Recensione
Francesca Ielpo, Bottega Scriptamanent, 03/04/2013

Il lento disgregarsi e la frammentazione della nazione italiana dagli anni ’70 a oggi

Delineare gli eventi italiani non sempre è un’impresa facile, anzi. Dietro quadri politici e sociali che vorrebbero apparire chiari, si cela la rimozione di affari sporchi raggruppabili sotto il comune denominatore della corruzione. Individuare cause ed effetti non sempre deriva da una meccanica logicità. È necessaria un’analisi approfondita, uno sguardo a trecentosessanta gradi che non tralasci nessuna contraddizione. Questo compie Guido Crainz, docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo, in un suo recente saggio, che ripercorre la storia di un paese, il nostro, dagli anni Settanta ad oggi. Con occhio critico e dissacrante scorrono parole volte a descrivere ciò che più da vicino ci riguarda.

Storia quotidiana Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi (Donzelli, pp. 396, € 29,00) è composto di cinque capitoli più una Postfazione, che mostrano i risvolti di un’Italia avviatasi da tempo verso la frantumazione e la frammentazione. Negli anni Settanta gli italiani si ritrovano in «una bella époque inattesa», per dirla alla Calvino. Tanto «inattesa» perché in realtà l’Italia non è pronta alla corsa alla tecnologia e alla massificazione di beni e persone, si trova in una realtà futuristica ma non avanzata. Il sistema delle tre M (macchina, moglie, mestiere) tende lentamente a scomparire portando alla ribalta contraddizioni non indifferenti. Il Sessantotto e lo stile di vita americano attecchiscono alla realtà italiana ma non troppo: «Siamo tutti “orfani” di una evoluzione in avanti che non c’è stata». Si legge nel testo: «in quegli anni vi è stata ossidazione e corrosione delle istituzioni». Gli scioperi e la contestazione collettiva non ritrovano più un senso nella coscienza di italiani ormai delusi. Il quadro, già confuso e macchiato, si sporca ancora di più con il sangue delle numerose stragi, provocate dai furenti attentati delle forze eversive “rosse” e “nere”. Come non ricordare l’immagine di Aldo Moro prigioniero alle cui spalle compariva la stella a cinque punte delle Brigate rosse? Quell’anno, il 1979, è l’“anno del riflusso”: stanchi della politica, ci si addolcisce la vita con edonismo e «piccolo illegalismo». L’impegno politico e la partecipazione perdono concreta attuazione di fronte al passaggio pubblico-privato sfogo. I mass media, da buoni assimilatori della realtà, portano avanti il «trionfo della sgangheratezza», con spettacolarizzazione e personalizzazione delle notizie, con messe in onda di squallidi e inutili soggetti. Aggiungiamo a ciò il dilagare della corruzione. L’autore riporta le parole di Massimo Riva: «Per profondità del male e latitudine del vizio quanto affiora sotto gli occhi sgomenti del paese non ha precedenti storici che possano consolare. Mai si era vista tanta corruzione radicarsi così dentro e così largamente nelle strutture dello Stato […]. Si materializza il Fantasma della Seconda Repubblica e si diffonde l’ansia che qualcuno si levi contro chi tanto disonestamente opera con poche parole: “In nome di Dio, andatevene! Liberateci della vostra presenza!”». Dal 1981 al 1991 si susseguono nove governi. Sfociano delle vere e proprie «guerriglie di potere». Si rabbrividisce, di un freddo schifato e infangato da qualcosa che è lontano e estraneo come il potere, leggendo: «Nonostante qualche tentativo di innovazione e di moralizzazione cresceva il degrado complessivo dell’intervento statale. Cresceva il peso di un “ceto affaristico rampante”, con il “reiterato intervento politico nella gestione dell’impresa” e un uso disinvolto del patrimonio statale, “utilizzato smaccatamente al servizio del parassitismo clientelare”. E il Sud diventava luogo centrale e simbolico del degrado». Sullo sfondo, lo scioglimento di due partiti: la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano, che, come Enrico Berlinguer dichiara, sono «macchine di potere e di clientela». Milano intanto diventa la capitale della Borsa, dell’informatica, delle public relations, della pubblicità, della moda e della televisione commerciale. Guido Crainz cita più volte Pier Vittorio Tondelli come fedele scrittore realistico di quegli anni ambigui. Come un evento straordinario e imprevisto giunge il 1992, e l’Italia non è economicamente pronta ad entrare nell’Unione Europea. Poco più tardi scoppia il caso Mani pulite e a tal proposito si legge: «le ventate sempre più forti di “antipolitica”, aggiungeva Michele Salvati, sono state alimentate da “un ceto politico ipertrofico, parassitico, corrotto e in più arrogante, impunito e impunibile. Un ceto composto di gente senz’arte né parte che ha come professione esclusiva la politica, che si intrufola in ogni meandro dello Stato, degli enti e delle imprese pubbliche”». Gli italiani attraversano una profonda e devastante crisi economica, morale e istituzionale. Aggiungiamo a ciò la creazione di un partito come la Lega Nord: se ne deduce che sarà difficile per l’Italia camminare al di là dei propri confini e della propria pseudoricchezza.

Tra giornalismo e storia E l’uragano di Tangentopoli, la discesa in campo di Silvio Berlusconi: storia quotidiana più che contemporanea. Guido Crainz, nel riportarla, ci fornisce nel suo saggio un’importante testimonianza, utilizzando continui riferimenti a giornalisti e storici. Ogni tesi si basa su più argomentazioni, frutto di ricerche negli archivi delle maggiori testate e nel pensiero di uomini assennati. Il lettore resta avvinto da queste pagine e approfitta di una delle poche occasioni offerte dal mondo dell’informazione per comprendere il “sistema” in cui è coinvolto.