Recensione
Erminio Ferrari, La Regione Ticino, 03/04/2013

Sette anni al Quirinale. Intervista a Guido Crainz

“Dopo sette anni sto finendo il mio mandato in un modo surreale”. Citato ieri dal Corriere della Sera, Giorgio Napolitano ha espresso tutta la sua amarezza e l’incredulità per l’impasse drammatica (e grottesca) in cui versano politica e istituzioni italiane. E lo si può capire: di questo ex comunista salito alla più alta carica dello Stato tutto si può dire, salvo che non abbia avuto il senso (persino il culto) delle istituzioni e della nazione che vi si rispecchia. Una strenua lealtà, in continuità – sostiene Guido Crainz nell’intervista che pubblichiamo in questa pagina – con i due capi di Stato che lo hanno preceduto, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Crainz, docente di Storia contemporanea nella facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo, è uno degli storici più interessanti e originali dell’Italia contemporanea. Capace, nei molti libri pubblicati (ultimo Il Paese reale, Donzelli 2012) di rendere storia ciò che ancora pulsa nelle vene del Paese. Professore, il settennato di Napolitano è coinciso con l’apice del consenso berlusconiano e il suo inarrestabile declino. In che misura ne è stato condizionato? «Tutti gli ultimi tre presidenti sono stati condizionati dalla vicenda berlusconiana nelle sue diverse fasi. Si sono dovuti misurare con un protagonista che ha dimostrato di essere estraneo a regole fondanti della democrazia, in particolare l’autonomia dei tre poteri dello Stato. L’urto più forte fu proprio all’inizio, nel 1994. Alla vigilia del primo governo Berlusconi, il presidente Scalfaro dovette inviare una lettera molto netta richiamandolo addirittura al rispetto della Costituzione, all’Italia una e indivisibile, alla politica di pace e ponendo il veto alla nomina di Previti a ministro della Giustizia. E non è stato solo Napolitano a rinviare alla Camera leggi apertamente confliggenti con la Costituzione. Credo che siano stati una vera fortuna per l’Italia tre presidenti come Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Questo ha un significato simbolico: sono stati decisivi tre uomini che in vario modo rinviano allo spirito originario della repubblica, quasi un invito a non smarrire del tutto quello spirito e quell’ispirazione». Come valutare, in linea generale il settennato di Napolitano? «Credo, come ho detto, che abbia dato un contributo decisivo alla salvezza del Paese dall’inizio alla fine del settennato. Una fine rivelatasi più difficile per il modo in cui si è dissolta una maggioranza di centrodestra che era risultata fortissima nel 2008. Difficile anche per i tentativi sempre più incalzanti di infrangere la legalità con leggi ad personam; e anche per indecenza: credo che non vi sia altro termine per indicare le vicende di cui è stato protagonista Berlusconi. Già nel 2010, con la rottura tra Fini e Berlusconi si è aperta una transizione difficilissima, con il governo salvato da gruppi di transfughi poco edificanti, ricompensati con posti di ministro, sottosegretario e così via. Abbiamo avuto ministri per un giorno, come Brancher, nominato per evitargli la galera. Anche su viquelle che si attribuiscono a Scalfaro, Ciampi e Napolitano. In alcuni con connotati molto negativi, in altri svolgendo un ruolo molto positivo che ha anticipato quanto toccherà fare agli ultimi tre capi dello Stato. Tra gli esempi di interventismo negativo penso senz’altro ad Antonio Segni – presidente dal ’62 al ’64 – e a Francesco Cossiga, presidente dall’85 al ’92. Tra i casi positivi di interventismo penso a Sandro Pertini. Due parole per questi tre casi. Segni fu nominato presidente della repubblica nel 1962 dallo schieramento conservatore guidato dalla destra democristiana contraria al centrosinistra aperto ai socialisti. L’azione di Segni contro il centrosinistra – contro il governo legittimo del Paese – fu fortissima, fino al suo coinvolgimento nel “piano Solo”, il tentativo di colpo di Stato ordito dal generale De Lorenzo su cui venne condotta un’inchiesta parlamentare. Per la verità anche il suo predecessore Giovanni Gronchi aveva sollevato più di un dubbio nel ’60 per il sostegno alle forzature del governo Tambroni appoggiato dalla destra neofascista. Per quanto riguarda Cossiga, basterà ricordare che fu lui stesso a darsi l’appellativo di picconatore per gli attacchi durissimi e talora irresponsabili alla magistratura e al sistema politico. Sul versante dei precedenti positivi ho nominato Pertini che si diede esplicitamente il compito di avvicinare il Paese a un Palazzo che iniziava a essere scosso dal discredito e dagli scandali. Ricordo che Pertini divenne presidente dopo le dimissioni di Giovanni Leone e dopo un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti che, pur essendo sostenuto solo dal Partito radicale, sfiorò il successo. Pertini si spese in forme anche inusuali, con un protagonismo che gli valse alcune critiche, come per il suo appello televisivo dopo il terremoto in Irpinia, quando invitò a non ripetere i guasti del Belice». L’istituto presidenziale è parso restare il solo accreditato di autorevolezza anche nel pieno del processo di delegittimazione della forma di rappresentanza democratica. Fi - no a quando resisterà? «Credo che i tre presidenti che più hanno fatto per salvare la repubblica siano gli ultimi tre e Pertini. E tutti e quattro rinviano allo spirito originario della repubblica, alla resistenza. Un miracolo che tuttavia non potrà ripetersi a lungo e che fa comprendere quanto non si possa andare avanti indefinitamente per supplenze, e quanto sia importante che il sistema dei partiti avvii un processo di rifondazione. Purtroppo non se ne vedono i segni». Una svolta presidenziale, come sollecita la destra, è possibile? Opportuna? «Alla luce di quanto ho detto, risponderei di no. Forse sono un conservatore costituzionale, ma penso anch’io come Roberto Benigni che la nostra sia la Costituzione più bella del mondo». Nei giorni scorsi si sono sentiti politici di destra auspicare che l’Italia abbia “per la prima volta” un presidente moderato. Come la definiamo: malafede, ignoranza, propaganda? «Tutte e tre: malafede, ignoranza, propaganda». cende come questa Napolitano ha dovuto intervenire. E abbiamo avuto poi la fine definitiva di quella maggioranza di fronte a una crisi internazionale gravis sima. Qui la via d’uscita scelta da Napolitano è stata indubbiamente decisiva per il Paese, con la nomina di Monti senatore a vita, e la scelta di affidargli la guida di un governo di tecnici. E forse Monti avrebbe dovuto ascoltare nei mesi scorsi il parere di Napolitano, quando il presidente non ha salutato con favore la sue decisione di “salire” in politica». Lei parla di continuità con Scalfaro e Ciampi... «Sì, in generale, direi che Napolitano ha proseguito nel solco aperto da Scalfaro e Ciampi, portandovi anche il proprio profilo. Quel solco aperto si chiama Italia ed Europa: identità nazionale e identità europea sono state le cifre chiave di un discorso che è proseguito, per quel che riguarda Napolitano, con la valorizzazione del 150º anniversario dell’unità d’Italia, in continuità diretta con l’azione di Ciampi. In continuità con Scalfaro e Ciampi vi sono anche il continuo riferirsi alla Costituzione come bussola, e il patriottismo costituzionale: la prima espressione è soprattutto di Scalfaro, la seconda di Napolitano. L’attacco del centrodestra su questo punto è stato particolarmente violento. Ricordo perlomeno le dichiarazioni di Berlusconi nel pieno della vicenda di Eluana Englaro, quando Napolitano si richiamò alla Costituzione per non firmare un decreto, e Berlusconi dichiarò che la Costituzione andava superata perché scritta da forze ideologizzate che avevano guardato alla Costituzione russa come un modello. E sempre in continuità con un discorso avviato da Scalfaro sin da Tangentopoli, vi è stata una ferma difesa della magistratura, e allo stesso tempo un richiamo ai magistrati a non travalicare essi stessi i limiti del proprio mandato. Qui vi è continuità assoluta: da Scalfaro che ammonisce i pubblici ministri di Mani Pulite a non utilizzare il carcere preventivo come strumento di pressione, all’ultimo intervento di Napolitano su questi temi. Molto duro nei confronti della manifestazione dei parlamentari di centrodestra contro il tribunale di Milano (contro la magistratura in realtà), ma altrettanto esplicito nel richiamare i giudici a considerare legittimo l’impedimento di un leader politico, in una fase tanto delicata. È stato molto deciso Napolitano anche contro la decretazione d’urgenza, con l’esplicitazione delle proprie riserve anche quando ha firmato alcuni decreti. A questo proposito, talvolta Napolitano è stato criticato per aver firmato decreti che successivamente la Corte costituzionale ha bocciato. Ma il presidente può non firmare il decreto solo quando il testo è apertamente anticostituzionale; altrimenti lascia il giudizio alla stessa Corte, organo deputato a stabilirlo. Napolitano ha accompagnato le firme dei decreti che a lui sembravano non apertamente anticostituzionali, pur delle questioni – dal Lodo Alfano al decreto salva-liste – con alcune riserve esplicite». C’è un elemento distintivo del mandato di Napolitano? «Se devo citarne uno, che deriva anche dalla storia del presidente e dalla sua sensibilità, allora penserei al suo richiamo fortissimo al valore del lavoro e dei drammi del lavoro. Il primo maggio del 2007 sconvolse il copione tradizionale del conferimento delle stelle al merito del lavoro, riservando particolare attenzione alle sue vittime; da un manovratore della stazione di Terni a un lavoratore albanese morto per un’esplosione in fabbrica. Proseguendo un discorso già aperto soprattutto da Ciampi, Napolitano è intervenuto anche sui nodi della memoria del Paese e delle sue lacerazioni più gravi. Penso alla giornata dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo, e alla seconda di esse, nel 2009, quando invitò al Quirinale, a quarant’anni dalla strage di Piazza Fontana, sia la vedova dell’anarchico Pinelli morto cadendo da una finestra della Questura di Milano, sia la vedova del commissario Calabresi, a lungo accusato di quella morte e a sua volta caduto poi vittima del terrorismo. Ma ricordo anche i suoi interventi sull’aggravarsi della crisi tra i giovani, sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia». Napolitano, primo presidente “comunista” dopo il primo presidente del Consiglio “comunista” (D’Alema). Con la sua elezione è stato definitivamente superato il fattore k? «Ma aggiungerei anche la nomina di Napolitano a ministro dell’Interno nel primo governo Prodi: l’ingresso in un ministero delicatissimo, i cui apparati erano stati usati largamente contro i comunisti e la sinistra fino agli anni Ottanta. Un ministero per quarant’anni e oltre detenuto dalla Democrazia cristiana. Ma si può anche ricordare che per Napolitano la pregiudiziale anticomunista era caduta in America già nel 1978, quando fu il primo comunista a cui veniva concesso il visto d’ingresso negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze in università prestigiose. Anche da questo punto di vista Napolitano ha contribuito con la sua figura a questo superamento. Ma diciamo anche che la pregiudiziale anticomunista come puro elemento di propaganda è sopravvissuta sia alla caduta del comunismo sovietico, sia al dissolversi dei Partiti comunisti, tanto che nel 1994 e anche in seguito Berlusconi ne ha fatto un’arma propagandistica forte ed efficace. Oggi sarebbe difficile farvi ancora ricorso, sarebbe un po’ ridicolo accusare di bolscevismo Matteo Renzi o Rosy Bindi». La forma della repubblica resta quella parlamentare, tuttavia negli ultimi vent’anni il ruolo del presidente da garante della Costituzione si è andato affermandosi come “orientatore” della politica nazionale. Si tratta di un mutamento della cosiddetta “Costituzione materiale”? «Dobbiamo intenderci. Il presidente nella storia della repubblica non è stato quasi mai un mero notaio della Costituzione. Abbiamo conosciuto forme di intervento anche molto più marcate di viquelle che si attribuiscono a Scalfaro, Ciampi e Napolitano. In alcuni con connotati molto negativi, in altri svolgendo un ruolo molto positivo che ha anticipato quanto toccherà fare agli ultimi tre capi dello Stato. Tra gli esempi di interventismo negativo penso senz’altro ad Antonio Segni – presidente dal ’62 al ’64 – e a Francesco Cossiga, presidente dall’85 al ’92. Tra i casi positivi di interventismo penso a Sandro Pertini. Due parole per questi tre casi. Segni fu nominato presidente della repubblica nel 1962 dallo schieramento conservatore guidato dalla destra democristiana contraria al centrosinistra aperto ai socialisti. L’azione di Segni contro il centrosinistra – contro il governo legittimo del Paese – fu fortissima, fino al suo coinvolgimento nel “piano Solo”, il tentativo di colpo di Stato ordito dal generale De Lorenzo su cui venne condotta un’inchiesta parlamentare. Per la verità anche il suo predecessore Giovanni Gronchi aveva sollevato più di un dubbio nel ’60 per il sostegno alle forzature del governo Tambroni appoggiato dalla destra neofascista. Per quanto riguarda Cossiga, basterà ricordare che fu lui stesso a darsi l’appellativo di picconatore per gli attacchi durissimi e talora irresponsabili alla magistratura e al sistema politico. Sul versante dei precedenti positivi ho nominato Pertini che si diede esplicitamente il compito di avvicinare il Paese a un Palazzo che iniziava a essere scosso dal discredito e dagli scandali. Ricordo che Pertini divenne presidente dopo le dimissioni di Giovanni Leone e dopo un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti che, pur essendo sostenuto solo dal Partito radicale, sfiorò il successo. Pertini si spese in forme anche inusuali, con un protagonismo che gli valse alcune critiche, come per il suo appello televisivo dopo il terremoto in Irpinia, quando invitò a non ripetere i guasti del Belice». L’istituto presidenziale è parso restare il solo accreditato di autorevolezza anche nel pieno del processo di delegittimazione della forma di rappresentanza democratica. Fi - no a quando resisterà? «Credo che i tre presidenti che più hanno fatto per salvare la repubblica siano gli ultimi tre e Pertini. E tutti e quattro rinviano allo spirito originario della repubblica, alla resistenza. Un miracolo che tuttavia non potrà ripetersi a lungo e che fa comprendere quanto non si possa andare avanti indefinitamente per supplenze, e quanto sia importante che il sistema dei partiti avvii un processo di rifondazione. Purtroppo non se ne vedono i segni». Una svolta presidenziale, come sollecita la destra, è possibile? Opportuna? «Alla luce di quanto ho detto, risponderei di no. Forse sono un conservatore costituzionale, ma penso anch’io come Roberto Benigni che la nostra sia la Costituzione più bella del mondo». Nei giorni scorsi si sono sentiti politici di destra auspicare che l’Italia abbia “per la prima volta” un presidente moderato. Come la definiamo: malafede, ignoranza, propaganda? «Tutte e tre: malafede, ignoranza, propaganda.