Recensione
Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 22/06/2013

La grande Germania fa paura all'Europa?

Una delle vignette più geniali apparse nei mesi convulsi della riunificazione tedesca ritrae la Thatcher con Helmut Kohl, che giganteggia accanto a lei. La Lady di Ferro gli tuona «si sieda». Il «gigante buono», con aria annoiata, le risponde «sono già seduto». I tentativi di sabotaggio dei britannici sono noti,ma è nel passaggio alla Germania unita che si ritrova il nucleo della nuova Storia globale, della Globalgeschichte, dell’Europa proiettata con la sua moneta unica e la sua tentata convergenza fiscale in un mondo ormai multipolare e globalizzato. Sepolta sotto le macerie del Muro non c’è solo la ferita della Germania divisa ma anche il vecchio europeismo postbellico, sostiene Angelo Bolaffi, e lo scisma culturale che dalla prima unificazione bismarckiana aveva condotto il sogno germanico invariabilmente alla deriva nazionalistica e bellica. La domanda di fondo della sua riflessione, Cuore tedesco, è quella di sempre, quella che Thomas Mann poneva a se stesso:questa Germania ritrovata deve far paura? La risposta del germanista è no. E’ stata capace, per citare Nietzsche, di «stedeschizzarsi », di compiere il salto da «inquietante enigma» a «modello ammirato». E dopo i tentennamenti dei primi decenni del dopoguerra, ha finalmente incluso il baratro di Auschwitz tra i miti fondanti della propria identità, ha compiuto il «pentimento ravvedimento» senza ambiguità che Hannah Arendt aveva invece faticato a trovare, nel suo viaggio in Germania della fine degli anni Quaranta. Il Paese di Angela Merkel è un modello, anzitutto di relazioni industriali consensuali e di cultura del risparmio e atavica diffidenza nei confronti del debito. Una tradizione, quella corporativa, «austera» e anticonflittuale, che ha radici lontane ma che ha garantito alla prima economia europea una perdurante crescita di produttività.Assieme alla sua capacità costante di rinnovamento, come dimostrano le riforme del welfare dell’Agenda 2010 di Gerhard Schroeder, che come ama ripetere spesso, ha « messo gli interessi del Paese davanti a quelli del partito»e su quel piano di riforme ha perso le elezioni del 2005. Indubbiamente, però, è stata anche la pessima cultura bancaria tedesca, pesantemente lottizzata dalla politica e caratterizzata da rovinosi fallimenti, ad avere un peso schiacciante su ogni fase della crisi dell’euro, dagli aiuti alla Grecia all’attuale impasse sull’Unione bancaria. O non si può ignorare che la scomparsa delle monete deboli dell’eurozona abbia regalato enormi benefici a un Paese «campione dell’export» passato da una moneta forte come il marco ad una ideata ad immagine e somiglianza dello stesso. Anche questo è parte del segreto del successo della Germania unificata. Che oggi si pone senza complessi,ma non senza fatica alla guida dell’Europa. Anche a causa del predominio della dantesca veduta corta e della scomparsa di quell’ «ostinato ottimismo» che animava alcuni dei padri della nuova Europa. Anzitutto quell’Helmut Kohl che a dispetto della Thatcher, della «Monroe dagli occhi di Caligola» come la descriveva Mitterrand, resta ungigante.