Recensione
Sergio Caroli, Il Giornale di Brescia, 13/09/2013

«Impariamo dagli immigrati la cultura del lavoro»

Dalbisognodicomprendere da dove nasce la forte inclinazione che spinge un numero crescente di immigrati nel nostro Paese, a mettersi in proprio e avviare un’impresanelmomentoin cui la crisieconomica costringe alla chiusura tante piccole aziende e realtà artigianali italiane, è nato il libro «Quasi italiani. Storie di immigrati imprenditori » (Donzelli, XII-132 p., 13,60 u). L’autore è Romano Benini docente di Politiche del lavoro all’università La Sapienza di Roma. ProfessorBenini, inbaseaquali criteri avete scelto queste storie diimmigrati che si sono impegnati con successo nell’edilizia, nelcommercio, neiservizi,nella tecnologia, nella ristorazione? Il libro ha una origine particolare. Ho avuto occasione di sentire Azeb, la protagonista della prima storia che racconto, durante un convegno sull’imprenditoria immigrata organizzato da Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato. Ho pensato che una testimonianza valesse più di tanti trattati di sociologia, per far capire il lavoro degli immigrati imprenditori nel nostro Paese. Ho chiesto alla Cna di aiutarmi e di segnalarmitestimonianzedatutta Italia. Nesonoarrivateunatrentina,da cuihotratto quelleche sononarrate nellibro.Sonostorie pienedi significato, ecredochelamaggiorpartedegli immigrati che incontriamo nella vita e sul lavoro siano persone che hannovissuto storieanaloghe.Hanno tutta la mia stima e il mio rispetto. Che cosa le accomuna? Questevicendesonodel tuttoesemplari e penso che le accomunino aspettichesonopropridi tutti gliimmigratiche sisonomessi in proprio: la voglia di fare e di farcela, il coraggio di rischiare, il rispetto e la cultura del lavoro, la conquista della propriaindipendenzae libertà attraverso il lavoro. Sono valori di fondo, che accomunano tutti i lavoratori. Si tratta di esperienze che mostrano anchequalesia l’atteggiamento giusto per uscire dalla crisi: mettere al centro il proprio lavoro come strumentodi libertà ecomemodoattraverso cui affrontare i problemi. Cosa significa il lavoro per queste persone? Il lavoro è vissuto come parte integrante della loro identità. Queste persone tirano fuori l’anima: la loro attività non è solo uno strumento per avere un reddito, ma una vera e propria ragione di vita.Sonopiccole realtà economiche, ma se le grandi famiglie italiane che stanno svendendoilmadein Italyamasseroil loro lavoro come questi immigrati di cui parlo nel libro, forse certi nostri marchi non finirebbero nelle mani degli speculatori stranieri. Dadove traggono questi immigrati la fiducia e la forza nel fare impresa, malgrado pregiudizi e crisi? Intanto dal rispetto per la cultura del lavoro di noi italiani: molti di loro sono venuti in Italia per imparare un mestiere e si sono resi conto di come tanti mestieri artigiani siano poco apprezzati dai nostri giovani. Èconstuporeche,peresempio,i giovanimarocchinichevengonoin Italia per imparare l’oreficeria oa lavorare le pietre e il gesso, si rendono conto di un fenomeno stupefacente e che meriterebbe una riflessione profonda. Le nostre città e le nostre case sono piene di materiali ben lavorati: legno, gesso, marmo, ferro, maquanti giovani italianiimparano oggialavorare i materialiconcuisono costruiti i nostri centri storici, i nostri palazzi? Questo è il motivo per cui alcuni immigrati provano a rimanere in Italia e a avviare qui un’attività di artigianato. Si tratta di opportunità che evidentemente i nostri giovani non vogliono cogliere. Che problemi incontrano questi imprenditori stranieri? Il primo problema anche per loro è la lotta contro la burocrazia. Abbiamo un sistema pubblico che vede nelle imprese a volte più un problemacheunarisorsa. Nona caso sono molti gli immigrati che aderiscono alle associazioni degli imprenditori dell’artigianato e del commercio: lo fanno per difendersi, e per difendere la loro attività. Sulla base di quali dati affermate chesenzaquesta massiccia iniezione di nuovi imprenditori, il nostro Paese entrerebbe in unacrisi ancora più grave? Negli ultimi anni il tasso di imprenditorialità italiana è calato di circa il 6 per cento, sono molte di più le imprese costituite dagli italiani che chiudono di quelle che aprono. Negli ultimi dieci anni il tasso di imprenditorialità degliimmigratiin Italiaè cresciuto:nonostante la crisi, in questi anni le imprese costitute dagli immigrati sono triplicate. Oggi le imprese con titolare o socio stranierosonoquasi il10per centodel totale. Ecisonomolti italianichelavorano per imprese di immigrati. Sono dati evidenti di una produzione di ricchezza che va sostenuta: stiamo parlando di gente che lavora, dà lavoro, paga le tasse e consuma in Italia. Perchéritiene checonoscere le storie di questi «quasi italiani» e il loro impegno come artigiani e imprenditori possa essere utile agli italiani che vogliono uscire dalla crisi? Perché queste storie mostrano comeil valore del lavoro siaunaspetto che tiene insieme le persone, in una società in cui prevalgono gli aspetti che dividono. Perché lo spirito di chi si mette in proprio oggi è messo a dura prova dalla crisi, ma proprio perquestovamantenutaalta la fiducia. Queste persone hanno fiducia insestessiperchéhannoanchefiducia negli italiani e nell’Italia. Molti nostri imprenditori questa fiducia la stanno invece perdendo. Ditutte le vicende raccontate dal libro, quale l’ha maggiormente impressionata? Sono tutte storie interessanti, che mostrano anche come molti immigrati siano venuti in Italia con un titolo di studio e chiudendo attività nel loro Paese. Alcune forse meriterebbero di diventare una vera e propria sceneggiatura, per essere raccontate al grande pubblico. Sergio Caroli