Recensione
Antonio D'Orrico, Sette, 03/05/2013

Il fumetto come educazione sentimentale

La Seconda guerra mondiale era finita da poco quando a Bologna scoppiò il caso Tato. Un bambino, figlio di un piccolo imprenditore, fu ucciso da un ragazzo che era un dipendente del padre della vittima. L’assassino era orfano e viveva vicino al fiume Reno in una grotta dove furono trovati moltissimi fumetti. La cosa fu collegata all’assassinio e il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino lanciò una crociata invitando i bambini a bruciare i fumetti in loro possesso.

A quell’epoca Antonio Faeti, il professore che ha insegnato agli italiani a «guardare le figure » (come si intitola il suo libro più famoso, dedicato alle illustrazioni dei libri per ragazzi), frequentava la quinta elementare ed era un grande appassionato di fumetti. Fu perciò scelto dal suo maestro, che aveva deciso di celebrare in classe un processo ai fumetti messi sotto accusa dal quotidiano, perché vestisse i panni dell’avvocato difensore. Fu un processo scrupoloso. Ogni albo fu sottoposto singolarmente a giudizio (la responsabilità penale è personale) e Faeti smontò ogni accusa. Alla fine, nessun albo fu mandato al rogo, tutti assolti.

Da questo lontano episodio che lo vide rivestire brillantemente il ruolo di Perry Mason dei fumetti, comincia questo bellissimo libro che è la storia di una educazione sentimentale (individuale e generazionale) attraverso i fumetti. A rendere, almeno ai miei occhi, il libro più prezioso è il fatto che Faeti, ragazzo di origini proletarie, predilige nel suo racconto non le grandi firme del fumetto nazionale e internazionale chic ma la produzione più popolare. Perché non bisogna mai dimenticare (ora che i fumetti sono diventati un genere snob) che le origini sono, invece, assolutamente democratiche (e, vorrei aggiungere, teneramente commerciali).

Un grande spazio è poi lasciato all’ironia. Faeti fa notare, divertito, che nella prima avventura dell’Uomo Mascherato la bella Diana Palmesi, futura ed eterna fidanzata dell’eroe, rimane sempre, per l’intera durata della storia fatta, come da copione, di peripezie, agguati, fughe e inseguimenti, rigorosamente in costume da bagno. Ingenuità impagabile e dimostrazione che, tra le sue mille parentele (il cinema, la letteratura, il disegno, la pittura, la pubblicità, il giornalismo) di genere ibrido per eccellenza, il fumetto ha più di un legame con l’erotismo povero (quello ben simboleggiato dai calendarietti profumati di cui i barbieri facevano omaggio ai clienti più affezionati e che erano molto diffusi in quella stessa Italia del dopoguerra, l’epoca della massiccia riscoperta del fumetto).

Faeti racconta una lunga e bella storia con una intensità e una densità ormai rare nelle cose che si scrivono di questi tempi. Nel suo viaggio nella memoria rileva le tracce superstiti del fascismo (le sue censure, i suoi trucchi propagandistici) e tracce ancora più fresche della retorica di Salò nella produzione autarchica. Ma poi, finalmente, arriva l’America, quella degli Alleati che ci vennero a liberare. A rappresentarla meglio di tutti è il grande Milton Caniff (il Rembrandt del fumetto, così come il Michelangelo fu Burne Hogarth, il maestro di Tarzan). E, assieme a Caniff, c’è Alex Raymond che, non sazio di avere creato il grande Gordon, inventò pure Rip Kirby, 1946, «noto atleta, letterato, poliziotto dilettante, riservista dei marines, decorato per azioni di guerra nel Pacifico». Kirby somiglia spiccicato ad Arthur Miller, il drammaturgo, il marito di Marilyn. Perché il gioco cominciava a farsi più sottile e a intellettualizzarsi con un raffinato gioco di parodie, di rimandi, di citazioni.

Il libro si chiude con Valentina di Crepax (1965, quando Faeti ha già ventisei anni), che è, secondo l’autore, un modo d’essere ragazza italiana «che finalmente non doveva nulla alle Bovary della Bassa, alle ciociare ridanciane, alle operose mondine, alle sdilinquite maniache di telefoni ossessivamente bianchi». Infine, un capitolo il cui titolo, da solo, è già tutto un programma: «Di una speciale poetica chiamata “bonellità”». Omaggio dovuto al grande Sergio Bonelli.