Recensione
Francesco Marchianò, Cambio, 01/06/2013

Crainz chiude la trilogia

Con questo suo ultimo lavoro, Guido Crainz chiude la sua trilogia della storia italiana del dopoguerra, dopo la “Storia del miracolo italiano” e “Il Paese mancato”. Il libro è dedicato agli anni che vanno dall’assassinio di Aldo Moro (1978) fino al governo Monti. Anni di trasformazioni radicali che hanno inciso in maniera netta sul nostro presente. Il titolo suggerisce subito la linea di ricerca: il paese reale è quello che si distingue da quello della politica, delle istituzioni. E infatti, lo storico, pur tenendo come tappe cronologiche gli eventi politici più rilevanti, predilige nelle sue analisi soffermarsi su elementi di carattere sociologico e culturale. In quest’ottica, una fonte privilegiata sono i rapporti del Censis dei quali, oltre ai dati (non molti in realtà quelli citati) si predilige soffermarsi sulle interpretazioni. La “mutazione antropologica” degli italiani è il filo conduttore del volume che, proprio per questa impostazione, dà un’ampia attenzione a valori, culture, atteggiamenti, mode. Anche per questo, non mancano riferimenti alla cultura popolare, a libri best seller, a canzoni di musica leggera, ai film, citati come sostegno ad hoc all’interno della narrazione del volume che si distingue meritoriamente per uno stile esposito chiaro e accattivante. Altra grande fonte di Crainz sono i quotidiani, soprattutto le analisi delle grandi firme, anch’essi esibite come prove d’osservazioni esemplari dei cambiamenti in corso. I primi due capitoli sono dedicati agli anni Settanta. La tesi principale è che l’allontanamento tra la società civile e quella politica, che si consumerà nei primi anni Novanta, abbia inizio proprio in questo decennio. Dalla società figlia del boom aumentano domande più individualizzate, più sensibili al privato, e nello stesso tempo si nota l’emergere di esigenze di partecipazione meno legate ai partiti. Sono istanze che le politica non riesce a captare e che, nel corso del tempo, aumenteranno sempre più il distacco tra cittadini e rappresentanti. Alla fase di incubazione del decennio ‘80 è dedicato il terzo capitolo nel quale vengono evidenziati gli “incerti inizi”, caratterizzati dall’esplodere della violenza, del terrorismo, dalla mafia. Il riflusso, concetto che come fa notare lo storico viene utilizzato dai principali osservatori già a partire della fine del 1978, è quello che racchiude meglio di altri i fenomeni politici, sociali, economici, culturali, di costume degli anni Ottanta, oggetto del quarto capitolo. Esso identifica il trionfo del privato sul pubblico, del personale sul collettivo, dell’individuo sulla società e sullo stato. Il mutare di valori del decennio è colto in maniera attenta da Crainz che si sofferma sul primato dell’economia, sul successo del made in Italy, sull’aumento degli scambi nella borsa valori (con i risparmiatori si trasformano progressivamente in investitori), sui nuovi linguaggi della televisione commerciale, della pubblicità, delle culture giovanili. In questi anni si registra anche una fase di crescita economica nella quale, però, la politica manca di provvedere a un risanamento del debito, anzi, quest’ultimo è ingrossato da un aumento della spesa pubblica che non si traduce in un aumento del welfare. La spesa pubblica, si fa notare, è solo la modalità con la quali i partiti in crisi provano a mantenere il proprio consenso sostituendo il voto d’appartenenza con quello di scambio. L’aspetto più grave del periodo analizzato è per l’autore il progressivo dissolversi del senso civico, di un’etica pubblica, sia tra i cittadini (è in questo periodo che esplode l’evasione), sia nelle classi dirigenti (il sistema delle tangenti costituisce la punta più alta del declino). Per queste ragioni più che anni di modernità, gli Ottanta sono solo una grande illusione alla quale seguirà, inevitabilmente, il crollo. Agli ultimi due decenni sono dedicati il quinto e il sesto capitolo. Sono gli anni della seconda Repubblica, di Silvio Berlusconi che, lungi dal realizzare il sogno che annunciava, ha solo aggravato il decadimento etico, politico ed economico, complice anche una sinistra che ha affossato quello che secondo Crainz era stato l’unico buon progetto messo in campo, ossia l’Ulivo. Il volume, apprezzabile per l’attento sguardo sociologico, difetta di una maggiore attenzione all’analisi politica, soprattutto per quel che riguarda gli anni della seconda Repubblica. L’autore, infatti, non pare attribuire grandi responsabilità alle innovazioni istituzionali di questa fase come la personalizzazione della politica e del potere, l’imposizione del maggioritario, la mitologia della società civile, l’attacco ai partiti. Anche per questa ragione, alla sinistra attribuisce l’incapacità di mettere in campo non un’alternativa di sistema, ma un’alternativa dentro il sistema.