Recensione
Omar Manini, www.reportweb.tv, 05/06/2013

Libro meraviglioso e immaginifico

La storia dei miei fumetti, meraviglioso e immaginifico libro di Antonio Faeti, è una di quelle avventure letterarie che ti fanno golosamente precipitare nel mondo dell'infanzia per recuperarne una adulta consapevolezza che ne ridefinisca i ruoli e ne livelli la distanza temporale. Una scrittura scorrevolissima, dall'atteggiamento intimo e dall'approccio partecipe, che colma anche l'ignoranza del lettore sprovveduto senza sfociare mai nella superbia del didascalismo. Diviso in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un autore amato, ammirato e alle sue vicende, Faeti ci illustra "[...] la storia di un'educazione sentimentale compiutasi per mezzo o forse per causa dei fumetti" che da personale riesce a diventare quella di ogni lettore che gli si affida; lo fa forte di uno stile analitico che non perde mai l'alchimia divulgativa, portando a galla l'intelligenza sopraffina racchiusa dentro le stringhe citate come esempio, alcune delle quali riprodotte nella loro bellezza cromatica o nelle sfumature bicolori. Tra i moltissimi citati figurano Nadir Quinto, Giuseppe Porcheddu, Antonio Canale, Guido Crepax, Burne Hogarth, Jacovitti: mostri sacri che attraverso disegni e racconti celano, sotto le mentite spoglie di avventura per bambini, un'intelligenza narrativa e uno studio dei caratteri psico-storico-sociali assolutamente inaspettati. Faeti ci parla della doppia lettura di questi artisti: quella ludica e quella più segreta che emerge dal confronto e dall'attenta analisi. In Le sette città (1937) di Sebastiano Craveri, ad esempio, si apprezza il delizioso gusto di mescolare spunti di varia natura e origine, dettati da una profondissima cultura personale, elevandoli ad una nuova, geniale e piacevolissima originalità fiabesca; in Dottor Faust (1939) di Rino Albertarelli emerge l'attenzione iconografica, la pervicace voglia di oltrepassare lo stereotipo affidandosi alla documentazione, la capacità di trovare scenari e modelli visivi legati alle penombre, recuperando i grigi del b/n cinematografico. Ogni pagina è una sorpresa, un'emozione, un ponte tra passato e presente che ci aiuta a recuperare lo stupore, accantonando, per una volta, l'abitudine al grigiore.