Recensione
Redazione, Il Foglio, 31/07/2013

Dopo la caduta del Muro

Un quarto di secolo dopo la caduta del Muro di Berlino e la sua ritrovata unità nazionale, la Germania che si era illusa di aver finalmente fatto pace con sé e col mondo, è tornata sul banco degli imputati, accusata di voler imporre all’Europa la sua idea di economia e il suo modello di società. Leader politici di destra e di sinistra, opinionisti progressisti e conservatori, uniti in una sorprendente alleanza antiteutonica, sono tornati a guardare alla Germania con un misto di ostilità e di invidia: di ostilità per quelle che vengono sentite come inaccettabili imposizioni se non addirittura come veri e propri diktat; di invidia per i successi di un’economia in sorprendente controtendenza rispetto alle drammatiche condizioni in cui versano quelle che si affacciano sul Mediterraneo”. In questo saggio che, come avverte il sottotitolo, vuole analizzare i nessi tra “il modello Germania, l’Italia e la crisi europea”, il filosofo della politica e germanista Angelo Bolaffi (alle spalle un’esperienza di direttore dell’Istituto di cultura italiana di Berlino, dal 2007 al 2011), non nasconde le ragioni profonde e antiche di questo “risentimento antitedesco che circola oggi in Europa”. Ritiene tuttavia che la rivoluzione che ha portato alla caduta del Muro di Berlino, da lui accostata ai grandi movimenti non violenti del Ventesimo secolo, come la lotta di Gandhi in India, il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica e la storia di Solidarnosc in Polonia, abbia definitivamente sanato quello che Benedetto Croce aveva definito “il dissidio spirituale della Germania con l’Europa”. Anzi, ha definitivamente sancito quella superiorità di un modello che Bolaffi si dilunga a descrivere e celebrare: dal sistema politico al capitalismo renano, dall’ordoliberalismo all’economia sociale di mercato, dal rinnovamento culturale e economico di Berlino a quell’Agenda 2010 con cui il governo rosso-verde di Gerhard Schröder e di Joschka Fischer “ha fatto della Germania ancora ‘traumatizzata’ dai costi della riunificazione e indicata dall’Economist come ‘il malato d’Europa’, la potenza leader del continente. Unica, tra le grandi nazioni d’Europa, capace di attrezzarsi per poter affrontare le sfide del ‘nuovo mondo’: quello globale”. Quello retto da Berlusconi, secondo Bolaffi, è invece un esempio di governo che non colse l’occasione per ristrutturarsi, ma “si accontentò di consumare allegramente sia la rendita finanziaria che l’euro”. Anche Zapatero e tutti i governi francesi, di destra e di sinistra, si sono comportati nello stesso modo, salvo poi recriminare contro Angela Merkel. La quale, a giudizio dell’autore, sarebbe da porre in collegamento ideale con il Berlinguer dell’austerità: una “chiave culturale e politica per costruire un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sobrietà, il superamento delle diseguaglianze e un diverso equilibrio tra nord e sud del mondo contro il consumismo e un modello produttivo iniquo”. Eppure, una “questione tedesca” esiste, nei termini di una fatale “asimmetria di potenza”: “Troppo forte per essere uguale alle altre nazioni europee, la Germania era però troppo debole per imporre loro il suo dominio”, e “questa è stata la vera causa delle tragedie europee tra il 1870 e il 1945”. La colpa della Germania oggi non sarebbe dunque nel voler esercitare la propria leadership, ma nel non farlo, sia pure “con saggezza e lungimiranza”. “L’Europa si germanizza proprio e nella misura in cui la Germania si è completamente e convintamente europeizzata. Liquidare definitivamente la questione tedesca significa infatti costruire finalmente l’Europa. E la Germania ha la forza, l’interesse e soprattutto la necessità storica e morale di farlo