Recensione
Danilo Supino, Fuori le Mura, 18/03/2013

Gli sforzi del Presidente nellla difficile realtà italiana

Giorgio Napolitano è l’undicesimo Presidente della Repubblica Italiana. Ha già da mesi confermato di non volere proseguire il suo mandato per altri sette anni e a maggio le camere eleggeranno un nuovo capo di stato.

Ognuno dei suoi predecessori ha dovuto affrontare problematiche e criticità dell’attualità italiana. Si pensi ad Enrico De Nicola, primo presidente dopo il ventennio fascista, il quale ebbe il principale compito di monitorare sull’esecuzione della nuova Costituzione, una mansione che allora fu facilitata da due camere piene di rappresentanti con un forte senso della democrazia, della libertà, dell’unione e dell’antifascismo. Oppure Sandro Pertini, eletto nel luglio del 1978, a due mesi dalla morte di Aldo Moro e all’apice delle tensioni degli anni di piombo.

Nessuno, però, come Giorgio Napolitano ha dovuto affrontare in sette anni diversi problemi, interni ed esterni, e l’importante anniversario dell’Unità nazionale che è caduto in un periodo in cui l’integrità di essa è stata messa più volte in discussione, fortunatamente mai in una maniera concreta.

Il percorso e l’idea del Presidente possono essere ricostruiti dai suoi discorsi. Un’arma bianca che ha usato sempre in maniera appropriata senza mai destabilizzare l’equilibrio politico, cercando invece di riportare i politici e i cittadini italiani su un piano di reciproco dialogo.

Se seguiamo i precetti di Erodoto, l’analisi della storia la si fa seguendo prima i logoi (discorsi) e poi constatando se essi si rispecchiano nelle azioni. Ora, tenendo in considerazione che stiamo parlando del Capo dello Stato, la seconda parte del ragionamento erodoteo viene meno, e bisogna concentrarsi esclusivamente sui discorsi. Tobia Zevi, giovane studioso della lingua italiana, è ciò che ha fatto nel suo libro Il discorso di Giorgio. Ha studiato ogni singola dichiarazione ufficiale del Presidente sin dal suo insediamento. Li ha setacciati per importanza, togliendo il superfluo (come riporta egli stesso nella introduzione “brindisi per capi di Stato, saluti e premiazioni, brevi dichiarazioni alla stampa) e si è spinto oltre. Ricostruisce il suo pensiero che ha contraddistinto il mandato. Attraverso l’analisi delle parole durante i discorsi ne ha compreso il pieno significato e motivato la scelta.

Con una buona memoria di questi sette anni e la lettura di questo libro, ne viene fuori un presidente affannato nel ristabilire e affermare vigorosamente dei concetti, non solo fondanti e costitutivi dell’Italia, ma anche di indubbia discutibilità: l’Unità, l’appartenenza all’Europa, la Costituzione, la questione della giustizia. I concetti di Liberazione, Patria e Resistenza sono state più volte minate dall’ambiente politico e dall’opinione pubblica attraverso mezze verità, visioni faziose, ma soprattutto da un revisionismo storico dilagante. Per il Presidente, l’Unità fu conseguita attraverso una sinergia di forze “la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e democratico-rivoluzionarie”. Tutti hanno partecipato all’unificazione, in maniera diversa, con responsabilità differenti e in diversa misura. Ha tenuto ad allontanare dal dibattito ogni tipo di secessionismo, oltre al tradizionale di matrice leghista, anche l’immotivato rancore per una presunta conquista del nord ai danni del sud. Il tutto accompagnato da una mitizzazione del Brigantaggio e della Monarchia Borbonica che non hanno un riscontro nella realtà storica del tempo.

L’approccio scelto per il Risorgimento è lo stesso per la Resistenza. Ultimamente, essa viene presentata da una letteratura revisionista come una guerra civile. Nulla di più errato. La Resistenza fu condotta principalmente contro l’occupante tedesco e non contro i Repubblichini. E sull’uso del 25 aprile e come è stato affrontato in questi anni, l’analisi di Zevi è chiara. È un bel passo che aiuta a comprendere anche lo spessore dell’intero libro. Si fa riferimento a due discorsi, uno dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi nel 2010, il quale usa il termine libertà e non liberazione; l’altro del Presidente Napolitano del 2008: “Ora da un punto di vista semantico la libertà è una condizione, una dimensione statica dell’esistenza, mentre la liberazione indica un percorso, un conflitto, una diacronia e dunque delle contraddizioni. Per liberarsi, occorre che qualcuno mi tenga prigioniero, e dunque che qualcuno sia in torno. Ci deve essere un torto e una ragione, qualcuno che sbaglia e qualcuno che sceglie il bene. La libertà non contiene nulla di tutto ciò, e pertanto rischia di trasformare il nostro sguardo sul passato in una melassa indistinta, dove non esistono giusto e sbagliato”.

Napolitano lotta da mediatore tra un dibattito politico acceso, che pur di attirare consensi sfocia nella pura demagogia a scapito, come visto, della storia italiana, e arriva sino ad intaccare il potere giudiziario, pilastro fondante del pluralismo e costituzionalismo (si veda Montesquieu ne Lo spirito delle leggi) e l’apparato legislativo tutto. Nelle continue dichiarazioni contro una magistratura politicizzata e poco efficiente, Napolitano ha richiamato i giudici ad una condotta retta ed egualitaria, difendendo al tempo stesso l’operato di essa. E si mostra ponderato anche nel trattare l’eventuale riforma costituzionale. Disposto ad accogliere ogni iniziativa, purche sia nel rispetto dell’equilibrio che ha animato l’Assemblea Costituente liberamente scelta dal popolo italiano. Un tale intervento senza una ponderazione delle cariche e poteri in Italia non è possibile.

Il modo di Napolitano di trattare temi e questioni è singolare su ogni argomento. Nel difendere il primato in Europa dell’Italia, come stato fondatore, teorico e pratico, dedica una breve riflessione ad Alcide De Gasperi, ovviamente, e ad Altiero Spinelli, definendoli rispettivamente il politico-statista e il politico-visionario.