Recensione
Giampiero Minasi, Babylon Post, 03/04/2013

Nome in codice Iulca. Gramsci e il carcere del Comunismo

Prosegue, anche in questo primo scorcio dell'anno, quello straordinario interesse per Gramsci, esploso nel 2012 quando, a 75 anni dalla morte del grande pensatore, sono stati pubblicati oltre una decina di libri che hanno alimentato un lungo e acceso dibattito storiografico-politico sulle pagine dei più importanti giornali. Suscitando, peraltro, interrogativi che ancora attendono risposta convincente: perché tanto rinnovata attenzione per Gramsci? Cosa c'è di ancora attuale nel suo pensiero? Ad accendere le micce, oggi come nell'anno appena trascorso, è Franco Lo Piparo, di cui è appena uscito in libreria L'enigma del quaderno, che fa seguito al precedente I due carceri di Gramsci (entrambi pubblicati da Donzelli), con cui si è aggiudicato il "Viareggio". In quel testo, l'autore, avendo intuito nel nome Iulca un doppio significato (nome reale della moglie di Gramsci e nome di copertura per alludere al Pcus, sfuggendo al controllo della censura fascista), si apriva a una dirompente interpretazione di alcune lettere indirizzate dal detenuto di Turi alla cognata Tania. In particolare, in quella del 14 gennaio 1932, comunicando a Tania la volontà di sciogliere il vincolo matrimoniale con Iulca e di volersene rientrare nel suo "guscio sardo", Gramsci avrebbe in realtà espresso la sua volontà di rottura col comunismo (l'altro carcere, oltre a quello fascista, da cui si sentiva imprigionato). Volontà che poi avrebbe confermato nella famosa lettera "esopica" del 27 febbraio 1933, nella quale scrive che la sua vita è giunta «ad una svolta decisiva.in cui occorre, senza più dilazioni, prendere una decisione. Questa decisione è presa». Per poi concludere con un amaro bilancio: «Certe volte ho pensato che la mia vita fosse un grande (grande per me) errore, un dirizzone». Passo che, nell'interpretazione di Lo Piparo, conterrebbe l'annuncio della rottura definitiva col comunismo (l'errore di cui sopra) e della svolta liberal democratica che, poi, avrebbe acquisito consistenza teorica nel famoso 34esimo quaderno, tenuto nascosto da Togliatti per il suo contenuto esplosivo. Ed è proprio sull'esistenza di tale quaderno che il filologo siciliano (confortato in ciò da Luciano Canfora) torna a insistere col suo nuovo libro, spingendosi a indicarne in 26 il numero delle pagine e l'anno e il luogo di redazione: a partire dal 1935, nella clinica Quisisana di Roma (infrangendo un'altra opinione comune secondo la quale Gramsci avrebbe interrotto ogni attività di scrittura con l'uscita dal carcere).

Alimentando così la "querelle" con lo schieramento opposto capeggiato dal presidente della Fondazione Istituto Gramsci, Giuseppe Vacca, per il quale il Quaderno 34 non è mai esistito. A Vacca può essere ricondotta quella interpretazione ufficiale che sembrava ormai consolidata di un Gramsci anticipatore teorico della "via italiana al socialismo" che poi Togliatti, con genialità politica, avrebbe sostanziato nella scelta della Costituente e nell'approdo irreversibile alla via democratico-parlamentare. Visione continuista, quindi, del rapporto Gramsci-Togliatti che solo negli ultimi anni, sulla scia di testimonianze e di testi gramsciani via via più disponibili nella loro integrità, aveva dovuto concedere qualcosa alla considerazione che tra il pensatore sardo e "il Migliore" non corresse poi tanto buon sangue. Che fra i due, viceversa, ci fosse un fortissimo contrasto, sia personale che politico, è al centro dell'analisi dell'altro grande protagonista del dibattito di questi mesi, Carmine Donzelli. Il quale ha sentito forte l'esigenza di ripubblicare nel 2012 per i tipi della sua casa editrice un suo importante testo del 1981, Antonio Gramsci. Il moderno Principe. Il partito e le lotta per l'egemonia. Quaderno 13. Noterelle sulla politica di Machiavelli. La lunga nuova introduzione a quel testo espone i motivi di quelle esigenza: opporsi alle tesi di Vacca, ma anche a quelle di Lo Piparo. In contrasto col suo autore, Donzelli afferma infatti che Gramsci non è un antesignano della liberal democrazia, perché è fondamentalmente un leninista, sia pure con tratti fortemente originali. Chi ha ragione in questa disputa? Che peraltro sembra attualmente avvitarsi su congetture e argomentazioni fin troppo specialistiche cui affidare l'esistenza o meno del 34esimo quaderno liberal democratico, la classica "pistola fumante" che comproverebbe, senza ombra di dubbio, l'allontanamento di Gramsci dal comunismo sia sovietico sia italiano. In attesa che il gruppo di lavoro istituito dalla Fondazione Istituto Gramsci (composto fra gli altri da Francioni, Vacca, Lo Piparo, Canfora) stabilisca come stiano le cose, c'è da chiedersi se l'effetto del Quaderno 34 sarebbe poi così dirompente. Certo porterebbe altri materiali, come non bastassero quelli già disponibili, a una considerazione poco lusinghiera dell'uomo Togliatti. Al quale, sul piano storico-politico, si potrebbe poi imputare di essere il responsabile di quella doppiezza che ha reso lentissimo e faticoso l'approdo totalmente democratico che nessuno si sognerebbe oggi di contestare agli attuali eredi della storia del comunismo italiano. Ma, sicuramente, altri vi troverebbero confermata la "genialità" politica del leader comunista che, con un'operazione di attento e graduale rilascio dei positivi germi liberal democratici gramsciani, avrebbe tenuto unito un popolo sentimentalmente legato al mito della rivoluzione, allontanandolo progressivamente dai rischi di rotture e di rovinose fughe in avanti.

Ma, per stare all'attualità, la scoperta di un Gramsci inequivocabilmente liberal democratico, cosa aggiungerebbe all'identità della sinistra attuale? Sarebbe in grado di corroborarne quella gracilità ormai da tutti denunciata, che la spinge a cercare puntelli in altri campi che le dovrebbero essere alternativi, quali quello del liberismo e del personalismo cattolico? Per chi volesse muoversi sulla via della ricerca di una nuova identità della sinistra (che riteniamo sia la motivazione più profonda dell'attuale "renaissance" gramsciana), potrebbe allora essere più utile rivolgersi al Gramsci leninista di Donzelli, a condizione però di discutere a fondo tale definizione, in una prospettiva adombrata dallo stesso storico il quale, in un recente incontro organizzato dal Gruppo storia dell'associazione culturale Amore e Psiche alla libreria Arion del Palazzo delle Esposizioni di Roma, convenendo con l'acuta osservazione della studiosa Noemi Ghetti, ha parlato di una lotta continua di Gramsci per fuoruscire dalla gabbia ideologica leninista che lo stringeva. L'argomentazione potrebbe articolarsi su tre punti. Primo punto. Gramsci, in carcere, scrive Lettere e Quaderni. Fra essi non è possibile operare alcuna scissione, fra una lettura umanamente partecipe delle prime, messa poi da parte allorquando ci si volga allo studio teorico dei secondi. Lo stesso Gramsci ci diffida dal farlo nella lettera del 19 maggio 1930: «Io, a dire il vero, non sono molto sentimentale e non sono le quistioni sentimentali che mi tormentano. Non che sia insensibile.piuttosto anche le quistioni sentimentali mi si presentano, le vivo, in combinazione con altri elementi (ideologici, filosofici, politici) così che non saprei dire fin dove arriva il sentimento e dove incomincia invece uno degli altri elementi, non saprei dire forse neppure di quale di tutti questi elementi precisamente si tratti tanto essi sono unificati in un tutto inscindibile e di una vita unica». Gramsci scrive i Quaderni perché sta vivendo la tragica esperienza umana che ci racconta nelle Lettere: sfugge al carcere fascista cercando le ragioni della sconfitta e a quello comunista cercando un altro modo di essere rivoluzionario. Nelle Lettere, Gramsci ci parla del suo stato d'animo, lo difende arrabbiandosi coi compagni che ritiene lo abbiano tradito, si deprime e si sente svuotato. Ebbene, questo uomo Gramsci, anche per i termini che usa in varie missive (malessere e disagio psichico, intenzioni inconsce, sensazione di abbandono, contraccolpo psicologico, ecc.) può ancora essere ricondotto al leninismo? Esiste un'analoga esperienza umana e politica nell'intero panorama della Terza Internazionale, laddove la norma era piuttosto quella di militanti che di fronte al plotone di esecuzione stalinista inneggiavano al partito e alla rivoluzione, riproponendo fino all'ultimo la scissione tra i loro affetti e la "superiore" ragione comunista? È pensabile che un uomo che abbia vissuto tale esperienza avrebbe potuto poi esercitare leninisticamente la fase della violenza e della dittatura contro gli avversari del campo borghese e del suo stesso campo, con le cui ragioni teoriche si era confrontato in modo così profondo e dialettico?

Gramsci sarebbe comunque ricondotto a Lenin (e siamo al secondo punto) dal concetto di egemonia, nella valenza di novità teorica già presente nel capo bolscevico il quale, col ruolo fondamentale dato all'iniziativa soggettiva del partito e alla sua capacità di creare un sistema di alleanze intorno al proletariato, si era allontanato da una certa vulgata deterministica marxiana che assegnava all'economia la funzione di produrre meccanicamente lo sviluppo storico. Il pensatore sardo va però ben oltre. Contestando a Bucharin l'impossibilità di ricondurre il movimento storico dentro canoni rigidi scientificamente prevedibili, egli rovescia il tradizionale rapporto tra struttura e sovrastruttura, nel senso che l'ideologia, la cultura, la politica vengono prima dell'economia e ne condizionano gli sviluppi. Fondamentale per tale svolta è il riferimento a Machiavelli, il fondatore della scienza politica. Nel fiorentino, Gramsci trova ciò che il marxismo non era in grado di dargli: la chiave per comprendere i meccanismi dell'egemonia (del proprio campo e, novità assoluta nella tradizione marx-leninista, del blocco avverso borghese) e la concezione dell'autonomia della politica. Quest'ultima, nel corpo a corpo ideologico che Gramsci conduce a distanza con Gentile, Croce e Gioberti, va poi ad identificarsi con la filosofia della prassi trasformatrice del mondo e, passo dopo passo, porta a una grandissima considerazione molto poco leninista per la storia, la morale e, fondamentalmente, per la cultura, il ruolo degli intellettuali e degli apparati della società civile. Un leninismo ridotto a così minimi termini come poteva nondimeno costituire la gabbia ideologica da cui Gramsci non sarebbe riuscito a liberarsi? Una possibile risposta (con ciò venendo al terzo punto) potrebbe trovarsi nel fatto che Gramsci si riferisca costantemente al proletariato come guida del processo rivoluzionario. Un riferimento che lo accomuna a Lenin, perché accomuna entrambi all'antropologia di Marx. Riferimento ovvio per un comunista, ma che non è senza conseguenze per il rinnovamento teorico gramsciano. Innanzitutto perché porre a guida della lotta per la liberazione umana il proletariato, cioè una classe sociale la cui definizione è data essenzialmente dalla collocazione nella produzione, conduce a che l'economia, appena cacciata dalla porta quale motore dello sviluppo storico, rientri dalla finestra a ripristinare la supremazia della struttura sulla sovrastruttura. Inoltre, la classe operaia, anche considerando il suo sistema di alleanze sociali (il blocco storico con i contadini), poteva rappresentare senz'altro un punto di vista maggioritario, ma pur sempre parziale, che quindi necessitava di imporsi agli altri gruppi sociali. Il lessico leninista largamente presente in Gramsci (egemonia, blocco storico, violenza rivoluzionaria, dittatura, coercizione, totalitarismo, ecc.) potrebbe trovare in ciò la sua motivazione, oltre che nella drammaticità dei tempi.

Al pensatore sardo non sfugge la gravità del problema, ma le risposte non appaiono convincenti. Come quando, ad esempio, per valutare se il ricorso alla violenza sia o meno legittimo, indulge a criteri quantitativi, opponendo a Mussolini in un discorso alla Camera la violenza proletaria, progressiva perché esercitata in nome della maggioranza, a quella fascista, arbitraria perché esercitata in nome di una minoranza. Oppure, quando stempera l'esercizio del totalitarismo e della collettivizzazione con l'auspicio generico che siano una fase transitoria verso una forma superiore e totale di civiltà moderna, in cui gli interessi particolari si fondano in un quadro unitario. Fatto sta che già allora la storia cominciava a mostrare quanto sarebbe apparso evidentissimo più tardi: che non solo le rivendicazioni dei contadini potevano non coincidere con quelle della classe operaia, ma che anche quest'ultima era ben lungi dall'essere un monolite compatto privo di contraddizioni e di articolazioni al proprio interno. E, soprattutto, che la pur sacrosanta, allora come ora, lotta dei più per la soddisfazione delle condizioni materiali di esistenza non esauriva il percorso della liberazione umana. In altri termini, la classe operaia e le sue rivendicazioni non costituivano quel punto di vista universalistico senza il quale ogni politica egemonica è esposta ai rischi di esiti violenti, fisici e psichici. In conclusione, e rispondendo agli interrogativi iniziali, se a Gramsci spinge la necessità di una nuova identità per la sinistra, cosa del suo pensiero può darci ancora apporti fecondi? Da lui possiamo senz'altro prendere la tensione ad una ricerca originale non scissa dagli affetti, che sappia perciò operare rifiuti radicali ed affrontare anche i rischi di un'iniziale solitudine. Poi, fondamentalmente, la cultura e le idee come terreno principale per la riforma radicale della società. Ma, oltre Gramsci (e forse in sintonia con le sue aspirazioni più profonde), la battaglia delle idee, che sia dialettica radicale e non violenta con la cultura dominante intrisa di idee religiose e razionali, va condotta in nome di una nuova antropologia che ponga come soggetto della liberazione umana l'essere umano nella concreta fisiologia della sua nascita: non creato da Dio, uguale a tutti gli altri esseri umani nella soddisfazione dei bisogni, diverso dagli altri per le proprie immagini, la propria fantasia, i propri affetti, le proprie esigenze.