Recensione
Mariangela Di Nicoli, L'Indro, 17/04/2013

Napolitano: più che interventista, in linea coi tempi

Tobia Zevi, Presidente dell’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas, è autore del libro 'Il discorso di Giorgio' edito da Donzelli. Un libro sulla comunicazione e sui messaggi che in questi 7 anni il Presidente Napolitano ha mandato all’Italia e soprattutto agli italiani che ha permesso all'autore di conoscere a fondo quello che è stato definito 'Re Giorgio'.

Quanto di quello che il Presidente ha detto è stato colto e quanto invece è stato interpretato in maniera errata? Nel complesso Giorgio Napolitano è stato un presidente ascoltato e amato dai cittadini. Per certi aspetti, anzi, questo apprezzamento è sorprendente: Napolitano non è un leader emotivo, la sua gestualità e la sua retorica sono calibrate, compassate, talora persino fredde. Tuttavia questo non ha impedito al Presidente di stabilire un canale di comunicazione costante e vivo con i cittadini, che hanno colto il valore di alcune fondamentali parole d’ordine: l’importanza del lavoro e della sua tutela; la coesione sociale e nazionale; il valore del sentimento della patria. Un discorso diverso va invece fatto a proposito della classe politica: la cosiddetta moral suasion, quel continuo richiamo presidenziale alla responsabilità e all’unità, è stata spesso disattesa dai partiti, pur con responsabilità diverse. Lo vediamo anche in questi giorni, quanta fatica il Presidente debba fare, ormai agli sgoccioli del suo mandato, per far prevalere gli interessi del Paese su quelli di parte.

Facendo un bilancio di questi 7 anni, quindi la credibilità da parte degli italiani alle parole del Presidente Napolitano è stata alta secondo lei? Il gradimento del Presidente rimane altissimo, sopra al 70% anche nei momenti di minore popolarità. Questo dato deve farci riflettere su due questioni: se da un lato gli italiani hanno mostrato il 25 aprile di essere stufi e distanti dalla politica, dall’altro hanno continuato ad affermare che, in presenza di figure serie e credibili, tutti quanti cerchiamo un ancoraggio, una fiducia nelle istituzioni. In secondo luogo occorre fare una riflessione sul futuro: si parla tanto di presidenzialismo, il che comporta inevitabilmente l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Da una parte sembra una cosa giusta, perché un Presidente eletto ha più titoli per interpretare questo ruolo che la Costituzione e la prassi gli attribuiscono; al tempo stesso, però, una campagna elettorale per la Presidenza della Repubblica rischia di sottrarre agli italiani l’unica figura che non viene percepita di parte, non riconducibile a logiche di schieramento. Una figura di cui si fidano anche per questa ragione.

Nei discorsi di Napolitano si sono toccati spesso temi controversi e di attualità nel dibattito politico. La patria, la memoria condivisa, l’Europa, la legalità, la Costituzione, le riforme, la strumentalizzazione della stampa, la libertà. Sembra che nulla sia stato trascurato o dimenticato nel settennato. O forse si? Penso proprio che nel corso del settennato Napolitano abbia parlato di tutto. Sette anni sono lunghi e il Presidente viene sollecitato praticamente in ogni tipo di occasione. Senza contare che, appunto, negli ultimi decenni questa figura ha ampliato il raggio dei suoi interventi, che ormai riguardano anche l’attualità sociale, sportiva, culturale. Vorrei però sottolineare un aspetto del mio libretto. Intenzionalmente non ho analizzato alcuni argomenti centrali del discorso presidenziale, come per esempio la grande questione del lavoro. Ho scelto, nel ripercorrere la retorica di Napolitano, quegli argomenti che mi sembravano meno univoci e più chiaroscurali. Tematiche su cui il Presidente si è espresso con accenti non scontati e talvolta addirittura sorprendenti. Un esempio su tutti: la Giustizia.

Quale è secondo lei, leggendo e studiando il lessico, i discorsi, la comunicazione puntuale ed attenta, la cosa che più preme a Napolitano e che indirizza a chi ricoprirà questa carica dopo di lui? Può sembrare una risposta banale, alla luce di quello che sta accadendo, ma secondo me è la più vera: nel solco di ciò che dice la Costituzione, che assegna al Presidente il compito di rappresentare l’unità nazionale, Napolitano ha sempre inteso la sua carica come un punto di equilibrio e di mediazione tra le istanze e le posizioni politiche presenti nella società e tra i partiti. Non è un caso che gli italiani abbiano tanto apprezzato un punto di sintesi e di confronto, e che tutti i partiti sarebbero stati disposti a votarlo nuovamente Capo dello Stato. Sarà l’unità nazionale il banco di prova anche per il prossimo Presidente, in un’epoca di laceranti divisioni sociali, politiche, generazionali ed etnico-culturali.

Spesso i media, ma anche i politici hanno accusato il Presidente di non prendere posizioni nette e forti, come gli consentirebbe il ruolo che ricopre. Eppure nei suoi discorsi, le espressioni erano spesso dure e molto chiare. C’è stata davvero questa distanza tra parole ed azioni? Mi pare proprio che non sia possibile sostenere questa tesi. Al contrario, negli ultimi mesi Napolitano è stato spesso accusato di un eccesso di interventismo, di una deriva presidenzialista. La mia impressione è che questo Presidente abbia incarnato con grande abilità politica – non dobbiamo dimenticarci che dietro alle cariche istituzionali ci sono delle persone con i loro pregi e difetti – una trasformazione in atto da molti decenni della figura del Presidente della Repubblica. L’Italia rimane una Repubblica parlamentare ma il Quirinale è un contraltare, un contrappeso istituzionale e di potere. La Carta lascia al Presidente grande libertà di manovra (che Napolitano ha interpretato con saggezza e creatività), tanto più se le forze politiche si mostrano deboli e disgregate.

Quale è stato, secondo al sua opinione, il momento più difficile che Napolitano ha dovuto affrontare in questi 7 anni? Come ne è uscito? Si potrebbe pensare ad alcuni passaggi particolarmente conflittuali, come il lodo-Alfano o il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo. Ma secondo me il momento più difficile è proprio quello attuale. Napolitano avrebbe sperato in un’altra conclusione della sua vicenda presidenziale, con l’Italia dotata di un governo stabile e con partiti politici e istituzioni in grado di recuperare credibilità agli occhi dei cittadini.

Abbiamo visto come la Chiesa è riuscita a cambiare rotta facendo sedere sul Soglio petrino un Papa missionario, vicino agli ultimi, capace di affrontare le situazioni difficili di questo periodo di crisi morale, sociale, economica. Quali devono essere le caratteristiche del nuovo Capo dello Stato secondo lei? Di chi ha bisogno l’Italia? Non sono e non saranno anni facili, ma l’Italia ce la può fare a uscire dalla crisi. Per farlo le istituzioni e le forze politiche devono dare impulso a una vera e propria rivoluzione del nostro Stato e della nostra società. In quest’ottica il ruolo del Presidente sarà fondamentale. Non certo un notaio, ma – lo speriamo! – un grande statista. Fedele a quella celebre massima per cui lo statista è colui che non pensa all’oggi, ma alle generazioni future.

Ci prepariamo ad una nuova presidenza. In questi giorni, come ogni 7 anni, molti nomi si affacciano come probabili nuovi inquilini al Quirinale. Lei ha già delle idee su chi potrebbe succedere a Napolitano? I nomi sono quelli che si leggono sui giornali. Anche se le sorprese sono sempre dietro l’angolo nella corsa al Quirinale. Vale la regola che chi entra papa esce cardinale – tanto per rimanere in tema! – ma anche quella che tendenzialmente favorisce le seconde linee, più adatte a rappresentare un punto di incontro tra le varie forze politiche. Ma sono cose che già si sanno, e purtroppo non dispongo di retroscena da confessare, e di conseguenza neanche di un nome su cui puntare qualche euro.

Il nuovo Presidente crede sarà l’ultimo della Repubblica - seconda o terza che sia quella che stiamo vivendo - così come noi la conosciamo? Nei prossimi 7 anni si consumerà una radicale riforma della democrazia come noi abbiamo imparato a conoscerla anche per quanto attiene la comunicazione del Quirinale? Non c’è dubbio che le nostre istituzioni hanno un profondo bisogno di rinnovarsi. Senza buttare il bambino con l’acqua sporca, come si dice, ma tenendo presente la rivoluzione che le nuove tecnologie hanno portato nelle nostre esistenze. La democrazia avrà sempre bisogno di alcuni rituali, dei tempi del confronto, del controllo tra poteri. Ma non c’è niente di male a rendersi conto che altri rituali vanno abbreviati e resi più efficienti, nel quadro di una rivisitazione complessiva. Anche la figura del Presidente può essere rivista, purché si tengano a mente quelle condizioni di equilibrio, responsabilità e unità di cui ci parla la Costituzione.

Alcuni analisti sostengono che Napolitano ha traghettato l'Italia dalla democrazia parlamentare alla Repubblica semipresidenziale. Lei cosa ne pensa avendo fatto l'analisi della comunicazione di Napolitano? Come ho detto ritengo che il Capo dello Stato si sia mosso con grande abilità e creatività ma sempre nel solco della Costituzione. E, ancora, penso che la maggiore libertà di manovra sia stata frutto non solo del mutato contesto socio-culturale, ma della debolezza delle forze politiche. Al tempo stesso nel libro scrivo che lo stesso Napolitano, al contrario di quello che molti sostengono, non si dichiara pregiudizialmente contrario alla trasformazione degli assetti repubblicani in chiave presidenzialista. A condizione, però, che si stabiliscano prima nuovi equilibri di controllo e contrappesi, e soprattutto che questo tema non venga tirato fuori solo in chiave di spicciola polemica contingente, ma sia invece uno dei punti di riforma complessiva della nostra democrazia.