Recensione
Massimo Adinolfi, L'Unità, 05/05/2013

Il declino iniziò con la cessione dell’elettronica nazionale

NONPOSSIAMOLIQUIDARETUTTO INUNESAMINODISTORIASUL DIGITALE»: così dice Alfredo Reichlin nell’intervista che si trova al centro di Avevamo la luna, il libro bello e appassionato che Michele Mezza ha dedicato al triennio 1962-1964 (Donzelli editore). In quel giro di anni ne accaddero di cose, e la tesi di Mezza è che fu allora che il vagone dell’Italia si sganciò dal treno dell’innovazione finendo su un binario morto. Poi sono venuti i turbolenti anni Settanta e i leggeri anni Ottanta (che però piacciono tanto a Enrico Letta), fino alla caduta del Muro, a Tangentopoli e alla seconda Repubblica, ma la partita decisiva l’Italia la giocò molto prima. Perdendola. In quel triennio prese avvio l’informatizzazione delle relazioni produttive, che si sarebbe poi estesa all’intera società, e l’Italia che grazie alla Olivetti era all’avanguardia mondiale scivolò rapidamente nelle retrovie, con la vendita del ramo elettronico Olivetti agli americani della General Electric. Al di là dei contorni non chiari di quella vicenda, che il libro affronta da più lati assegnandole un valore esemplare, la tesi è che le conseguenze di quella cessione giungono purtroppo fino a noi, e spiegano il declino di questi anni. Spiegano, in particolare, la lontananza dell’Italia dai processi innovativi del capitalismo digitale. Spiegano perché, avendo dismesso l’elettronica, l’Italia si è per esempio condannata ad essere il primo paese per numero di telefonini in rapporto alla popolazione, senza però avere alcuna presenza nel campo della telefonia cellulare. Mezza è un attento osservatore delle profonde trasformazioni – sociali, economiche, perfino antropologiche - che passano attraverso il web. Lamenta la mancanza di «un pensiero lungo italiano sulla rete» e cerca per parte sua di provvedervi, mescolando storia e attualità, politica e social network, vicende industriali e mode culturali. E, in verità, dai Cinque Stelle a Wikileaks, dall’effetto twitter sulle elezioni presidenziali alla denuncia del presidente Boldrini sulle minacce via web, non si può dire che di un simile pensiero lungo non si avverta il bisogno. Al centro di esso sta per Mezza il fenomeno della disintermediazione, quel processo per il quale formazione, conoscenza, potere sono sempre meno appannaggio di «agenzie» di mediazione - che si tratti del partito politico o dell’ordine professionale, della carta stampata oppure di un corpo dello Stato - e sempre più coalescono direttamente in rete, in aggregazioni moltitudinarie che rendono inutili le forme di rappresentazione (e rappresentanza) tradizionali. In realtà l’informazione non è conoscenza, i pesi alle notizie o il valore delle dimostrazioni non possono essere assegnati solo tramite i «like» a fondo pagina, e le ondate virali che si sollevano in rete non sono gli unici movimenti storico-sociali capaci di conseguenze. Ma non è questo il punto. È che il libro in fondo finisce per dimostrare implicitamente il contrario di quanto vuol sostenere, proprio grazie alla storia esemplare che descrive. Perché il caso dell’elettronica nazionale non è solo un caso di arretratezza culturale dell’Italia, ma è un caso di debolezza del sistema politico nazionale, di sovranità limitata dell’Italia post-bellica: sarebbe stata insomma sicuramente meglio avere una Questo non accadde: per mancanza di forza politica di un Paese etero diretto però, più che per incomprensione delle potenzialità di sviluppo dei nuovi prodotti tecnologici. E non è questo, mutatis mutandis, il problema che abbiamo anche oggi dinanzi? Dobbiamo cioè augurarci la più rapida liquefazione dei grandi contenitori dello Stato, della nazione, o dei partiti, o piuttosto augurarci che essi ritrovino voce in capitolo, nelle grandi partite che si giocano in Europa e nel mondo? E certo, bisognerà capire le nuove figure delle soggettività che si manifestano in rete, ma aggiornati quanto vorremo delle nuove rotte che il web apre all’economia daremo ancora ragione a Reichlin: non basta l’esamino di storia del digitale, per giudicare il Pci di allora o per invertire la rotta e sottrarre al declino l’Italia di oggi. sinistra più moderna o più lungimirante, ma più importante sarebbe stato poter mantenere una collocazione di punta del sistema industriale nazionale nella competizione economica mondiale.