Recensione
Sergio Pace, L'Indice n.4, 01/04/2013

Smentire i luoghi comuni

Che cosa rende una città internazionale? Quali sono le strategie e le pratiche che molte culture (economiche, politiche, amministrative, scientifiche, educative) sono chiamate a pensare e a mettere in atto perché una città riesca ad assumere un ruolo rilevante sulla scena internazionale, europea in particolare? Scegliere di raccontare una Torino che guarda all’Europa potrebbe sembrare quasi una provocazione se si continuasse a credere in quei luoghi comuni che l’hanno descritta come città isolata, company town autoreferenziale dove il mito della produzione ha finito per autoalimentarsi. I saggi qui raccolti testimoniano invece proprio del contrario. Il capoluogo subalpino, grazie non soltanto alla sua tardiva ma veloce industrializzazione, ma anche alla presenza di straordinari laboratori di cultura politica e urbana nonché di tecnici e amministratori indipendenti, diviene presto un punto di riferimento inevitabile nei dibattiti sulla città, sin dalla fine del XIX secolo, quando si costruisce la rete internazionale del municipalismo, culminata con la fondazione dell’Union Internationale des Villes (1913). E’ compito dei lavori delle cucitrici dar conto del ruolo di Torino in questo scenario. Ed è qui che si scoprono reti straordinarie di collaborazione fra i tecnici municipali di tutta Europa, cui i torinesi partecipano con solerzia e intelligenza. Nella prima metà del Novecento, spesso in missione per partecipare a congressi ed esposizioni, gli amministratori di una città in crescita come Torino paiono ansiosi, persino negli anni della dittatura fascista, di adeguare a quel che accade altrove le proprie conoscenze, così come le proprie strategie culturali e politiche, per un semplice, ma non scontato ( specie a osservarlo oggi) “desiderio di non restare ai margini della modernità e dell’innovazione tecnologica”(Accorsero) Nella seconda metà del Novecento , poi, in particolare grazie alle attenzioni verso i processi federalisti e/o europeisti ricorrenti nelle amministrazioni di Amedeo Peyron ( sindaco bel 1951-62) e Giuseppe Grosso ( presidente della Provincia ne 1951-65 e sindaco nel 1965-1968), tali relazioni si fanno ancora più complesse, investendo i temi del credito, delle infrastrutture ovvero dei rapporti tra rappresentatività politica (nazionale e sopranazionale) e autonomie locali. La sezione successiva, dedicata all’internazionalizzazione dei saperi, è forse la meno convincente, purtroppo. I saggi di Egidio Dansero e Giuseppe Dematteis, di Vittorio Marchis e di Marta Margotti sono ricchi di suggestioni e, perciò stesso, lasciano insoddisfatti quando non si trasformano in analisi puntuali, perché troppo autobiografici, troppo sintetici o incolpevolmente troppo poveri di dati probanti. Ciononostante, grazie a tali pagine molte strade di ricerca sembrano aprirsi , con prospettive di successo: occorrerà riprendere molti di questi discorsi. Denso di dati analitici è invece il saggio di Adriana Castagnoli, che affronta la questione dei percorsi di internazionalizzazione dell’imprenditoria torinese mettendo a fuoco, senza sovresporlo, il ruolo svolto rispettivamente da Olivetti e, soprattutto, da Fiat. E anche on questo caso, il contesto culturale più ampio sembra determinante, in particolare “negli anni dei due miracoli economici 1896-1914 e 1958-1963”. Peraltro , tale contesto è ulteriormente approfondito , da un lato, dalla chiara e convincente sintesi di Umberto Morelli , dedicata alle opere di intonazione europea di Luigi Einaudi e Giovanni Agnelli, e dall’altro, dai vari saggi dedicati alle istituzioni delle Nazioni Unite operanti a Torino fino agli anni sessanta e che, pur privi di note a piè di pagina e dunque difficilmente falsificabili, rivelano una realtà di grande interesse, su cui assai di rado si è fatta luce. In conclusione, dalla raccolta curata da Marucco e Accorsero viene fuori un affresco assai complesso dove gli stessi termini di “internazionalità” e “internazionalizzazione” pare difficile attribuire significati univoci: questo è senz’altro un bene, poiché allontana il lettore da ogni facile retorica, ed è di per sé un risultato fondamentale, in tempi in cui a qualunque minima azione è richiesto un alto tasso di ( non meglio specificata) internazionalizzazione, Infatti, molti dei processi descritti nei saggi sono ormai cambiati , altri sono definitivamente conclusi, eppure di città internazionali si continua a parlare instancabilmente , e anche quando taluni ottimi frutti del passato sono stati lasciati cadere o addirittura marcire: e l’immagine del Palazzo del Lavoro in copertina sembra quasi ironica, da questo punto di vista. Grazie a questo volume sarà anche possibile parlare delle tante possibili internazionalizzazioni del XXI secolo, magari con maggior cognizione di causa.