Recensione
Marco Belpoliti, La Stampa, 25/05/2013

Tra sedie e tavoli cercandol’anima dal rigattiere

Nel primo scritto che apre il volume L’altrui mestiere, intitolato La mia casa, Primo Levi racconta del suo appartamento in via Re Umberto a Torino. Da fuori a dentro. Elenca gli oggetti che vi si trovano: il portaombrelli, dove il padre depositava il parapioggia o il bastone da passeggio; il ferro di cavallo trovato dallo zio Corrado; una grossa chiave appesa a un chiodo, di cui non si sa più l’origine; e via via altre cose, mobili o angoli dell’abitazione dove, salvo «involontarie interruzioni », ha trascorso tutta la sua vita. Abitazione e abito hanno il medesimo etimo e origine, poiché la seconda pelle che possediamo è proprio il luogo in cui viviamo. Non a caso Hannah Arendt ha scritto che sono le cose del mondo a fungere da stabilizzatori della vita umana: «gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé, cioè la loro identità, riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo». Detto da chi ha dovuto cambiar casa più e più volte, da Parigi a New York, per mettersi in salvo dalla bestia nazista, che invece ha inghiottito lo scrittore torinese, la cosa colpisce; ma è proprio degli esiliati avere un’affezione particolare alle cose, sia quelle perse sia quelle salvate. A questo tema – quanto contano gli oggetti nella nostra vita – è dedicato un singolare libro di Giovanni Starace, Gli oggetti e la vita, in cui si legge il passo della filosofa tratto da Vita activa. L’autore, uno psicoanalista che vive e lavora a Napoli, parte dalla stanza della propria figlia, Martina, di cui descrive l’evoluzione nel corso degli anni mediante l’arrivo di oggetti sempre nuovi, che scandiscono la sua vita di padre; poi passa a esaminare le storie di suoi pazienti – per lo più donne –, che ha avuto modo di ascoltare nel setting analitico sul tema delle «cose». Gli oggetti d’affezione diventano così una sorta di termometro del benessere, o del malessere, delle persone, fonte di rassicurazione come di disagio, in una varietà di casi che Storace racconta con molta delicatezza, alternando le vicende alle sue riflessioni, e alle citazioni di filosofi, psicologi, scrittori. Ne esce un doppio ritratto degli oggetti posseduti che il «rigattiere dell’anima », così si definisce, dispone su due piani: nel primo, le cose come pura proiezione degli uomini; nel secondo, le cose che esistono indipendentemente da noi. Per Herbert Mead, filosofo e psicologo americano vissuto tra la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento, l’oggetto materiale non si troverebbe nel mondo prima dell’atto percettivo che lo produce, ovvero prima che sia stato individuato dal soggetto; così egli pone le «cose» all’interno di una pura passività rispetto al soggetto medesimo, tesi sostenuta in modi diversi anche da altri autori: Freu, Jung, Durkheim. Si tratta di una visione che discende dal postulato cartesiano Cogito, ergo sum, che coglie solo un aspetto della nostra relazione con il mondo. Sebbene la capacità di rappresentazione della coscienza e la simbolizzazione siano fondamentali per la crescita umana, Storace mostra come gli oggetti vivano una loro vita separata da noi, mentre non possiamo far a meno di riconoscerli attraverso la categoria della «famigliarità», di cui parla la filosofa Francesca Rigotti nel recente Nuova filosofia delle piccole cose (Interlinea). Sono le cose a generare quella concretezza in cui identificarci, per non essere sommersi dall’angoscia in un mondo che è sempre più privo di riferimenti. Così si spiega anche il piccolo e grande collezionismo, infantile o adulto, che ci riguarda tutti: l’attaccamento che dimostriamo alle nostre modeste, o grandi, serie di «cose».Walter Benjamin ha scritto che nel collezionista non solo gli oggetti vivono in lui, ma che è anche lui a vivere in loro. Ci sono mille esempi di queste esperienze d’affezione o, al contrario, di sconcerto. Storace si sofferma su quella del trasloco delineando una sua piccola fenomenologia: come frattura rispetto al passato, con effetti malinconici o angosciosi, e come rigenerazione e rinascita: casa nuova, vita nuova. Le cose ci sopravvivono e, come dicono benissimo due versi conclusivi di una poesia di Borges, «Dureranno più in là del nostro oblio;/ non sapran mai che ce ne siamo andati».