Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 05/04/2013

I fumetti che hannno costruito la cultura di una generazione

Sembra incredibile che un tempo, e neppure tanto tempo fa, i fumetti fossero bollati come diseducativi dai pedagoghi, oltre che da mamma e papà. Si diffidava della loro ingenuità e della loro immediatezza da feuilleton. Troppa violenza, per lo più gratuita, troppo esotismo e troppe donnine scollacciate, per non parlare di tutte quelle licenze storiche e geografiche, spiegavano lo sdegno dei padagoghi e la preoccupazione dei parenti stretti. Ma Antonio Faeti, autore, con questa bella e appassionata Storia dei miei fumetti (Donzelli 2013, pp. 426, 32,00 euro) del suo secondo classico dopo Guardare le figure, Einaudi 1972/Donzelli 2011, non deve mai essersi lasciato distrarre dalle omelie contro i fumetti (neppure da bambino, ai tempi della guerra civile e della divisione del paese tra comunisti e democristi, tra atlantici e filosovietici, tra fascisti e anti, tra lettori del Vittorioso, giornaletto cattolicissimo che pubblicava le tavole del grande Jacovitti, e lettori del Pioniere, giornalino boslcevico, dove scriveva Gianni Rodari). Dai fumetti, dalle figure da guardare, dalle nuvolette da leggere, Faeti ha imparato l’abicì del saper vivere, come le generazioni precedenti avevano appreso la stessa arte dal cinema e dalla radio, e quelle precedenti ancora dagli affreschi nelle chiese e dalle vite dei santi. Per Faeti il fumetto è «cultura», e cultura «alta», senza complessi d’inferiorità (anche se le persone beneducate dovrebbero evitare di pronunciare la parola «cultura », svuotata di senso dall’uso che ne hanno fatto i demagoghi e i ministeri della propaganda, come ammonisce Roberto Calasso nel suo ultimo libro, L’impronta dell’editore, Adelphi 2013). Faeti, della generazione d’Umberto Eco, del Linus originario e dell’infatuazione (sacrosanta) per la cultura pop, che della «cultura» tra virgolette è stata per un po’ l’esatto contrario, scrive di fumetti, dei maestri disegnatori, dei grandi sceneggiatori, come i critici d’arte o musicali delle loro materie. Ma ne scrive anche un po’ da nerd, con l’entusiasmo e il tifo acceso e persino un po’ eccessivo degli animatori di fanzine. Per metà, Faeti è un professore universitario; per l’altra metà è Peter Pan. Molti dei fumetti di cui Faeti parla non sono più in circolazione da un pezzo, se non in edizioni per collezionisti, costose e diffi cilmente reperibili: il Tarzan di Burne Hogart, il Pecos Bill di Guido Martina, il Flash Gordon d’Alex Raymond, Zigomar e Gim Torro, gli Albi d’oro sceneggiati da Cesare Zavattini, da Giana Anguissola e dal grande Giovanni Luigi Bonelli, il padre di Tex Willer e dei suoi navajos. Sono fumetti straordinari, bellissimi, di cui Faeti ci restituisce la bizzarra, bambinesca eloquenza con la sua scrittura colta e infervorata insieme. Disgraziatamente, però, anche i fumetti imbiancano, come le mamme delle canzoni strappacore. Nessuno, o pochi, ricorda ancora il magnifi co Johnny Hazard di Frank Robbins, o il geniale Jeff Hawke di Sidney Jordan, o le tavole livide e surreali di Guido Buzzelli, o il Kit Carson con grandi baffi e grande cappello di Rino Albertarelli. Sono modernariato, oramai, anche le storie (all’epoca così «moderniste », à la Blow Up, Carnaby Street e sinistra caviar purissima) di Guido Crepax. È diventata quasi incomprensibile, come il busto delle nostre nonne e i baffi a manubrio dei loro mariti, persino la frangetta di Valentina (la stessa frangetta di Louise Brooks, diva del muto a Hollywood e in Europa, la Pandora espressionista di Pabst). Faeti ricorda con nostalgia l’Uomo Mascherato e Terry e i pirati ma ignora i supereroi. Oggi non c’è praticamente altro fumetto che quello degli eroi in maschera con le mutande sopra i pantaloni. Ma Faeti li ha frequentati poco, o quando non era più un bambino né un ragazzo, quindi Batman e Spiderman sono un’altra storia. Non appartengono al suo amarcord fumettistico. Ma chi lo vuole un amarcord fondato sul risaputo. Faeti lavora al recupero di un’arte del fumetto perduta e ne racconta l’avventura nel solo modo possibile: con le immagini, come se anche la storia dei suoi fumetti fosse un fumetto, e naturalmente lo è.