, impicci e conflitti degni di Balzac. La conquista di un tetto sicuro da parte dell'Italia povera e inurbata, l'aspirazione tenace al decoro domestico della piccola borghesia vogliosa di distinzione, le ambizioni di modernità, sicurezza e simil-lusso dei ceti un po' più alti che, all'improvviso, hanno deciso di abbandonare la città per isolarsi in certi condomini periferici sul modello del suburbi americani pieni di verde, a volte cupissimo.

In Gran Bretagna c'è una seguita branca degli studi storici che si chiama House History e, dal 1997 al 2000 la Bbc ha mandato in onda la fortunata serie televisiva House Detectives che riesumava segreti e misteri di cottage e magioni. Ci sono esperti che consigliano agli appassionati di scavare negli archivi, ma anche in cortile o sotto la carta da parati del proprio villino a schiera. In Italia non siamo così sensibili a questi temi, ma si potrebbe cambiare idea leggendo Storie di case. Abitare l'Italia del boom curato per Donzelli da Filippo De Pieri, Bruno Bonomo, Gaia Caramellino e Federico Zanfi. Sfogliano le 524 pagine del libro si sprofonda in un romanzone sociale in 23 capitoli (quanti sono i palazzi, i grattacieli, i falansteri e le città giardino presi in esame fra Roma, Torino e Milano) redatto da un manipolo di architetti, storici e urbanisti che sfoderano mappe catastali, licenze edilizie, deroghe ai piani regolatori, storie di vicinato, ricordi di famiglia, metamorfosi della vita e degli spazi domestici con la televisione che ha sostituito il caminetto e il tinello rimpiazzato dall'office, ma solo negli appartamenti di un certo tono.

Il tono è una costante. Per quanto inimmaginabile nell'Italia stracciona della Ricostruzione e dei borghetti, c'era già. Anche nelle «case per i lavoratori», tirate su con i risparmi faticosissimi delle famiglie monoreddito e le agevolazioni della legge Tupini del 1949, l'idea che il sospirato appartamento dovesse rappresentare (o millantare) il raggiungimento di uno status e costituire un baluardo contro i pericoli, ma anche la volgarità o la semplice miseria del mondo esterno era un pensiero fisso. Che si materializzava con l'attenzione ai dettagli: la signorilità dell'androne, la rispettabilità della sala, in seguito diventata soggiorno, il ricorso ai mobili in stile antico che simulavano improbabili eredità di antenati benestanti.

Prendiamo il complesso con piscina di via Acqua Bullicante al Prenestino, periferia non proprio agiata di Roma. Nei primi anni Sessanta, la Società Generale Immobiliare, che fa capo allo Ior e cementifica a tutto spiano finché non finisce tra le mani di Michele Sindona, responsabile del suo fallimento, riempie i quotidiani locali con questo genere di inserzioni: «Con meno di due milioni in contanti una casa vostra» o «Al Prenestino ci si può affacciare sul blu di una piscina». Questa cosa della piscina diventa un tratto di distinzione in tutto il quartiere e perfino un toponimo: si dice dove c'è la piscina. Tutti contenti e distinti. Si socializza, si risparmia sulle vacanze perché non c'è quasi più bisogno di andarci, i bambini sguazzano e fanno amicizia con i figli degli altri condomini, le mamme che cominciano a lavorare stanno tranquille perché chiamano le nonne a sorvegliarli mentre loro sono via. Poi però le mamme invecchiano, diventano nonne e si presenta il problema dell'accesso alla benedetta piscina: interdetta ai non residenti anche se sono gli adorati nipotini delle residenti della prima ora. E poi c'è il problema del giardino: i giovani di notte si riuniscono sotto gli alberi e fanno caciara. Gli anziani protestano, si decide di assumere un metronotte, ma quello che costa di meno, perché le disponibilità economiche non sono certo quelle di un condominio di lusso. Va a finire che il metronotte è un ragazzetto del quartiere, amico dei giovani inquilini rumorosi: si unisce alla comitiva e alza il livello degli schiamazzi invece di abbassarlo. Anche i sogni più blu possono diventare un incubo condominiale.

La signorilità è una buona chiave di lettura di queste avventure edilizie, soprattutto se intrecciata alle norme della legge Tupini: a Milano, nel Condominio Anelli di via Bianca di Savoia, zona di professionisti, l'approvazione della legge ridimensiona di molto le pretese dei progettisti e dei futuri inquilini. Il motivo è semplice: la legge promuove il rilancio dell'attività edilizia, ma anche il risparmio. Quindi, non si esageri con i lussi, enunciati dal legislatore in 19 attributi: basta che un edificio abbia cinque di questi attributi e saltano le agevolazioni. Che non sono da poco: la più rilevante è l'esenzione per 25 anni dall'imposta sui fabbricati. Così il Condominio Anelli rinuncia alla facciata in pietra naturale, all'ingresso e alle scale in marmo, all'ascensore di servizio, all'office davanti alla cucina e all'impiego di legni pregiati per porte e finestre. Stessa procedura per la torre di piazzale Biancamano con vista parco Sempione: uno degli edifici che negli anni Cinquanta ha cominciato a modificare lo skyline milanese.

In questo modo, il lussoso diventa signorile. E anche oggi, salendo le scale di un palazzo elegante ma sobrio dell'epoca, un avvertito house detector potrà riconoscere gli indizi della legge Tupini: le rampe con l'alzata in marmo e la pedata e lo zoccolo in ceramica raccontano gli accorgimenti adottati da un'assennata borghesia anni Cinquanta che cercava di conciliare le pretese del decoro con quelle del fisco.

In questa irresistibile ma giudiziosa avanzata verso lo status, ci si sposta in periferia, barattando la comodità di una casa più grande, moderna, luminosa e soprattutto protetta, con la scomodità dei trasporti più lunghi per andare e tornare dal lavoro. Negli anni Settanta, a Milano, fanno gola i Giardini La Viridiana, «42 mila metri quadri di parco privato interamente cintato» punteggiati da torri e villette, dalle parti di Baggio, quartiere che all'epoca non aveva proprio una buona fama: «Non andare a Baggio se non hai coraggio» si diceva. Ai primi tempi in portineria c'era la guardia armata, ma l'appartamento campione allestito in cantiere aveva un coloratissimo arredo curato da Cassina per suggerire ai futuri condomini come sistemare in modo nuovo, razionale e confortevole quelle casefortino tanto moderne. Le successive liti sull'uso della piscina e dei servizi comuni mantennero invece un tono piuttosto tradizionale: i primi colonizzatori ingrigiti contro i giovani e i nuovi venuti.

Pulsa la modernità a Collegno, nella prima cintura torinese. Dai piani alti dello Sky Residence si vedono le Alpi millenarie e le casette di paese, ma nei due blocchi bianchi e blu le ultime novità dell'architettura e del design ci sono tutte. E gli inquilini sono ancora oggi estremamente gratificati dalla qualità estetica che li circonda. È una storia anni Sessanta: l'architetto Massimo Cotti non può firmare il progetto perché è solo un geometra. Studente lavoratore, si iscrive alle scuole serali per prendere la maturità artistica che poi gli permetterà di andare all'università e laurearsi in Architettura, nel 1975, a 42 anni, quando la costruzione dello Sky è già terminata da cinque.

A proposito di rapporti di vicinato, altro filo rosso del racconto, si potrebbe desumere che meno soldi circolano meno si litiga. Anche perché una delle peggiori cause di conflitto sono gli abusivismi, che una certa disponibilità economica la richiedono. Nella palazzina romana dei Parioli dove abitò Eduardo De Filippo (inquilino peraltro mitissimo dotato di due mastini altrettanto miti che temevano il gatto dei vicini) il tasso di liti giudiziarie per soprelevazioni, cedimenti strutturali dovuti a demolizioni disinvolte e appropriazioni indebite di spazi comuni è percentualmente il più alto. Invece, nelle «case per lavoratori» del Consorzio Pitagora, miscela potenzialmente esplosiva di cooperative bianche e rosse di Torino, le cose sono filate relativamente più lisce.