Recensione
Marc Lazar, L'Indice n. 4, 01/04/2013

La società che si rispecchia nei palazzi del potere

Dopo Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e anni sessanta (1997; cfr. “L’Indice”, 1997, n. 4) e Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta (2003; cfr. “L’Indice”, 2003, n. 10), questo volume chiude la trilogia dell’Italia contemporanea di Guido Crainz che si impone come uno dei grandi contributi alla storia italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Vi si ritrova del resto l’impronta originale dell’autore. Guido Crainz coniuga in effetti una storia sociale, culturale e politica – mentre l’economia è ridotta allo stretto necessario senza essere del tutto assente – per abbozzare un affresco il più possibile completo degli ultimi decenni in Italia, basato su una grande varietà di fonti: alcuni fondi dell’Archivio centrale dello Stato (in particolare quelli del ministero degli Interni e i verbali del Consiglio dei ministri), fondi archivistici dell’Istituto Gramsci, ma soprattutto articoli di stampa o analisi fatte uscire a caldo da politologi, sociologi come pure da storici, e infine gli altri libri di storia dedicati a questi stessi anni. Il libro è costruito secondo un procedimento cinematografico. Si apre con un primo flashback che risale agli anni sessanta. L’autore vi riprende le sue tesi ormai ben note sul prodigioso sviluppo dell’Italia che non fu governato dai poteri pubblici. Giustifica questa retrospettiva in base al fatto che, trent’anni dopo, molti analisti hanno osservato come la crisi degli anni novanta affondasse le sue radici in quel decennio. Il secondo movimento a ritroso riguarda gli anni settanta. Con finezza, l’autore ne mostra l’ambivalenza. Da un lato, prosegue e si amplifica l’onda lunga delle azioni collettive, con lo sbandamento, per alcuni dei loro protagonisti, in una lotta armata di cui è ben descritta la dimensione tragica, dall’altro si affermano tendenze opposte, con l’individualismo, la deideologizzazione, il cambiamento dei grandi paradigmi intellettuali e mutazioni culturali di vasta portata, mentre la politica divorzia sempre più dalla società. Il terzo capitolo è costituito da un primo zoom sugli anni ottanta dove emergono i loro tratti più evidenti: il pentapartitismo, lo sprofondamento abissale del deficit e del debito pubblico nonostante le messe in guardia allarmistiche di alcune personalità, l’avanzata della criminalità organizzata, l’euforia degli imprenditori come Raul Gardini, la vittoria degli azzurri ai mondiali del 1982 o ancora le sul fascismo. Seguono due capitoli che sono altrettanti primi piani su quegli stessi anni. Il primo studia il momento di Craxi (su cui Crainz getta uno sguardo molto negativo senza tenere certo abbastanza conto delle recenti ricerche che hanno sfumato la vulgata di un bilancio disastroso), il declino della Dc e del Pci, le trasformazioni del modo di far politica, il regno del denaro, la “Milano da bere”, l’evoluzione dei costumi e degli atteggiamenti dei giovani e i comportamenti di una società che si pasce di consumi e si crogiola nell’illegalità. Il secondo restituisce la crisi degli anni novanta, il crollo del sistema dei partiti, l’operazione Mani pulite, la forza crescente delle leghe regionali, il clima esecrabile che si instaura nel paese ma nondimeno la mobilitazione popolare ampiamente composita che si mette in moto. Infine la postfazione, in una cinquantina di pagine, racconta l’Italia dal 1994 ai giorni nostri con uno sforzo, a nostro avviso riuscito, da parte di Crainz di evitare la trappola del determinismo. L’autore, in effetti, rifiuta le scorciatoie che consistono nell’opporre la società civile buona alla cattiva classe politica o nel considerare ineluttabili le vittorie di Berlusconi. Ciononostante, il titolo del suo libro, Il paese reale, ne indica la problematica. A leggerla, la fase che scorre dagli anni ottanta a oggi svela la realtà profonda dell’Italia: una realtà complessa, piena di contraddizioni ma, alla fine, ancora una volta caratterizzata, agli occhi dell’autore, dalle sue pecche, dai suoi difetti, dalle innumerevoli derive della società e della classe politica, per quanto non vengano affatto ignorate le forze vive che pure esistono nel paese. Da oltre vent’anni, gli storici italiani non esitano più a lanciarsi nell’avventura, insieme azzardata e stimolante, dell’esporre la loro visione dei tempi presenti. Un campo condiviso in comproprietà con i politologi e i sociologi, di cui utilizzano i lavori riproponendoli sul piano della durata e sottoponendoli ai loro metodi d’indagine. Crainz ci offre un contributo originale, fondato su una ricerca impressionante, ricca di una marea di informazioni spesso inedite e con un ampio spazio concesso alla letteratura, al cinema, alla musica, al design, alla moda, che consente di cogliere i cambiamenti dell’Italia talvolta ben più efficacemente di una serie statistica. Riesce a restituire la densità un’epoca, alla maniera di un pittore puntillista, utilizzando le parole di una canzone, la prima pagina di un quotidiano, una scena di film, un dramma di cronaca, la trama di un romanzo, l’andamento di una trasmissione televisiva. Eccelle infine nell’arte di coniugare la narrazione dettagliata a momenti di respiro in cui propone le proprie analisi. Tuttavia questo libro ricco di spunti non è esente da critiche. Può dispiacere il silenzio sulle risposte istituzionali date dalla Repubblica ai grandi movimenti sociali degli anni settanta, la mancata presa in considerazione del radicamento delle forze moderate, la sottovalutazione delle mobilitazioni civiche di una parte della società italiana da più di trent’anni, l’assenza di dati sulle performance economiche dell’Italia (che non potrebbero certamente nasconderne le debolezze strutturali) o ancora i giudizi di valore che di tanto in tanto affiorano. E soprattutto, Crainz accumula i riferimenti tratti principalmente dalla stampa (resoconti di attualità, inchieste approfondite su politica e società, ed editoriali di grandi penne, perlopiù del “Corriere della Sera” e di “la Repubblica”). Le citazioni sono così numerose che talvolta diventano un assemblaggio di copia- incolla senza esplicitare, ad esempio, quale informazione venne considerata importante nell’immediato o ancora quale editoriale abbia avuto il maggiore impatto. Lo storico tende talvolta a eclissarsi dietro alla sua documentazione, come nell’ultimo capitolo del libro, che ha peraltro l’ambizione di ricostruire e studiare gli ultimi due decenni tanto decisivi, segnati da un’autentica ossessione berlusconiana. Crainz scrive inoltre una storia italiana, anche se, di tanto in tanto, fa delle allusioni a quel che succede altrove, ed è la Francia uno dei terreni privilegiati per istituire brevi comparazioni che gli permettono di mettere meglio in rilievo l’anomalia italiana. Possiamo ancora accontentarci ai giorni nostri di scrivere una storia nazionale, vista soprattutto dall’alto? Non occorre invece variare i giochi di scala operando qualche immersione nel locale, che l’autore talora tenta, o persino nel quotidiano degli italiani, lontano dai grandi eventi che fanno la Storia, e procedendo parimenti a visioni prospettiche transnazionali, in particolare sul piano culturale, tenuto conto, ad esempio, di quanto fu ed è tuttora considerevole l’impatto anglosassone, mentre l’autore sembra troppo trascurarlo? Secondo noi, solo un simile approccio potrebbe far risaltare pienamente le singolarità di un paese. Questi interrogativi metodologici, al centro del mestiere dello storico di oggi, non tolgono comunque nulla alla qualità di un libro che avvince il lettore grazie, inoltre, a un talento narrativo che va riconosciuto. ■ (Trad. dal francese di Santina Mobiglia)