Recensione
Alfio Mastropaolo, Il Manifesto, 29/05/2013

Il malato immaginario della democrazia

Le radici del presente sono sempre antiche, più di quanto immaginiamo. Lo ricorda, in questo saggio acuto e brillante Salvatore Lupo (Antipartiti, Donzelli, pp. 260, euro 13), rivisitando l’intera storia repubblicana alla luce di tre categorie fondamentali: partito, antipartito, iperpartito, cui se ne può aggiunge una quarta, mai apertamente menzionata, che è il postpartito: attuale perversa sintesi delle tre categorie precedenti . Detto in breve: non è lo Stato il dispositivo politico fondamentale che ha retto la democrazia repubblicana, ma sono stati i partiti di massa. Condotta la lotta di liberazione, scritta la costituzione, hanno assicurato, pur in forma dialettica, la conduzione del paese almeno fino al termine degli anni Ottanta. La retorica antipartitica ha sostenuto che dietro l’apparenza della competizione si celavano solide complicità, specie tra i partiti maggiori, complici anche nella spartizione delle risorse pubbliche e della stessa società. Anzi, si è detto perfino che la loro propensione spartitoria e invasiva era in continuità col fascismo. Smentendo tale schema di gran successo, Lupo individua una ben più lacerante linea divisoria: quella che ha opposto ai partiti la suggestione di una società retta anziché dalla dialettica politica, da una politica senza dialettica: ovvero l’antipartito nelle sue molteplici varianti. Accomunate dalla critica ai partiti intesi come macchine oligarchiche, invasive e inclini a corruzione e malaffare. Fino all’ultimo antipartito, fatto di una indigesta miscela di velleità tecnocratiche e umori plebiscitari, per non dire populisti. Con dovizia di particolari e notazioni Lupo narra l’avventura dell’antipartito di destra: le avvisaglie qualunquiste, le mene di Montanelli, ovviamente per conto d’altri, fondate sullo smascheramento dell’antifascismo, il governo Tambroni e i disegni di Antonio Segni, in combutta col generale De Lorenzo, la connivenza di taluni apparati dello Stato, la polemica sulla partitocrazia imbastita da Maranini e i tentativi del repubblicano Pacciardi, che negli anni Sessanta lancerà la proposta di una Seconda Repubblica d’impronta gollista, fino al piano di rinascita democratica di Licio Gelli. Cosa accomuna queste mosse? Sono tutte mosse compiute da ambienti conservatori, alcuni provenienti dal fascismo, non rassegnati né al rinnovamento dei ceti dirigenti prodotto dai partiti, né alle politiche redistributive da essi promosse a beneficio dei ceti popolari, vuoi dal governo, vuoi dall’opposizione. E che sognano un iperpartito totalizzante cui consegnare il paese. Ma non c’è unicamente l’antipartito di destra. Ce n’è pure uno che si vuole d’ispirazione democratica. L’annuncia con clamore Marco Pannella, un allievo di Maranini che si è anche intestato importanti battaglie civili come quella sul divorzio. Proseguirà Giuliano Amato, che dallo scranno di presidente del consiglio stabilirà la parentela tra partito fascista e democrazia dei partiti. Ma c’è dell’altro. C’è Mario Segni col movimento referendario e la Rete di Leoluca Orlando. Lupo racconta. Anche qui, dietro le insegne della società civile, spiccano ambizioni di potere, condivise da attori altrimenti destinati a fare da comprimari. Che contro i partiti sfruttano un’opportunità offerta dai partiti stessi e segnalata per la prima volta dai movimenti del 68. Giunti piuttosto in forma alla metà degli anni Sessanta, avendo guidato la crescita economica, i partiti danno segni di stanchezza. Faticano a operare quale nesso tra politica e società in un paese che ormai sta profondamente cambiando. Da cui proviene una domanda di partecipazione, coinvolgimento, informazione e autonomia dai partiti che questi ultimi non comprendono o non riescono a esaudire. Per troppo tempo avevano strutturato la società per rassegnarsi a ripiegare. Per carità, i partiti erano ancora ben vivi. Lupo rammenta le riforme degli anni Settanta, tra cui il consolidamento del welfare. Reggono, i partiti pure alla grande offensiva terroristica, dando prova, nel terribile frangente del rapimento Moro, di aver elaborato un maturo senso dello Stato. Se non che, quando avrebbero dovuto davvero dar prova di dinamismo, apertura, capacità di aggiornare le forme della loro dialettica – Moro l’aveva compreso, allorché riconobbe che era venuto il tempo per la Dc di lasciarsi avvicendare al governo – i partiti s’intestardirono a ripetersi, essi stessi sfruttando, è il significato profondo del craxismo, le proprie difficoltà per promuovere un ulteriore arroccamento oligarchico, che tutti, anche i più ostili a Craxi, condivisero. S’inaugurava in tal modo il dibattito sulle riforme istituzionali, che ha puntato ad accantonare e scavalcare i partiti, anziché riformarli. Finché dai meandri più oscuri del paese, dove non ci si era rassegnati alla costituzione e alla democrazia da essa disegnata, non emergerà l’alternativa plebiscitaria. Annunciato dal ringhioso separatismo razzista della Lega, è giunto il berlusconismo, il cui collasso ha alla lunga coinvolto pure gli avversari, costituendo l’humus dell’ultimo anti-iperpartito: quello di Grillo. Sono tutte cose diverse, ma accomunate da una viscerale ostilità alla democrazia rappresentativa, al principio della separazione dei poteri, nonché, ovviamente, all’idea di partiti organizzati. Che s’è ormai diffusa per tutto l’arco politico. A cosa pensa – se non a una democrazia populista – Matteo Renzi, quando sogna di ridurre allo stato liquido l’unico partito malgrado tutto sopravvissuto a cotanto travaglio, facendosi insieme a Grillo vate del postpartito? Ci sarebbe da dire ben di più. Va comunque sottolineata la cura con cui il libro tratta delle tante pagine oscure della storia repubblicana: golpe De Lorenzo, terrorismo rosso e nero, P2, mafia e quant’altro. Lupo scansa il tormentone delle interpretazioni dietrologiche e complottiste. Forse di queste vicende non sappiamo tutto, ma ne sappiamo abbastanza per rifiutarsi d’interpretarle come frutto di un’unica regia, come complotti del grande vecchio, come manovre tessute da chissà quale centrale internazionale. Sono vicende drammatiche, ma che rientrano nella patologia democratica e ampiamente spiegabili con la storia di un paese che ha conosciuto uno straordinario processo di cambiamento, e di crescita civile, la cui tumultuosità ha provocato inconvenienti gravissimi. Resi però ancor più gravi dalla propensione di molti attori politici a strumentalizzarne la denuncia, supponendo nessi organici e onnipervasivi con la politica ufficiale e coi partiti, quando invece si sarebbe solo dovuto contrastarli e scongiurarne il ripetersi. Invece di gridare al complotto, delegittimando in toto istituzioni e partiti, non sarebbe stato più saggio rinsaldare sia le istituzioni sia i partiti, irrobustire la cultura democratica, promuovere un ordinato ricambio delle classi dirigenti, predisporre per tempo economia e società alle difficoltà che avrebbero inevitabilmente incontrato una volta raggiunta la maturità?