Recensione
Mario Bonanno, www.sololibri.net, 20/06/2013

Il rapporto biunivoco tra noi e le cose

Che ne sarebbe di Linus senza la sua inseparabile coperta-feticcio? E di George Simenon senza la sua pipa? La lista degli esempi sarebbe interminabile e che gli oggetti si caricano di una valenza ulteriore a quella del mero “valore d’uso” lo aveva già intuito Karl Marx, attribuendo loro anche un “valore di scambio”, il prezzo stabilito sulla base del lavoro impiegato per costruirli: un modo come un altro per conferire un’anima alle cose, una “storia”, discendente da quella del loro artefice.

Senza stazionare ancora sulla filosofia: chi è che non ha mai avuto un “baule dei tesori” con dentro trenini, barbie, palle di gomma, soldatini, fumetti, ma anche soltanto una felpa sdrucita, un monile, una poltrona, un romanzo, un oggetto “del cuore”? Il rapporto tra noi e le cose è biunivoco e ha molto a che spartire col nostro mondo interiore (per gli anni dello sviluppo Donald Woods Winnicott ha parlato di oggetto transazionale, un oggetto fisico che sostituisce il legame madre-figlio). Prima della dittatura dei consumi è andata più o meno così, poi - come vaticinato da Marcuse - gli uomini (a una dimensione) hanno trovato la loro anima nell’auto di lusso, nella casa di lusso, negli elettrodomestici di lusso e il rapporto si è rovesciato-spoetizzato-patologizzato, e le cose divenute strumenti coercitivi come altri della società del Capitale.

Come indica lo psicoterapeuta Giovanni Starace nel suo ottimo “Gli oggetti e la vita” (Donzelli, 2013):

“Possedere un oggetto particolare diventa indispensabile per possedere se stessi, cioè una propria identità. Si realizza una sorte di mutazione antropologica”. Elucubrazioni analitiche a parte, il libro è uno studio ben congegnato, trasversale alle discipline - psicologia, filosofia, antropologia, sociologia, letteratura e letteratura clinica - sul rapporto che si instaura tra noi e i nostri manufatti, da qualunque parte li si voglia inquadrare, parte integrante della nostra esistenza, psichica ed emotiva.

“Il possesso degli oggetti garantisce una continuità del proprio sé lungo la vita; laddove si disperdono - come accade nelle calamità naturali - gli oggetti diventano i testimoni della rottura dell’integrità della persona, ma in altri casi la loro eliminazione può rappresentare anche una tensione liberatoria, che coincide con la volontà di dare spazio a nuove esperienze”. In termini leggermente diversi: perché accumuliamo oggetti (compresi quelli superflui) nemmeno fossero i lingotti d’oro di zio Paperone e, in altre circostanze, invece, ce ne disfacciamo senza battere ciglio? Perché veniamo colti, quasi sempre, da timore & tremore al cospetto delle cose ereditate, appartenute a una persona cara che non c’è più?

Intorno ai risvolti della nostra controversa relazione col mondo delle cose Giovanni Starace edifica una digressione densissima e interessante, che vi consiglio di leggere perché coinvolge, in primo luogo, aspetti che ci riguardano tutti, in quanto coinvolgono la nostra sfera emotiva. Avete presente le madeleine di proustiana memoria declinate in salsa psicoanalitica?