Recensione
Francesco Lucrezi, Pagine ebraiche n.4, 01/04/2013

L'uomo del Colle e il senso dello Stato

Com’è noto, dalle elezioni del 24 e 25 febbraio è scaturito un quadro generale di grande disordine e confusione, che non ha mancato di incuriosire e allarmare i nostri partner europei e gli osservatori di tutto il mondo. Indipendentemente dalle diverse valutazioni e preferenze politiche, è evidente che il nuovo Parlamento è chiamato a operare su un campo di macerie, in un tessuto civile lacerato, sfilacciato, nel quale l’unico dato di unità, tra le differenti posizioni, pare essere un diffuso calo di fiducia, di speranza in un futuro migliore. Un elemento che mi è sembrato particolarmente negativo, del dibattito elettorale, e anche dei successivi commenti sull’esito del voto – ma era una cosa che durava, in realtà, da anni – è stata la soverchiante prevalenza del problema economico, che pare avere quasi annullato tutte le altre tematiche, che un tempo tanto coinvolgevano l’opinione pubblica (diritti civili, politica estera, istruzione, sanità, giustizia, laicità, ecologia, trasporti, lavoro, immigrazione ecc.), e che sembrano ora essere diventate insignificanti, o marginali, di fronte al problema del denaro: come trovarne di nuovo, o come non perdere quel poco che c’è. Ma è davvero questo l’unico assillo degli italiani? Decisamente poche voci hanno cercato di ricordarci che, oltre ai soldi, c’è dell’altro, e che quest’altro, per una collettività civile, e che voglia restare tale, può essere molto importante: un “altro” che si chiama solidarietà, rispetto, lealtà, senso del dovere, lotta alla prevaricazione, al pregiudizio, all’intolleranza. E, tra queste poche voci, la più autorevole mi pare sia stata quella del presidente Napolitano, al cui insegnamento civile e politico, in occasione della prossima chiusura del settennato presidenziale, il nostro collega Tobia Zevi – studioso del linguaggio - dedica un pregevole libretto, intitolato Il discorso di Giorgio (Donzelli): un saggio di grande interesse e di gradevole lettura, nel quale sono rievocati, in un rapido e vivace quadro di sintesi, quelli che emergono come punti particolarmente qualificanti del complessivo messaggio del presidente (la patria e l’unità nazionale, la memoria, l’Europa, la Costituzione, il futuro). Dalle pagine di Zevi, pur prive di intenti agiografici, risalta con evidenza il notevole contributo che il presidente, in questi sette anni, ha dato alla conservazione della dignità della Repubblica e delle istituzioni, contro tutte le imperanti tendenze al degrado morale, all’imbarbarimento del costume, al disprezzo delle regole, che tanto a fondo hanno sfregiato il tessuto della nostra vita civile. Certo, come ogni uomo, anche Napolitano ha fatto i suoi sbagli, ed è giusto che, in democrazia, nessuno, neanche il presidente, sia al di sopra del giudizio e della critica. Ma è evidente, a mio parere, che i reiterati, violenti attacchi di cui, soprattutto negli ultimi tempi, è stato fatto oggetto da destra come da sinistra o da quella confusa nebulosa che alcuni chiamano anti- politica - il cui unico tratto chiaramente distinguibile a me pare quello dell’inciviltà – non avevano come obiettivo i suoi atti e le sue parole, ma semplicemente il suo essere, a norma di Costituzione, il rappresentate della nazione, il simbolo della Repubblica e dello Stato. Quale bersaglio più comodo per chi, verso la stessa Repubblica, mostra di nutrire, per vari motivi, un malcelato disprezzo? Questo mancato rispetto verso le istituzioni contraddistingue, da sempre, il nostro Paese ed è un fenomeno che, purtroppo, è andato aggravandosi. Basti fare il confronto con quanto accade nelle altre grandi democrazie contemporanee, come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, dove le campagne elettorali dividono, ma le elezioni uniscono, e il presidente eletto è, sempre, il presidente di tutti. Non sappiamo chi sarà il nostro prossimo presidente, ma già sappiamo che avrà vita difficile, in quanto, come simbolo dello Stato, avrà sempre contro l’antipolitica e l’anti- Stato (a meno che, Dio non voglia, non ne sia egli stesso un esponente). Quello di Zevi appare quindi un tributo non solo alla figura di un grande italiano, ma anche un richiamo a quei valori di civismo e responsabilità da lui sempre rappresentati. Le parole del presidente rievocate dall’autore (fra cui quelle, di particolare lucidità e forza morale, volte a conciliare la tutela del valore della Resistenza con l’umano rispetto per i caduti dell’altra parte, le cui vicende personali vengono invece spesso rievocate, da alcuni, con ambigui intenti revisionistici) appaiono tutte di grande importanza e attualità, e non dovranno essere dimenticate. Ai discorsi citati da Zevi, mi permetto di aggiungere una lettera del lontano 26 febbraio 1945, recentemente pubblicata dal Mattino di Napoli (26/2/2012), nella quale il giovane Napolitano esprime quella, che negli anni della guerra, era stata la sua idea del riscatto della patria: un riscatto che passava necessariamente, ai suoi occhi, attraverso “la sconfitta, la disfatta completa”. Solo la sconfitta e la disfatta dell’Italia fascista avrebbero restituito all’Italia la dignità perduta, e chi amava l’Italia doveva perciò adoperarsi perché perdesse, al più presto, quella guerra sciagurata. Parole di grande coraggio, e di grande amor patrio. Che suonano – in un’Italia che erige i suoi monumenti, ormai, agli eroi del fascismo, anziché della Resistenza – tristemente lontane