Recensione
Abba Nadotti, L'Indice n.4, 01/04/2013

Storie scritte sul bordo del tavolo da pranzo

“Scrivere storie, scrivere libri, è cosa ferocemente solitaria, anche quando viene fatta da madri di famiglia, sul bordo del tavolo da pranzo, in momenti rubati (…). Chi narra storie fabbrica nella propria testa ombre autonome e complete”, scrive Atonia S. Byatt nel suo ultimo romanzo. Riflette sulla scrittura, quindi anche su s stessa al lavoro, ma qui sta parlando di Olive Wellwood, una dei protagonisti del Libro dei bambini (Einaudi 2010) , per la quale sappiamo che si è ispirata a Edith Nesbit (1858-1924), autrice delle nove storie che Donzelli qui propone con la consueta cura editoriale; efficacissima la traduzione, molto belle le immagini, interessante e puntuale l’introduzione della curatrice Rita Valentino Merletti. Rainer Maria Rilke diceva che per diventare poeti bisogna tornare alla propria infanzia, e senza dubbio Nesbit attinse con originalità e umorismo alle difficili, nomadiche esperienze della sua infanzia e adolescenza, in esse trovando il filo che l’ avrebbe condotta a scrivere, nel primo decennio del Novecento, racconti e romanzi di grandissimo successo: I bambini della ferrovia (1906 Rizzoli, 2007) fu un best-seller ed è tuttora uno dei libri più venduti della letteratura inglese per ragazzi oltre che una fortunata serie televisiva. “Anticonformista e ribelle – scrive Merletti nell’introduzione, - con un’insaziabile fame di vita, di esperienze diverse, di stimoli intellettuali, di impegno politico”, questa donna intelligente riuscì a conciliare l’impegno politico”, questa donna intelligente riuscì a conciliare l’impegno politico , la passione letteraria e quella, allora decisamente insolita, per gli sport, con i doveri attribuiti alle madri. Lucida osservatrice e critica della società vittoriana, ma anche di quella edoardiana che seguì, attiva – con il marito Hubert Bland, Eleanor Marx, Bernard Shaw e H.G.Wells – nella Società Fabiana e in seguito nel Labour Party, Nesbit riuscì nell’impresa tutt’altro che facile per una donna di mantenere se stessa e la sua famiglia grazie al lavoro della propria penna. Non sorprende dunque che Byatt si sia ispirata alla sua figura e abbia voluto in un certo senso riproporne la biografia mettendola al centro di un’inedita scena narrativa. Dove si sente come un rimbalzare di immagini, di parole, di trame fantasiose , che dicono della durevole eredità lasciata da Nesbit a chi ha il gusto della narrazione. Protagonista di queste storie “improbabili, certo, ma anche divertenti, sorprendenti e molto, molto sapienti”, scrive la curatrice del volume, “è la magia”. Si, quel particolare e sempre stimolante tipo di magia che si confonde con il sogno, con l’incantesimo, e al risveglio si mostra per quello che in realtà è, una lente d’ingrandimento della realtà. Leggendole a distanza di un secolo – leggendole ad alta voce a una bambina nata nel terzo millennio – mi accorgo che queste strie conservano intatte il loro sarcasmo sapiente, raccontando vicissitudini la cui improbabilità è tutta da dimostrare. Nesbit osserva con acume l’evolversi della società , il mutare delle abitudini sociali, rileva le contraddizioni fra una società profondamente conservatrice ed elitaria e le scoperte scientifiche, i progressi della tecnologia, le nuove teorie matematiche ( le conseguenze dell’aritmetica è un racconto letteralmente meraviglioso), e trasferisce tutto ciò in storie antipedagogiche che sono veri e propri marchingegni fantastici . “Storie da non credere” , dice il sottotitolo. E se fossero invece a tal punto credibili, con i loro labirintici percorsi, le loro parodistiche peripezie, da essere oggi più vere che mai? Nell’Eccentrico usurpatore in abiti di flanella, “Qualcuno bussò alla porta dello studio del re. Lui sollevò lo sguardo dai progetti per le nuove lavanderie municipali e sospirò perché , dall’ora di colazione, era la ventisettesima volta che qualcuno bussava alla porta”. L’ennesimo bussatore è il ministro del Bene Comune, indossa una tunica bianca e ha un bastone bianco. Del resto lo studio del re è d’un biancore assoluto. “Questo modo lindo di vivere non potrebbe andar bene per tutti, anche se tutti fossero re, perché comporterebbe un carico di lavoro eccessivo per la servitù”. Ma il re di cui Nesbit ci racconta può contare su una governante speciale. “Grazie alla magia bianca , che è persino meglio del lavaggio a secco , ogni mattina le bastavano cinque minuti per esaurire i suoi lavori di pulizia”. Pare di vederla, Edith Nesbit, seduta a un tavolo ingombra di oggetti, nella grande casa del Kent acquistata con i proventi della sua arte, mentre sferra sottili colpi di penna contro la società vittoriana per il divertimento di bambini e adulti; la magia come detersivo, il lavaggio a secco come termine di paragone in una società dove ancora le donne facevano il bucato con la cenere.