Recensione
Valentina Marconi, Osservatorio Iraq, 09/06/2013

Egitto. Diciotto giorni non son bastati.

In "Il Cairo. La mia città. La nostra rivoluzione", la scrittrice e giornalista Ahdaf Soueif racconta il processo 'rivoluzionario' egiziano, in un libro a metà strada tra l'autobiografia e il reportage giornalistico.

"Nel febbraio 2011, ero Tahrir", spiega l'autrice. Al centro della sua ricostruzione la piazza - con le manifestazioni, gli ospedali da campo improvvisati, i muri che si riempiono di graffiti - ma soprattutto la storia del 'risveglio' di un popolo che dopo più di trent'anni di dittatura trova la forza di alzare la testa.

E sullo sfondo dei molteplici eventi che si dipanano per le strade del Cairo, si allungano le ombre degli shuhada (i martiri), giovani e meno giovani che hanno perso la vita durante gli scontri.

Ma questo libro non è solo la 'cronaca' di un momento rivoluzionario, è anche riflessione politica, storia personale e racconto di tutti i passi avanti (e indietro) compiuti dall'Egitto anche dopo la caduta di Mubarak.

Ed ecco che Ahdaf Sueif disegna la parabola discendente della partecipazione elettorale nel paese: dal referendum del marzo 2011 alle presidenziali del giugno 2012.

E poi ancora le grandi manifestazioni, represse ferocemente dalla violenza di Stato come ad Abbasiya, Maspero, Mohammed Mahmud e gli scontri con gli ultras Ahlawi.

Il racconto dell'autrice fotografa nitidamente la ferocia e brutalità con cui le forze di sicurezza e i militari hanno attaccato i civili, descrivendo anche il ruolo svolto dalla baltaghyia, quasi onnipresente e sempre pronta a collaborare al servizio del regime.

Ma "diciotto giorni non sono bastati": è questa l'amara considerazione che riecheggia in ogni pagina del libro, perché con la caduta del 'Faraone' è stata tagliata solo la testa del corrotto sistema politico: il corpo è rimasto intatto.

Perciò "la nostra rivoluzione continua ma è diventata più grande, più dura, più reale, ha perduto molta della sua innocenza e, forse, ancora ne perderà".

Oggi la rivoluzione egiziana è in molti luoghi, ma soprattutto rappresenta uno stato mentale nuovo.

A questa nuova consapevolezza si affianca la certezza di essere, d'un tratto, stati catapultati al centro del mondo: “Quando il Wisconsin, per primo, ha sollevato la bandiera di Tahrir [...], i rivoluzionari egiziani hanno fatto recapitare delle pizze ai dimostranti. Durante le proteste in Spagna […] è riecheggiato il ritmo degli slogan egiziani. In Egitto guardiamo con molta attenzione alla Grecia. […] poiché i sistemi che opprimono e sfruttano la gente sono diventati globali, globale è diventata la nostra resistenza. Nessuno di noi è solo".