Recensione
Stefano Rolando, L'Inkiesta, 11/07/2013

Avevamo la luna. Perchè l'abbiamo persa?

Un intenso tour di presentazioni e dibattiti in Italia per il libro multimediale di Michele Mezza Avevamo la luna – L’Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant’anni dopo ( Donzelli, 2013).

Mezza è un giornalista della Rai (già inviato del GR e poi tra i “fondatori” di Rai News 24), noto per le sue competenze nelle tecnologie innovative dell’informazione. Qui – accanto a preziosi filmati che corredano il testo e che si intercettano leggendo le pagine con lo smartphone – prevale la passione storico-politica e in particolare per quel grumo di anni, dal 1962 al 1964, che abitualmente connotano “i meravigliosi ‘60” e che in questo trattamento certo restano anni “meravigliosi” – per eventi internazionali e nazionali, per il senso spartiacque rispetto al duro decennio post-bellico, per lo sguardo progettuale della politica, dell’impresa, della cultura, dello spettacolo, della tecnologia – ma con l’amaro finale di togliere all’Italia quei primati che sembravano a portata di mano.

In mezzo a una valanga di fatti, Mezza ricorda che nell’Italia che prepara e poi avvia il primo centro-sinistra ci sono figure legate al processo produttivo e tecnologico (Adriano Olivetti che mette in campo il primo personal computer della storia; Enrico Mattei che fa dell’Eni una potenza internazionale; entrambi assai poco amati dal potere industriale del tempo e in particolare dalla Fiat di Valletta; ma anche figure come Luigi Broglio, padre dell’astronautica italiana o come Felice Ippolito, il presidente del Cnen fermato nel suo progetto di “via italiana” alla ricerca nucleare) che – per nemici internazionali e per nemici interni – videro i loro sogni svanire. E, con essi, anche l’idea del Paese di passare definitivamente nell’ambito dei “grandi”, così come una sequenza famosa del cinema italiano di allora (Il sorpasso, di Dino Risi, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant) aveva illuso (e poi disilluso) un’intera generazione.

Tutta la storia post-unitaria italiana sta dentro il dilemma “ultimo dei primi o primo degli ultimi?”. Qui il tema è trattato con una grande quantità di fatti e con alcune interviste interpretative (Giuseppe De Rita, Franco Ferrarotti, Alfredo Reichlin, Claudio Martelli, Elserino Piol, Luigi Bettazzi, Paolo Sorbi, Antonio Pizzinato) che affrontano appunto le varie angolature del dilemma.

I più giovani dovrebbero cominciare la lettura a pag. 321 fino alla fine, cioè a pag. 338. Ovvero dalla cronologia dei fatti. Una impressionante sequenza, che ci restituisce un’Italia che impone il suo cinema al mondo, che riorganizza in senso sociale la sua proposta politica, che mantiene la propulsione produttiva (al nord) aggiungendo primati nel campo della creatività e che riesce a sintonizzarsi con un mondo in cui Papa Giovanni XXIII cambia la Chiesa, John Kennedy cambia l’immagine dell’Occidente, Kruscev chiude la stagione dello stalinismo. Eccetera,

Tre temi trasversalizzano il racconto: • il tema della etero-direzione, ipotizzando che l’Italia fu largamente fermata dall’estero; • il tema del “bel giardino”, cioè dello stereotipo dell’immagine italiana che alcuni paesi forti nel mondo vogliono che si conservi insieme alla sua “inefficienza”; • il tema dell’innovazione che non potendo fondarsi sulla forza tecnologica o finanziaria mette radici nel campo della creatività.

Molto interessanti i due colloqui con Reichlin e Martelli per cogliere come la politica cercò di fronteggiare questo insieme di luci e ombre: cercando di superare l’irrilevanza (Reichlin), cercando di produrre nuova classe dirigente (Martelli). Ma essenziale “ascoltare” da Giuseppe De Rita come il Pci – pur con un gruppo dirigente di qualità – si schiacciò sulla semplificazione della “lotta al padrone” alla fine combattendo i riformatori e gli innovatori; e da Elserino Piol come quegli innovatori fossero in realtà degli outsider di fatto senza eredi.

Discutendo pubblicamente di recente con il sociologo Cesare Massarenti di questo libro, abbiamo anche capito che in quegli anni finisce – o si smorza – l’astro interpretativo della storia d’Italia di Benedetto Croce per avere estromesso “non scienze” che avrebbero fatto la differenza nel gap culturale del Paese con il mondo destinato a vincere nella parte finale del secolo.

C’è la Roma del cinema e della politica, c’è molto dissidio Ivrea-Torino, Milano è forse meno trattata di quel che sarebbe stato necessario in questo approccio, per la scelta della città – una volta di più – di disallinearsi dall’immagine nazionale e puntare ad una attrattività fondata su creatività e innovazione.

E il 68? Arriva poco dopo questa vampata. La sotterra, non raccontandola adeguatamente a chi ne avrebbe potuto fare ancora una bandiera, produce miti corti ma certo allarga la base dei diritti, cogliendo qui un’onda partita proprio – nel mondo e in Italia – pochi anni prima.