Recensione
Gilberto Corbellini, Il Sole 24 ore, 16/06/2013

Il fatale triennio che uccise il boom

Il fatale triennio che uccise il boom di Gilberto Corbellini Abreve distanza editore Donzelli ha stampato due libri che approfondiscono, da prospettive diverse, una tesi storiografica abbastanza condivisa, e illustrata da un altro libro dello stesso editore, pubblicato nel 2011, Il miracolo scippato, di Marco Pivato (vedi Domenica, 17 aprile 2011). La tesi è che nei primi anni Sessanta, cioè nel pieno del boom economico, l'Italia avesse le potenzialità per assumere un ruolo da protagonista nella costruzione delle economie fondate sulla conoscenza. Che, in ultima istanza, sono la conoscenza scientifica e le innovazioni tecnologiche, grazie a cui l'Occidente ha attraversato e superato nell'ultimo secolo una serie di crisi economiche, garantendo crescita di benessere e libertà. Quindi anche una fioritura culturale più in generale. L'incapacità politica e la mancanza di visione industriale da parte dei decisori di quegli anni, avrebbe dissipato quel potenziale, sarebbe l'origine autentica dell'irreversibile declino, prima culturale, civile e morale, e poi economico, che colpisce il Paese da decenni. Mazza definisce il triennio 1962-64 il «cronotopo del mancato sviluppo italiano », per il prodursi di fatti e sviluppi economico- politici e socio-culturali che castrarono le potenzialità per l'Italia di partecipare da protagonista alla costruzione di un'economia della conoscenza che è fondata, in larga parte, sulla rivoluzione informatica. Nel 1962 iniziava, con le manovre che portavano alla nascita del primo centrosinistra, un processo segnato dall'incapacità politica, soprattutto a sinistra, giacché una destra borghese, decente e influente, l'Italia non l'ha proprio conosciuta, di capire cosa stava accadendo. Per cui invece di favorire la selezione di decisioni strategicamente funzionali a una ricostruzione antropologica del paese, mirate a valorizzare ricerche e competenze in grado di rendere l'economia e le forze produttive meno dipendenti da tutele paternalistiche e conservative, si è proceduto all'occupazione politica e clientelare, quindi parassitaria, dei centri nevralgici dello Stato. Mazza parla di «debito culturale contratto con l'idea di innovazione a metà degli anni Sessanta», di cui rimane simbolica la decisione, nel 1964, di vendere il settore ricerche dell'Olivetti, da cui era uscita l'invenzione del primo personal computer. Per far rivivere al lettore una più diretta percezione del contesto spaziotemporale analizzato, il libro di Mazza contiene ai margini del testi dei codici Qr, leggibili con una qualunque app dedicata e scaricabile su smartphone, che consentono di vedere filmati i documenti o ascoltare le interviste (non tutte illuminanti) realizzate dall'autore con De Rita, Ferrarotti, Pio!, Pizzinato, Bettazzi, Sorbi e Martelli. Nel 1962 Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II, moriva Enrico Mattei e iniziava una stagione di elaborazioni politicoeconomiche a sinistra, di fatto conservatrici, come ricorda Mazza. Era, però, anche l'anno in cui veniva fondato a Napoli, da Adriano Buzzati Traverso, il Laboratorio Internazionale di Genetica e Biofisica (Ligb). L'aggettivo "Internazionale" era la chiave innovativa dell'operazione. Cassata ha scritto una biografia di Adriano Buzzati Traverso, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita, in funzione di ricostruire l'origine del Ligb e la vita sotto la conduzione del genetista e manager scientifico. La vicenda è abbastanza nota, ma Cassata dispiega tutte le sue eccellenti qualità di esploratore di archivi e cacciatore di documenti. Ne scaturisce una dettagliatissima ricostruzione delle articolate strategie usate da Buzzati Traverso per mettere in atto la sua idea che la ricerca scientifica di base è il motore dello sviluppo economico e civile di un paese moderno, e per aggirare le continue trappole che gli tesero un sistema accademico e politico-finanziario palesemente ancora premoderno. Purtroppo i suoi nemici la ebbero, alla fine, vinta, e nel 1969 Buzzati Traverso abbandonò al suo destino quello che era diventato l'Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica (anche se ormai perdeva i finanziamenti internazionali), prendendo a pretesto il clima conflittuale che si era creato, ovvero l'occupazione politica e i danneggiamenti del Laboratorio. Anche Cassata si richiama alla tesi che legge nelle mancate riforme negli anni del boom economico l'origine dei problemi a cui la politica della scienza è andata incontro. Ma perché le classi politiche e dirigenti persero quell'occasione? Gino Martinoli, amico di Adriano Olivetti e amministratore delegato dell'Agip Nucleare, che realizzò la prima centrale nucleare a Latina, nel 1961 denunciava l'inadeguatezza soprattutto del sistema educativo italiano, che non insegnava a formulare in modo chiaro e razionale i problemi di natura scientifica o tecnologica. Come conseguenza di un insegnamento legato a una tradizione superata, la classe dirigente mancava di uno "spirito di ricerca", vale a dire di un'attitudine mentale orientata nel senso di un approccio sistematico e razionale ai problemi. Per Martinoli, il ritardo della ricerca italiana non era dovuto a mancanza di mezzi, ma di una cultura adeguata della classe politica e di quella dirigente. Dopo cinquant'anni, la situazione non soltanto non è cambiata, ma è addirittura di molto peggiorata.