Recensione
Alessandro Mezzena Lona, Il Piccolo, 05/03/2013

Storia: il caso

Palmiro Togliatti non aveva dubbi. Le carte lasciate da Antonio Gramsci contenevano pagine imbarazzanti. E lo scriveva con grande franchezza al segretario generale del Comintern, Dimitrov: «Alcune parti dei manoscritti, qualora fossero utilizzate nella forma attuale, potrebbero non giovare al partito». E allora? Bisognava nasconderle, almeno per un po’. Evitare che diventassero di dominio pubblico. E che dimostrassero,ad alta voce, come l’intellettuale sardo, arrestato e incarcerato dal fascismo, si sentisse lontano anni luce da Stalin e dall’Unione Sovietica.Da un mondo che stava uccidendo il sogno comunista. E allora?. Semplice: con l’aiuto di Piero Sraffa, amico di Gramsci, stimato professore di Economia a Cambridge e agente del Comintern, Togliatti si fece consegnare tre di quei quaderni da Tatiana Schucht. La sorella di Giulia, che aveva sposato l’intellettuale sardo. E probabilmente fece sparire uno dei fitti zibaldoni di pensieri. Quello che avrebbe minato i rapporti tra il Pci e Mosca.Che avrebbe fatto aprire gli occhi a molti comunisti italiani sul vero volto di Stalin. Sulla pista delle carte perdute di Gramsci si è messo Franco Lo Piparo. Docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Palermo, premiato con il Viareggio nel 2012 per il suo libro “I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista”, ha ricostruito con grande precisione questa storia in “L’enigma del quaderno” (pagg. 161, euro 18), pubblicato da Donzelli Editore. Un saggio che ha sollevato grande interesse,ma che si è trascinato dietro un codazzo di polemiche e critiche. «Chi si è occupato finora dei Quaderni di Gramsci, di solito arrivava da ambienti politici vicino al Pci - spiega Franco Lo Piparo, docente di Filosofia del linguaggio all’Università diPalermo -,oppure erano intellettuali organici, nel senso brutto del termine,perché erano proprio allineati. Ovviamente tra l’inquinamento ideologico, e il fatto che molti studiosi non erano attrezzati per occuparsi dei manoscritti, si può immaginare quanti pasticci». Peggio la superficialità o i pregiudizi ideologici? «Credo abbia fatto più danni la superficialità.Epoi,non dimentichiamo che Palmiro Togliatti sapeva gestire queste faccende con grande abilità. Teniamo conto che lui è morto nell’agosto del 1964, all’improvviso. Non ha potuto occuparsi fino in fondo di faccende come questa». Se davvero un quaderno di Gramsci è stato nascosto, dove potrebbe essere adesso? «In primo luogo si dovrebbe cercare tra le carte di Togliatti. Non credo ci possa essere traccia negli archivi del Comintern: secondo la mia ricostruzione, lì i quaderni di Gramsci non dovevano proprio andare. Il problema è che l’archivio dell’ex leader del Pci,come ha confermato in un recente dibattito Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci, non è stato ancora riordinato con metodo». Ma degli scritti sottratti esiste copia? «Come faccio a dirlo?E poi credo che non sia stato sottratto un solo quaderno, ma tutti gli scritti del periodo che va dall’agosto del 1935 al 27 aprile del 1937,quando Gramsci venne ricoverato alla Clinica Quisisana. La cosa strana è che lui si sia costretto a scrivere per tutti gli anni del carcere.E poi, improvvisamente, quando passò in un ambiente decisamente più accogliente come la clinica, smise di affidare alla carta i suoi ragionamenti». Colpa della malattia? «Solo un Parkinson molto avanzato gli avrebbe impedito di scrivere. Ma le poche lettere inviate alla moglie e ai figli in queglianni hanno una scrittura nitidissima. Me l’ha confermato anche un grafologo. Allora viene il dubbio che Gramsci abbia scritto pagine mai arrivate a noi». Pagine in cui criticava Stalin, il comunismo sovietico? «Negli anni Trenta non si poteva essere comunisti non stalinisti. Oggi, ognuno la pensa come vuole. Allora c’era una sola via. E certo è che Gramsci non è mai stato stalinista. Anzi, sappiamo che spedì una lettera a Togliatti perché la inoltrasse al comitato centrale del gruppo dirigente del Pci, senza che questo avvenisse, in cui criticava apertamente i metodi dello stalinismo. Nei Quaderni critica i processi basati sull’autodenuncia, considerandoli barbari, medioevali». I suoi scritti erano imbarazzanti per il Pci? «Togliatti non poteva non tenerli nascosti. E così ha fatto. Anche grazie alle informazioni che gli arrivavano dall’amico Piero Sraffa, Gramsci probabilmente dedicò un quaderno o più scritti a ragionare su quello che stava avvenendo nell’Urss stalinista. Ed è chiaro che, se le sue osservazioni erano ancora più limpide, più pesanti di quelle che già conosciamo, Togliatti non le poteva far emergere». Non in quel momento... «No, più tardi, negli anni Sessanta, Togliatti avrebbe iniziato il processo di sganciamento da Mosca. Non dimentichiamo che morì lasciando il Memoriale di Yalta, un testo dal sapore quasi gramsciano. A quel punto gli sarebbe stato anche comodo il quaderno di Gramsci che aveva tenuto nascosto. Ma per lui era arrivata la fine ». E i dirigenti comunisti che sono arrivati dopo di lui? «Forse non sapevano nemmeno che quelle carte erano nelle mani di Togliatti. E poi, si è persa memoria di questa storia». In tutta questa storia che ruolo ha giocato Piero Sraffa? «Sraffa sembra uscito da un romanzo di Dostoevskij. Un genio, uno degli intellettuali europei rimasti abbagliati dalla rivoluzione sovietica. Che, ai loro occhi, era riuscita a realizzare l’utopia dell’uguaglianza. A ogni costo bisognava difenderla, anche sacrificando vite umane per la causa. Del resto, lo stesso clima c’era ai tempi dell’Inquisizione». A un certo punto, è arrivato il ripensamento? «Nel dopoguerra tutte le illusioni gli sono crollate addosso. Ovviamente si è pentito, si è ricreduto, ha deciso di chiudersi in un silenzio totale. Eccessivo». Come mai il suo libro, ancora oggi, si trova a scontrarsi con un muro? «Per me è un mistero. Chi ha tentato di smontare questa mia ricerca è solo un gruppo di intellettuali animati da passioni ideologiche fuori tempo, che li accecano. Forse pensavano che volessi trasformare Gramsci in un apostolo del neoliberalismo. Non è così. Però,in quel momento,luifaceva paura al Pcifedele all’Urss». Proseguirà la sua ricerca? «Sì, ma adesso ho già un libro in fase avanzata che racconta una storia straordinaria. Il rapporto a distanza tra Gramsci e Wittgenstein. E l’influsso che l’intellettuale italiano, tramite Sraffa, ha avuto sul più importante filosofo del linguaggio del’900».