Recensione
Luigi Manconi, Il Messaggero, 09/04/2013

Napolitano e i concetti fondamentali della Repubblica

Letti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, prossimi per età, diversissimi nelle modalità dell'uscita di scena, il Papa e il Presidente. Joseph Ratzinger passerà alla storia per la sua rinuncia epocale, dettata certo dall'età e dal ridursi delle forze, e dall'"angoscia per la sporcizia della Chiesa", eppure irriducibilmente legata alla condizione umana, nel suo significato più tragico. Giorgio Napolitano è un Presidente della Repubblica molto amato. Meno diretto di Sandro Pertini o Carlo Azeglio Ciampi, è stato capace di aggregare un consenso vastissimo e di comunicare autorevolezza paterna, pur adoperando una sintassi complessa e talvolta classicheggiante. Napolitano, soprattutto, si è trovato a esercitare la sua influenza sulla vita pubblica fino all'ultimo istante del mandato. Limitiamoci,qui, a lanciare uno sguardo sul suo messaggio pubblico lungo il settennato, come viene proposto in un libro di Tobia Zevi che sarà presentato oggi alle 17 all'Istituto della Enciclopedia Italiana. L'analisi si snoda attraverso sette capitoli dedicati ad altrettanti concetti fondamentali: la patria, l'Europa, la Costituzione, il Presidente della Repubblica, i partiti, la giustizia, il fururo dell'Italia. Ma il testo va letto anche in controluce, alla ricerca dei termini e dei temi che sono stati stralciati. E infatti, la selezione ha voluto privilegiare gli "elementi contrappuntistici, quelle questioni su cui cioè (...) Napolitano ha assunto posizioni non scontate e talvolta addirittura sorprendenti (p.4) Il conflitto In quest'ottica risulta particolarmente significativo il capitolo sulla giustizia. Nel corso del settennato il Presidente si trova in mezzo al predurante conflitto tra politica e magistratura, ed evita di parteggiare per l'una o per l'altra delle due parti. Certo, la politica deve smettere di gridare alla "indebita ingerenza" quando i magistrati ne segnalano il degrado. Ma quali sono, parallelamente, gli errori dei togati? Una gestione non efficiente degli uffici, l'irragionevole durata dei processi, un eccesso di protagonismo, e altri rilievi assai critici. Zevi ripercorre gli interventi di Napolitano in materia, e ne evidenzia le tonalità molto intense. A ciò si aggiunga l'insistenza del Presidente, sempre ferma, spesso accorata, talvolta quasi disperata, in favore di una soluzione civile (compreso un provvedimento di amnistia) per il sovraffollamento carcerario. E il carcere, nelle considerazioni di Napolitano, non è che l'ultimo anello, il più degradato, crudele e maleodorante ( anche in senso proprio) nella catena della "giustizia ingiusta". Significativa una notazione di natura linguistica. Rivolgensosi al Csm Napolitano insiste su termini come correnti e chiusura corporativa. Se ci pensiamo, la prima critica che la cosiddetta antipolitica muove alle classi dirigenti ha, in apparenza, lo stesso suono: ovvero l'accusa di essere rinchiuse nei propri Palazzi, distanti dalla realtà. Attenzione, sembra ammonire Napolitano, che nessuno è immune dagli stereotipi. Persino i magistrati, le cui indagini sovente forniscono armi al discorso misero dell'antipolitica, e persino i fustigatori della politica possono scoprirsi imputati sulla base della stessa retorica. Il che non toglie, ovviamente , che a politica debba fare un grande sforzo per autoriformarsi. Ma non spetta "solo ai cosiddetti professionisti operanti nelle istituzioni imboccare la via del rinnovamento. A questo devono contribuire attivamente tutte le forze vitali della nazione (p.112). Come dire, guardiamo prima in casa nostra e assumiamoci. tutti, le nostre responsabilità.