Recensione
Luciano Canfora, Corriere della Sera, 20/03/2013

In difesa della filologia (applicata a Gramsci)

L a discussione sorta intorno ai dati contraddittori sull'entità complessiva del corpus dei Quaderni gramsciani ha un fondamento, e le «irregolarità nella numerazione e nella etichettatura fanno arguire l'esistenza di un altro Quaderno»: lo ha osservato Henning Klüver nella «Süddeutsche Zeitung» dello scorso 28 febbraio.Klüver ha il merito di aver dato conto al pubblico tedesco, su uno dei più importanti quotidiani, delle «scoperte» ? così egli le definisce ? racchiuse nel recentissimo saggio L'enigma del Quaderno di Franco Lo Piparo, edito da Donzelli. L'autore del volume ? nota Klüver ? «ha seguito con acribìa le tracce» del Quaderno mancante e «ha scoperto» i fenomeni che all'esistenza di tale Quaderno rinviano.Il riconoscimento dei passi avanti compiuti sin qui in tale ricerca è interessante, dopo che già lo studioso americano di Gramsci Joseph Buttigieg, intervistato da «La Repubblica», aveva definito «ineccepibile» questo «lavoro sulle carte» (9 febbraio).Per fortuna Lo Piparo, che in passato si era abbandonato a deduzioni ideologico-politiche azzardate e non utili, ha abbandonato quel terreno scivoloso e si è concentrato sui documenti e su quelli che la filologia di matrice tedesca chiamava Realien, dati di fatto.Stona perciò l'impazienza di chi vorrebbe addirittura già sapere cosa ci fosse scritto in quel Quaderno! È un modo di procedere che suscita l'ironia di Klüver.Il quale, al termine della sua eccellente cronaca, trova, chi sa perché, «molto italiano» fare oggetto di ricerca (Untersuchung) «un qualcosa che non è noto». Si potrebbe a rigore eccepire che chi ha dato vita alla celebre «Cosa in sé», inconoscibile par excellence, fu un non italiano di nome Immanuel Kant. E che molto prima di lui il greco d'Asia Anassagora aveva definito le tracce fenomeniche «sguardo sull'invisibile» (Fr. 21 DK opsis adelon ta phainomena). E cos'altro è una indagine filologica sulle tracce fenomeniche di un testo non conservato se non un cammino congetturale verso «ciò che non è direttamente visibile»? Le imponenti raccolte delle «tracce» delle tantissime opere antiche perdute stanno lì a testimoniarlo. E son dovute per lo più a grandi filologi tedeschi: Diels, Jacoby, Müller, Kock, eccetera.In conclusione: sarebbe dunque forse ora di accantonare l'indignazione preventiva che si sente di tanto in tanto montare da più parti, assumere un buon calmante e mettersi a studiare le fonti. Fa bene anche alla salute