Recensione
di Sergio Romano, Corriere della Sera, 29/11/1998

Weimar: una repubblica tra due catastrofi

"Andavamo a scuola, facevamo i compiti a casa, venivamo puniti o premiati come se tutto fosse normale. Ma di tanto in tanto le scuole venivano chiuse per disordini o mancanze di carboni, di tanto in tanto un ministro veniva ucciso e gli studenti si presentavano nelle piazze per inscenare manifestazioni di gioia. La gente lavorava e, se poteva permetterselo, passava le vacanze al mare divertendosi in modi vecchi e nuovi; c'era il cinema, divenuto ormai fenomeno di massa, il jazz importato dall'America, e ben presto la radio. Queste disincantate parole sono di Golo Mann, figlio di Thomas, esule nel 1933, soldato americano fra il 1943 ed il 1946, professore di storia in università americane e tedesche dopo la fine della seconda guerra mondiale. Parla, naturalmente, della Repubblica di Weimar, vale a dire dei quattordici anni (due più del Terzo Reich) che intercorrono tra la sconfitta della Germania nel novembre del 1918 e l'avvento di Hitler nel gennaio del 1933. La Repubblica prese il nome dalla città di Goethe, in Turingia, dove il 6 febbraio del 1919 si riunì un'Assemblea a cui gli elettori, due settimane prima, avevano affidato il compito di scrivere la nuova costituzione dello Stato tedesco. Tutto si svolse con straordinaria rapidità . In febbraio un socialdemocratico, Friederich Ebert, fu eletto alla presidenza della Repubblica. In giugno il governo e la Assemblea decisero di accettare le clausole leonine di Versailles. In luglio l'Assemblea promulgò la nuova costituzione: un parlamento eletto con il suffragio proporzionale, un governo responsabile di fronte al parlamento, un capo dello stato privo di poteri esecutivi, ma scelto dal popolo e autorizzato, se necessario, a sospendere le garanzie costituzionali. In pochi mesi la Germania cambiò volto. L'impero divenne Repubblica, il Reich autoritario si trasformò in democrazia parlamentare, i socialdemocratici conquistarono la maggioranza relativa e tennero nelle loro mani per qualche tempo le maggiori cariche dello Stato. Persino nella sconfitta il popolo tedesco sembrava dar prova di una straordinaria efficienza. La realtà fu alquanto diversa. Ottant'anni fa, in questi giorni, la Germania era, non meno della Russia, un paese torbido, violento, continuamente sconvolto da rivolte, scontri di piazza, omicidi politici, colpi di mano, fiammate rivoluzionarie, tentativi secessionisti: l'ammutinamento dei marinai a Kiel, la rivoluzione di Kurt Eisner in Baviera, la rivolta spartachista nella capitale, l'assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg a Berlino, l'assassinio di Eisner e la nascita di una repubblica sovietica a Monaco, l'intervento delle forze armate contro i moti comunisti in alcune città tedesche, le azioni militari dei corpi franchi nella Prussia orientale e nel Baltico. La repubblica venne battezzata nel sangue e fu sino alla fine instabile, tumultuosa, violenta. I suoi anni migliori furono tra il 1923 ed il 1929, quando un grande uomo di stato, Gustav Stresemann, riuscì a reinserire la Germania nel concerto delle potenze e a correggere, di fatto, alcune delle più assurde ingiustizie del trattato di Versailles. Ma prima e dopo Stesemann la storia di Weimar fu una tragica sequenza di inflazioni galoppanti ( nel 1920 e nel 1931), clamorosi assassinii (Mathias Erzberger nell’agosto del 1921, Walther Rathenau nel giugno del 1922), putsch ed insurrezioni (Kapp a Berlino nel Marzo del 1920, gli spartachisti nella Ruhr pochi giorni dopo, Hitler a Monaco nel 1923). La repubblica visse precariamente fra due catastrofi - il collasso del Reich alla fine della Grande Guerra, il collasso dell'economia mondiale dopo il crack di Wall Street nel 1929 - e non fu mai amata dalla maggioranza dei suoi cittadini. Per i comunisti fu borghese, capitalista e irrimediabilmente viziata dal patto segreto che i socialdemocratici di Noske avevano stipulato con l'esercito nel 1919 per reprimere i moti rivoluzionari dell'estrema sinistra. Per la destra fu rinunciataria, imbelle, irrimediabilmente compromessa dalla viltà con cui i suoi esponenti avevano accettato il diktat dei vincitori. La sua anima socialdemocratica e liberale si andò progressivamente rimpicciolendo sino a divenire drammaticamente minoritaria. Ma il pi tragico dei paradossi di Weimar fu l'ostilità della sua intellighenzia. Nessun altro paese europeo ebbe in quegli anni una così starordinaria gamma di scrittori, poeti, pittori, musicisti, architetti, designers, registi teatrali e cinematografici, attori, cantanti, filosofi e scienziati. Trasformarono la scena europea e rinnovarono, quando scelsero l'esilio, la cultura del paese che li accolse. Ma il maggior germanista di lingua inglese, Gordo A. Craig, osservò un giorno che pochi di essi, negli anni della grande depressione, sentirono il bisogno di schierarsi in difesa della Repubblica quando i suoi molti nemici sferrarono il loro assalto finale contro la democrazia tedesca. Come Cesare sugli scalini del teatro di Pompeo, anche la Repubblica di Weimar fu trafitta da molti pugnali: i latifondisti delle marche orientali, la vecchia burocrazia, la casta militare, i grandi industriali, lo scetticismo degli intellettuali ed infine i comunisti, convinti che soltanto il peggio avrebbe favorito le sorti della grande rivoluzione proletaria. Dalla fine della seconda guerra mondiale gli storici non cessarono di interrogarsi su Weimar e sulle ragioni del suo fallimento. Molti osservano che la sua costituzione un ibrido tra parlamentarismo e presidenzialismo esplose come una bomba a orologeria quando la crisi economica e lo scrutinio proporzionale sconvolsero il quadro politico ed impedirono la formazione di qualsiasi maggioranza parlamentare. Altri segnalano l'insanabile dissidio a sinistra tra comunisti e socialdemocratici. Altri ancora ricordano la miopia del trattato di Versailles e gli effetti devastanti della grande depressione su una economia a cui i vincitori avevano tagliato le ali. Nelle pagine conclusive di una grande summa apparsa in questi giorni presso l'editore Donzelli ( la Repubblica di Weimar), uno dei maggiori studiosi tedeschi, Heinrich August Winkler, ricorda alcune fra le interpretazioni avanzate nel corso degli ultimi cinquant’anni. Secondo gli storici comunisti della Repubblica Democratica Tedesca, Weimar cadde, in ultima analisi, perché il partito socialdemocratico tradì le forze popolari e consegnò il potere nelle mani della borghesia monopolistica. Ma secondo un grande storico conservatore, Karl Dietrich Erdmann (di cui qualcuno forse ricorderà l'intervento alle Stelline in occasione di un grande convegno su Federico Chabod, organizzato da Bruno Vegezzi), la Germania del dopoguerra aveva i fronte a sé soltanto due strade: o la rivoluzione sociale in alleanza con le forze che spingevano per una rivoluzione proletaria, oppure la repubblica parlamentare in alleanza con le forze conservatrici come il vecchio corpo degli ufficiali. Secondo una tesi degli anni Sessanta, molto popolare tra i movimenti studenteschi del '68, l'errore più grave fu di non favorire lo sviluppo e l'azione fortemente riformatrice dei consigli (i soviet tedeschi), spontaneamente sorti dai moti insurrezionali del novembre del 1918. Ma secondo Winkler la società tedesca era troppo industrializzata e complessa per tollerare l'ipotesi di uno scontro paralizzante con i poteri costituiti, gli interessi economici e le grandi istituzioni della società imperiale. Sin dal 1919, ricorda Winkler, il timore della guerra civile paralizzò le forze democratiche e favorì in ultima analisi l'avvento di Hitler. A differenza della Repubblica Democratica Tedesca, la Repubblica Federale non ebbe verità ufficiali. Ma dal fallimento della prima repubblica nazionale Tedesca trasse pragmaticamente la convinzione che occorresse, per quanto possibile, evitare con una migliore costituzione gli errori di Weimar. Quando si riunirono nel 1948, i costituenti tedeschi abolirono la elezione popolare del presidente e rafforzarono il parlamento, ma corressero il parlamentarismo con due regole fondamentali: una soglia elettorale ( il 5 per cento ) che scoraggia la proliferazione dei partiti, e la sfiducia costruttiva ( per abbattere un governo occorre proporre contemporaneamente il suo successore), che più di qualunque altro articolo della costituzione ha contribuito a fare della Repubblica Federale una democrazia del cancelliere. Da noi, come è nato, è accaduto il contrario. Anche l'Italia ebbe la sua Weimar'': L'imbelle democrazia parlamentare che occupò la scena fra il 1919 ed il 1922. Ma anziché studiarne le debolezze, correggerne gli errori e creare le condizioni per una maggiore stabilità dell'esecutivo, i costituenti italiani furono dominati soprattutto dal desiderio di evitare una improbabile restaurazione fascista. Dopo mezzo secolo esiste in Germania una costituzione che resiste bene al logorio del tempo e abbiamo in Italia una costituzione malata intorno alla quale si agitano inutilmente, senza riuscire ad accordarsi sulle terapie necessarie, tutti i medici della Repubblica.