Recensione
Sergio Caroli, La Sicilia, 11/09/2013

La storia orale ci interroga tutti

onsiderato tra i fondatori della storia orale, Alessandro Portelli, professore di Letteratura angloamericana alla “Sapienza” di Roma, ha redatto un’autobiografia che abbraccia quarant’anni di fervida attività intellettuale. Di “Desiderio di altri mondi. Memoria in forma di articoli” (Donzelli, pp. X-326, 22 euro) parliamo con lui al Festival della letteratura di Mantova. - Professore, che cosa è la storia orale? «Intendo un lavoro storico che parte dalle testimonianze soprattutto delle persone comuni, sulla loro esperienza di vita e sul loro rapporto con la storia. Perciò la storia orale si occupa anche della relazione che con il passato hanno le persone che vivono e ricordano nel presente. Quindi anche la dimensione dell’immaginazione, persino gli errori e le dimenticanze sono uno strumento di ricerca assolutamente fondamentale». - L’oralità come fonte storica dipende dal fatto che milioni di persone non hanno il tempo di scrivere ciò che fanno? «Non è solo questione di tempo. E’ anche questione di abitudine alla scrittura, spesso di disponibilità dei materiali stessi che servono per scrivere, e anche del fatto che le scritture prodotte dalle classi non egemoni spesso vanno disperse. Va comunque tenuto conto del fatto che la storia orale non interroga solo analfabeti o persone che non scrivono, ma riguarda anche soggetti alfabetizzati. Infatti il contenuto di queste fonti è il risultato di una collaborazione, di un dialogo fra il narratore e l’intervistato, in cui quest’ultimo spesso propone interrogativi diversi da quelli che le persone si pongono quando scrivono, magari un diario o una lettera. Cambia proprio l’ordine del giorno ». - Non c’è il rischio di interpretazioni unilaterali? «Certamente questo rischio esiste, come peraltro esiste con qualunque fonte. La storiografia trabocca di interpretazioni unilaterali faziose o semplicemente sbagliate che si fondano sulle fonti scritte. La maggior parte delle fonti che troviamo negli archivi sono per definizione unilaterali e parziali. Penso alle biografie degli antifascisti contenute nel casellario politico centrale, redatte da agenti al servizio del regime fascista, spesso privi degli strumenti necessari per capire le persone di cui andavano scrivendo». - Ma quale è il vantaggio delle fonti orali? «Risiede nel fatto che noi conosciamo la persona da cui viene il racconto, perché l’abbiamo incontrata; spesso non abbiamo invece idea di chi sia stato a redigere le fonti d’archivio. Aggiungerei che gran parte delle fonti ufficiali – rapporti di polizia, atti dei processi, verbali di interrogatori, atti parlamentari, atti dei congressi dei partiti… - sono trascrizioni non scientifiche di discorsi orali, fatte non sappiamo sempre da chi e con quali criteri. Questo non ci impedisce di usarle, con le dovute cautele».