Recensione
(sdm), Il Foglio, 23/06/2013

Palmiro e Nilde ovvero l’amor cortese quando non c’era la Boccassini

Poteva essere (era) stalinista, il cuore del Migliore – ma lo stesso un cuore che nell’amore s’ingarbuglia, s’affanna, si perde. E nel perdersi, si ritrova dove mai né Ragione né Partito parevano (potevano) condurre: “Ho abbandonato me stesso a te come mai avrei pensato che avrei potuto fare (…). Ma forse è vera la cosa più semplice di tutte – che ti voglio bene. Senza di te non so pensare la mia vita”. E la giovane compagna deputata va a Montecitorio, “mi sono fermata un momento nel salone dei ‘Passi perduti’ sempre un po’ buio, quasi misterioso. Ma a me oggi è parso triste: non c’eri tu. Ricordi che qui ci siamo incontrati...”. Lui – che di orrori ne ha visti, in silenzio accettati – ritrova in un piccolo gesto lo stupore che l’esistenza di acciaio e fuoco aveva gettato nelle fosse laterali della vita: “Una piccola carezza”, furtiva e temeraria, sui capelli di lei, lungo uno scalone del Parlamento. “Ma voglimi bene!”, implora lui. “Ho immaginato come potrebbe essere la nostra vita. Un bel sogno, un bel ricamo della fantasia e null’altro, lo so”, dice lei. “Sei come una striscia di sole in una stanza buia”, ancora lui. Quaranta lettere – e le lettere d’amore sempre si somigliano; persino, si dice, “le lettere d’amore, se c’è l’amore, / devono essere / ridicole” (Pessoa). Però non sono ridicole, queste lettere d’amore. Non lo sono (quasi) mai, le lettere d’amore. Caste. Brevi (biglietti intestati “Assemblea Costituente”). Semplici. Mica esistono altre parole. “Fino a quando mi amerai?”, domanda lei. “Ho abbandonato me stesso a te come mai avrei pensato”, si arrende lui. “Questo amore spiato”, quasi (pure, Prévert non era previsto). Spiato sì, però. Battute, sguardi. Mormora la gente, soprattutto mormora il Partito: mormorio che sa di tempesta. Mica così nuovo, per fortuna, l’Uomo Nuovo a forgiatura comunista. Si preoccupa lui di evitare che “la tua vita possa essere più meschina di quella che la tua intelligenza e la tua devozione al Partito ti promettono”. Racconta lei dello scontro col suo segretario di federazione: “E’ stato quasi un processo e sono venuta via profondamente umiliata…”. Una storia d’amore degli anni Quaranta, questa. Con il linguaggio e il pudore di quegli anni. Ma con parole identiche per tutti gli amori – alla luce del sole o clandestini, di personaggi ignoti o di altri destinati alla storia patria. Stesso identico stupore – che sempre provoca l’irrompere del sentimento. Hanno anche nomi da Dopoguerra e di un’altra Italia: Palmiro e Nilde. Uno è il capo venerato del Partito comunista, l’altra un’oscura giovane deputata. Lui ha 53 anni, lei 26. Lui ha già una moglie e un figlio malato. E’ stato dentro il fuoco del Novecento, lui. Ha studiato dalle suore, lei. Lui cita, per dire del suo amore: “Nec tecum vivere possum nec sine te”. Lei evoca, per dire del suo amore: “Tu forse non ti sei accorto come ti guardavo in certi momenti, come ti seguivo con lo sguardo nei tuoi gesti…”. Il totus politicus, che di gelo rimase anche davanti a Stalin, si interroga, “anche allora la mia vita è stata come è adesso, senza un istante di sosta per guardare dentro di sé, tutta presa dal combattimento…”. S’interroga pure lei: “E quale timore e quale angoscia io provo nel mostrare i miei sentimenti. Perché forse c’è sempre stata solitudine intorno a me…”. Timori. “Com’è triste la vita senza di te, mia piccola Nilde!”. Si sa come poi andò, la storia tra Togliatti e la Iotti. Ma ecco come nacque – nella lotta del cuore, prima che di classe, pur tra le bandiere rosse. “Non posso più vivere così”. (Le lettere si trovano nel libro di Luisa Lama “Nilde Iotti. Una storia politica al femminile”, Donzelli editore).