Recensione
Michele Prospero, R, 18/07/2013

Sotto il gazebo niente

E’utile partire da questa affermazione contenuta nell’ultimo libro di Salvatore Lupo (Antipartiti, Roma, Donzelli, pp. VI-260, euro 19,00): “I partiti hanno rifatto la nazione dopo la guerra, c’è il caso che dopo la loro scomparsa la nazione non esista più”. È proprio così. I partiti, quella “menzogna originaria” della repubblica contro cui si scaglia abitualmente Galli Della Loggia, hanno non solo costruito lo Stato – e, ricorda Lupo, pur nelle sue debolezze e opacità l’Italia è l’unica democrazia mediterranea a sopravvivere ininterrottamente dopo la seconda guerra mondiale senza registrare cadute di regime – ma anche disegnato i confini della società civile. La loro scomparsa, ne consegue, disgrega la cornice della statualità e accompagna una slavina nella cultura diffusa nella società che favorisce le insorgenze del populismo e dell’antipolitica. La crisi italiana, che parte dal 1993 e dura ancora oggi con prospettive poco rassicuranti, è tutta qui. Una crisi unica che si prolunga per vent’anni, con dei momentanei punti di assestamento, con delle armonie solo apparenti, e stasi destinate a essere soffocate da ulteriori eruzioni. Il commiato del partito, ovvero del soggetto storico della mediazione come l’avevano definito sia Togliatti che Moro, fa esplodere ogni cosa. Quando Moro rimarcava la funzione ineliminabile dell’“opera di mediazione” sociale e politica svolta dal partito, e registrava quindi il connotato reazionario delle polemiche della destra industriale e politica contro la partitocrazia, aveva colto l’essenza della storia repubblicana. Negli anni ’90 il crollo del sistema è favorito proprio dai mutamenti radicali nelle culture politiche, conquistate dal senso comune antipartito. La categoria ambigua e sfuggente di società civile (ricorda Lupo che persino l’organo che detiene il potere coercitivo e repressivo per eccellenza, cioè la magistratura, viene spacciata come l’immacolata società civile e incaricata di guidare una salvifica operazione di rigenerazione etico-politica) viene contrapposta alla funzione politica. Il movimento referendario di Segni diviene il coagulo di una antipartitocrazia di destra (del Montanelli che negli anni ’50 chiedeva appoggi per “una organizzazione terroristica e segreta” attrezzata a concludere una guerra civile a rimorchio di “centomila bastonatori”) e di una antipartitocrazia di sinistra (di Scalfari che raccoglie le tradizionali polemiche delle élite liberali contro la politica organizzata e i grandi partiti di massa). Accantonando i punti di forza del realismo togliattiano, Occhetto conduce gli eredi del Pci verso il baratro. Nel 1990 egli parla addirittura di un “superamento della formapartito” come risposta efficace al novello primato della società civile. Il cammino verso la catastrofe è ormai avviato. Il tentativo di cavalcare l’antipolitica accompagna l’antipolitica al potere. E nel ventennio trascorso si verifica il paradosso che ricorda Lupo. E cioè l’antipartito della società civile si tramuta in iperpartito (aziendale, personale, della rete) incontrollabile e regressivo. Scrive acutamente Lupo che “il disprezzo dei partiti insieme all’enfasi sulla società civile vanno a creare il più classico composto liberalconservatore”. La sinistra non solo si acconcia nelle categorie dell’avversario, ma lavora, in nome del “nuovo”, a rimuovere ogni rilevanza della opposizione destrasinistra. Stupefacente. Il resto è cronaca di oggi. Partiti liquidi, soggetti destrutturati in cerca di leadership e con il mito dei gazebo al posto di un qualsiasi Palazzo d’Inverno da espugnare. Nella società basta qualsiasi improvvisatore che scalpita, parlando secondo le regole del marketing e dell’intrattenimento, per esercitare una istantanea seduzione. E nelle istituzioni abita un ceto politico improvvisato, con una scarsa coesione ideale e senza una minimale disciplina. Senza la mediazione, che trattiene le èlite dall’intraprendere la strada verso l’arroccamento come oligarchie impermeabili e frena la tentazione dei ceti popolari di inseguire le apparenze e le semplificazioni, l’Italia è perduta. Michele Prospero