Recensione
Francesco Greco, Il Giornale di Puglia, 09/05/2013

Faeti racconta la storia dei miei fumetti

Slurp! Gulp! Gasp! Toc, toc… Crash… Pam pam… Zip zip… Bang! Bang! Hic! Ronf…zzzz… Ronf… zzz… L’immaginario collettivo delle generazioni dell’altro secolo, quello “breve” – quando la tv non si era ancora presa con arroganza la centralità che riveste oggi – sono un contenitore di fonemi che l’hanno segnato in profondità come solchi d’aratro, fino a surrogarsi in un’autentica “educazione sentimentale”. Un affollamento semantico che è come la tavolozza di un pittore surrealista: colori accesi, odori dolci, lacerti di memorie condivise.

Sociologi da bar sport accreditano più intelligenza e reattività, attenzione ai particolari, ai ragazzi cresciuti con i fumetti. Vero, quasi vero, falso: infinite le scuole di pensiero. Su un fatto però dobbiamo concordare: che quei fonemi, quelle esclamazioni (Satanasso!, Corna d’alce, Perbaccobaccone! Per tutte le sbornie! ecc.) si sono impregnati nella memoria se riemergono a distanza di tempo, ed essere cresciuti con Texe Kit Carson e Piccolo Ranger, Zagor e Akim, Mandrake e Diabolik, Capitan Miki e Black Macigno, Billy Bis e Lone Wolf rappresenta una sorta di appartenenza, anche inconscia, a una tribù collettiva che ha condiviso gli stessi miti e sogni, e che si riconosce nelle stesse passioni.

Tribù che ha abuto un’infanzia felice trascorsa sfogliando gli albi dell’Intrepido e del Monello, amando Roddy e il professor Occultis, El Morisco e i Navajos di Aquila della Notte, tremando con le stregonerie di Mephisto, ma solo ora che le tv a ogni ora frullano cartoon giapponesi riesce ad apprezzare. Bonelli & Galeppini, Hugo Pratt, Crepax e Jacovitti hanno i loro eredi, ma hanno segnato un’epoca in cui la socialità era data anche dall’incontro con l’amico per scambiarsi i fumetti, oggi che si va per mercatini in cerca del numero 1 del Comandante Mark e del primo Tex a colori.

Antonio Faeti appartiene a una generazione che ha vissuto molto sulle nuvolette dei fumetti. Nato a Bologna nel 1939, ha insegnato un po’ alle elementari e poi ha assunto la cattedra di Letteratura per l’infanzia nella sua città. Nel 1972 mandò in libreria “Guardare le figure”, ripubblicato da Donzelli due anni fa. Fra romanzi e saggi ha firmato una quarantina di titoli e presiede la giuria del premio “Bologna Ragazzi Award” (Fiera internazionale del libro per ragazzi).

Su questo sostrato non poteva che rivendicare questa sua “militanza” con un tribute che lascia il segno: “La storia dei miei fumetti” (l’immaginario visivo italiano fra Tarzan, Pecos Bill e Valentina), Donzelli Editore, Roma 2013, XXII - pp. 426, € 32 (Collana Saggi). Una ricognizione puntigliosa quanto evocativa (grazie anche a belle illustrazioni) di un secolo di fumetto con cui si è “contaminato”. Si capisce subito che intende volare alto, non appena cita Flaubert. E procede alla scannerizzazione dei fumetti che lo hanno segnato ricostruendo in maniera suggestiva il loro background, che intreccia con delizia a episodi del suo vissuto.

Faeti ci porta con mano leggere nell’officina dove nascono, generoso di dettagli, di sfaccettature, si direbbe quasi di intimità con i personaggi che popolano il suo e nostro mondo fantastico, sovrapponendo i livelli della percezione degli eroi di carta con una abilità che sazia noi lettori sempre avidi di nuove angolazioni da cui osservare, poniamo El Morisco o Cico, le Giubbe Rosse e i trapper, Doppio Rhum e Salasso.

E’ la cifra fascinosa del libro, che aggiunge, con la citazione colta, la contestualizzazione, un atout intellettuale ai personaggi e i loro creatori. Se parla, mettiamo, di Tarzan, Faeti ricorda un pezzo apparso sull’Unità, a firma di Dario Natoli, che stroncava il suo disegnatore (fra il ’36 e il ‘50) Burne Hogarth, ospite d’onore a Lucca: “Nel buio del teatro del Giglio, un signore americano illustra a un ridotto gruppo di esperti una gigantesca diapositiva dove un Tarzan giovinetto giace, in cima ad un albero, fra le braccia di una femmina di scimpanzè. E spiega, serio, che questa immagine rinnova la Pietà Rondanini di Michelangelo. Nessuno ride…”. Se cita l’Uomo Mascherato, dice che potrebbe essere “un eroe metropolitano, un discendente legittimo di Rodolphe di Gerolstein, un indagatore autorizzato nei misteri di Parigi, un cugino del Fantasma dell’Opera, un parente di Fantomas, un seguace di Rocambole…”

Ma è bene non togliere al lettore il gusto di ripercorrere i topoi della sua giovinezza, entrando nella macchina del tempo e riascoltando i fonemi che forse aveva dimenticato, ma non rimosso, sempre vivi, come in una seduta psicoanalitica. Glu glu glu… Gnam, gnam… Clap, clap… Vrooom… Splash!