Recensione
Azzurra Meringolo, Resetdoc.org, 08/05/2013

Il Cairo e le rivoluzioni di Ahdaf Soueif

Sono passati vent’anni da quando Ahdaf Soueif ha firmato il contratto per scrivere un libro sulla sua città, il Cairo. Eppure, fino al 25 gennaio 2011 questa autrice egiziana, penna conosciuta dai lettori del quotidiano britannico Guardian, non aveva scritto una riga. Temeva infatti di mettere nero su bianco un’elegia dai toni tristi e nostalgici che mai avrebbe voluto dedicare alla sua amata patria. Quando iniziò a scrivere la cronaca della rivoluzione che ha portato alla caduta del regime trentennale di Hosni Mubarak, Soueif capì che era però giunto il momento di rispolverare quel vecchio contratto.

Alla vigilia della prima grande manifestazione nelle strade del Cairo, Soueif si trova al festival della letteratura di Jaipur, in India, e rilasciando un’intervista a una televisione locale spiega che quanto sta accadendo in Tunisia potrebbe succedere anche in Egitto, ma serve ancora qualcosa. I giovani devono coalizzarsi, unire le loro voci per trasformarle in un coro urlante che scuota definitivamente il vecchio raìs.

Ed è proprio questo canto corale che Ahdaf Soueif racconta nelle prima parte del suo libro, My City Our revolution, pubblicato a Londra nel gennaio 2012 e tradotto ora in italiano da Donzelli editore con il titolo Il Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione. Se nella prima versione inglese la scrittrice si ferma all’ottobre 2011, mese in cui iniziano gli scontri frontali tra i manifestanti e i militari che gestiscono la transizione, in quella più recente aggiunge una parte dedicata a quella rivoluzione che non si è esaurita in diciotto giorni di lotta di strada, ma che è ancora nel vivo, diventando sempre “più grande, più dura, più reale/ realistica e diversificata.”

Il Cairo, la mia città, la nostra rivoluzione non si limita alla narrazione oggettiva degli eventi, ma racconta anche il modo in cui la scrittrice vive, sente e interpreta quei momenti che riguardano non solo lei, ma anche i suoi parenti.

Nel sangue di Soueif scorre infatti il Dna di una famiglia di oppositori. La sorella, Leyla, è una professoressa dell’università del Cairo che ha deciso di sposare Ahmed Seif al Islam, uno dei più noti avvocati egiziani di diritti civili, un uomo che durante il regime del deposto raìs ha scontato cinque anni di galera per le sue posizioni comuniste e la sua attività sovversiva. Da questo matrimonio sono nati due colonne della rivoluzione. Mona Seif fondatrice della commissione contro i processi civili nei tribunali militari e Alaa Abdel Fattah, creatore, insieme alla moglie, di Manala.net, il primo aggregatore di blog lungo il Nilo dove già dal 2005 si sentivano frequenze sovversive. Alaa, il cui viso è spesso ritratto dai writers che pitturano sulle pareti della capitale, è uno dei simboli della rivoluzione a cui viene addossato un processo ogni volta che nelle strade del Cairo succede qualcosa di grosso.

Il punto di osservazione scelto da Soueif è Midan al-Tahrir, la piazza da lei definita il Santo Graal della storia egiziana. Già dal 1860, quando il khedivè Isma’il la concepì sul modello dell’Etoile di Parigi, controllare Tahrir sembrava cruciale per dominare l’Egitto. Fu proprio qui che Isma’il collocò l’esercito quando gli inglesi, nel 1882, occuparono l’Egitto. Ed è proprio a pochi metri da qui che gli statunitensi decisero di costruire la loro ambasciata. Negli anni rivoluzionari di Nasser, al centro di Tahrir fu posta una statua di Simon Bolivar e nel 1972 fu qui che si riunirono gli studenti in rivolta che il presidente Anwar Sadat trascinò in prigione. Insomma, conclude Soueif, El-shar’eyya m’en-Tahrir, è Tahrir che ci legittima.

Tahrir però non è l’unico palcoscenico della rivoluzione e la scrittrice va ad osservare anche che cosa accade nelle vicinanze delle carceri cairote dove la dakhleyya, la polizia del ministero dell’interno, apre le porte delle celle istigando i detenuti a diffondere il caos nelle vie della capitale. È in questi racconti che Soueif ricorda Muhammed al-Butran, uno dei pochissimi poliziotti che i ragazzi di piazza Tahrir ritengono un martire della rivoluzione. Butran aveva convinto alcuni detenuti del carcere di Qatta a rientrare in cella e quando questi lo fanno viene ucciso da un colpo di arma da fuoco dall’ispettore responsabile della prigione.

La rivoluzione che racconta la scrittrice si dipana indipendentemente dalla piazza in cui i suoi artefici l’hanno pensata e iniziata. Coinvolge un paese che ancora oggi è ben lontano dall’aver concluso il percorso verso una reale democrazia partecipativa che non sia esclusivamente elettorale, ma che coinvolga le minoranze, siano esse politiche, religiose e di genere.

“Anche se voi lettori vi trovate in un futuro che io non conosco, vorrei comunque consegnarvi una storia che vi aiuti a colmare la distanza tra il momento in cui si conclude questo racconto e la situazione in cui verserà l’Egitto nel momento in cui voi lo leggerete” scrive Soueif. Ancora è presto per dire se la scrittrice ha centrato il suo obiettivo. Quello che è già sicuro leggendo le pagine di questo libro è che le istantanee che Ahdaf Soueif ha scattato fino ad ora sono al contempo mosse, ma nitide.