Recensione
Alberto Brambilla, Gazzetta di Parma, 19/05/2013

I fumetti di Faeti. Da Tarzan a Pecos Bill

Ci sono molti modi di scrivere una biografia, o meglio un’autobiografia. Quello scelto da Antonio Faeti (1939), prima maestro di scuola elementare poi docente universitario nell’Università di Bologna, è senz’altro originale. Ma non privo di una sua logica interna, perché Faeti è stato, ed è tuttora, uno straordinario conoscitore dell’immaginario visivo italiano, come testimonia una mole imponente di studi, a incominciare dal volume «Guardare le figure », pubblicato nel 1972 da Einaudi e da non molto riproposto dall’editore Donzelli. Ciò premesso si comprende il titolo del suo nuovo, ponderoso, libro, «La storia dei miei fumetti», (Donzelli) . Come recita il sottotitolo (L’immaginario visivo italiano fra Tarzan, Pecos Bill e Valentina), Faeti in apparenza non fa altro che prolungare qui il suo lavoro di studioso, approfondendo alcuni aspetti particolari, prendendo in esame un lungo arco cronologico. Una cronaca appassionata della sua speciale «educazione sentimentale», ossia appunto un’autobiografia sui generis, costruita attraverso una narrazione ‘figurata’, in particolare attraverso i fumetti, di cui Faeti è anche collezionista incallito. Il libro racconta l’incontro dell’autore con il mondo magico delle immagini, incominciando da lui bambino, lettore curioso di «Topolino » o del «Corriere dei piccoli». Siamo a Bologna, in tempo di guerra. Il piccolo Antonio, figlio di operai, è spesso costretto a ripararsi nei rifugi collettivi, a scendere negli scantinati, nelle viscere della città. È in questo buio maleodorante ed umido che si stringono i corpi, che si incomincia a sentire il brivido del mistero e dell’ero - tismo, che Faeti collega spontaneamente a una tavola, a un’immagine, che a sua volta genera ulteriori ricordi e ulteriori riflessioni. E naturalmente quell’esordio ‘sot - terraneo’ è pieno di significati riposti, che continuamente rinvia al pubblico ed al privato, a storie personali e collettive. Il libro è costruito secondo questo metodo straordinario, e dunque intreccia mirabilmente biografia dell’autore ed il suo progressivo avvicinarsi – prima in maniera ingenua, poi via via più consapevole – alla cultura figurativa di quegli stessi anni. Un’offerta certamente non ricchissima, ma comunque notevole, in grado di squarciare il piccolo mondo autarchico ed autoreferenziale dell’italietta fascista, aprendo lo sguardo su paesaggi e tempi e stili di vita decisamente alternativi, e perciò assai stimolanti. Faeti ci accompagna per mano non solo lungo la sua vita di bambino divenuto poi adolescente ed uomo maturo; ma, verrebbe da dire tavola dopo tavola, immagine dopo immagine, ci guida a scoprire le paure e le speranze di un’Italia povera ma dignitosa. Un paese lacerato da una guerra civile (molto intensa è la pagina in cui si collegano i nomi dei partigiani al mondo dei fumetti), che fatica a vedere la luce, ma trova appunto nella forza misteriosa delle immagini (da intendersi qui in senso lato, a cui si devono aggiungere altri stimoli, come quello del cinema o della musica, o dello sport) la voglia di risalire, di riprendere in mano il proprio destino. Sono queste le pagine forse più coinvolgenti, ma il libro si inoltra fin quasi ai nostri giorni proponendo una serie di percorsi non meno affascinanti. Un viaggio senza fine nello spazio e nel tempo, un modo – qui torna alle mente l’allegra brigata di Boccaccio – per allontanare la morte o almeno per non prenderla troppo sul serio.