Recensione
Francesca Negri, LIBRERIAMO, 05/08/2013

Il rito della tavola secondo Sherazad

Io che non sono mai stata fan di nessuno e sono cresciuta senza eroine e miti da sognare, posso dire che invece Sherazade, da quando la incontrai leggendo le “Mille e una Notte”, è diventata sicuramente una delle figure femminili più rappresentative per me e il mio modo di essere. Saremmo state amiche, se lei fosse realmente esistita e ci fossimo incontrate tra le vie brulicanti di vita di Baghdad.

Per chi non se lo ricordasse bene, rinfreschiamoci la memoria su questo libro senza tempo. Le Mille e una Notte” sono costituite dall’insieme pressoché invariato dei racconti istruttivi che Shahrazad (o Sherazade, come piace di più a me), da perfetta predicatrice, racconta al suo sposo Shahriyar per salvarsi da una morte certa. Infatti il re Shahriyar, ferito dalla precedente moglie dal carattere frivolo, per non subire più il disonore di essere tradito nella sua stessa casa, aveva deciso di far decapitare ogni donna che avesse sposato di lì in avanti. All’alba avrebbe fatto uccidere la nuova moglie per sposarne un’altra, necessariamente vergine, di modo che nessuna di loro potesse conoscere altri uomini all’infuori di lui. Presa questa decisione, aveva ordinato al gran visir di procurargli quante più fanciulle possibili; e una dopo l’altra, di buon mattino, le aveva affidate al boia per non rivederle mai più. Per settimane e mesi, tutto si era svolto secondo questo piano diabolico, tanto che il regno, per la follia sanguinaria di Shahriyar, il marito tradito, aveva assistito al sacrificio di tutte le sue vergini. Quand’ecco farsi avanti la figlia del gran visir in persona, di nome Shahrazad, che di sua iniziativa si presta a questo matrimonio atipico. In realtà ha in mente di raccontare ogni notte, al suo sposo, una storia così avvincente che all’alba, quando dall’alto del minareto il muezzin chiama i fedeli alla prima preghiera del giorno e anche il re ha l’obbligo di alzarsi, fare le abluzioni e recarsi in moschea, il terribile sovrano avrebbe acconsentito a sospendere l’esecuzione della giovane moglie per ascoltare il seguito del suo favoloso racconto. È proprio quello che succederà: la storia che Shahrazad racconta la prima notte e che interrompe al sorgere del giorno è così avvincente che Shahriyar rinvia all’indomani l’esecuzione della sua sposa. All’inizio della seconda notte, Shahrazad conclude la storia che ha interrotto la notte precedente e ne inizia un’altra altrettanto appassionante che sospende di nuovo all’alba, con il pretesto che la preghiera non può attendere la fine del racconto. Shahriyar accorda altro tempo alla sua giovane sposa, impaziente di ascoltare la fine della seconda storia; e via di seguito, per milleuno notti.

“Grazie all’ingegno, alla cultura e al talento nella narrazione, Shahrazad è il personaggio chiave delle ‘Mille e una Notte’, e al contempo la metafora inversa della società patriarcale dell’epoca, fortemente misogina. Shahrazad è la perfetta incarnazione della donna sovrana, il canone della donna sapiente che sa destreggiarsi in tutte le avversità della vita. Scampa alla morte raccontando al marito storie che faranno il giro del mondo, e simbolicamente affranca ogni donna che, in una forma o nell’altra, subisce il calvario del proprio onnipotente Shahriyar. La sua tecnica di raccontare al sanguinario marito storie fantastiche che interrompe abilmente allo spuntar del sole senza svelarne la conclusione indica, da una parte, che un genere di narrativa fondato sui colpi di scena non è un’invenzione dei nostri giorni, dall’altra, che la suspense è la migliore alleata del racconto. In virtù della curiosità che alimenta la suspense, il re si mostra magnanimo nel concedere alla narratrice ancora una notte prima di mandarla al patibolo. Ma una notte tira l’altra, e pian piano la trappola si chiude su Shahriyar, che felicemente ammetterà la sua sconfitta il giorno in cui Shahrazad, incinta, darà alla luce due principini”.

“A tavola con Shahrazad” parla di questo, ma soprattutto propone una lettura enogastronomica del libro, che sorprende perché rileva, tramite tanti piccoli indizi, usi e costumi di un’epoca così lontana e di una cultura severa che, però, sorprende. “Se si dovesse riassumere in una frase lo spirito delle ‘Mille e una Notte’, si potrebbe dire che i racconti sono al contempo un concerto musicale, un mercato di profumieri (suq al-‘attarin), una festa per i viaggiatori e soprattutto un banchetto amoroso. E nell’amore c’è il vino, la buona tavola, la caccia, la presentazione dei piatti, la degustazione, il condimento delle spezie, il cerimoniale, in breve tutta la cultura della cucina, del convivio e dell’ospitalità orientale”.

A proposito di vino. Nelle “Mille e una notte” scorre a fiumi, e la cosa sicuramente è singolare visto che si parla di Medio Oriente. Annota l'autore di “A tavola con Sharazad”, Malek Chebel: “In effetti, a Baghdad il vino scorreva a fiumi e nessuna autorità ne proibì mai il consumo, anche in quei rari giorni in cui i califfi non erano già sbronzi di primo mattino. Di tutto ciò le ‘Mille e una Notte’ non fanno mistero, e all’occorrenza ne aggiungono dell’altro”.

Nel libro, oltre al rito della tavola secondo Sherazade, anche un po' di ricette orientali. Per sedurre il palato, e non solo.