Recensione
Paolo Campo, Europa, 12/03/2013

Le parole del settennato

Le parole per dirlo, questo settennato. Perché, ora che si avvicina il momento in cui Giorgio Napolitano lascerà (salvo imprevisti) il Quirinale, è tempo di riavvolgere il film di questi anni, di abbracciare la sua stagione in un senso più generale, collettivo, oltre a quello, sacrosanto, della difficile guida in tempi perigliosi.

Ci prova Tobia Zevi, studioso di storia della lingua italiana, con Il discorso di Giorgio. Le parole e i pensieri del presidente Napolitano (Donzelli, 17 euro), a mettere a fuoco questa “visione larga”, zoomando sui temi forti, sulle iterazioni e i leitmotiven di questi anni di presidenza. Preferendo, tuttavia, gli argomenti più carichi di “valenza dialettica” a quelli che più uniscono, e fatalmente finiscono per perdere la loro carica di provocazione, di “senso”, a fronte della frequenza che viene spesso utilizzata per questo tipo di analisi linguistiche.

In questo senso, ad esempio, Zevi legge il passaggio negli interventi di Napolitano dalla Resistenza alla Liberazione; sottolineando quel liberarsi come compito, missione e sforzo rispetto alla berlusconiana “libertà”, come se non ci fosse stato il travaglio della battaglia, il coraggio della scelta di fronte al fascismo.

Con la bussola della Costituzione, la presidenza di Napolitano ha scritto e scandito una sorta di “calendario civile”, un filo narrativo che ha ispessito e approfondito il discorso patriottico di Carlo Azeglio Ciampi. Così come l’importanza della dimensione europea, oltre la retorica di rito, e dentro, invece, al destino del nostro Paese: “Non c’è alcun cedimento sentimentale o utopistico – scrive Zevi – nel vedere l’Europa come l’unica via di sviluppo, si tratta semplicemente e lucidamente di un dato di fatto ineludibile”.

Ecco, questa aderenza al piano dei fatti, la sobrietà come stile, si lega all’elogio del compromesso che Zevi riquadra proprio perché perde in Napolitano la comune, frusta accezione negativa per diventare quadra di una politica che cerca il possibile per perseguire il buono. Senza nulla togliere alla forza polemica, mai distruttiva, ma sempre di sferza, nei confronti dei partiti e della loro “contrapposizione” al popolo. In particolare, l’autore approfondisce il rapporto tra i 5 Stelle e il Quirinale; una polemica molto “accesa” (almeno finora, ma le cose forse stanno cambiando, anzi sono già cambiate) che nasce da una visione diametralmente opposta proprio del compromesso come chiave per interpretare la politica. “Per Grillo – osserva Zevi – questo collasso contingente comporta … la crisi stessa del senso della mediazione partitica nella gestione dei sistemi sociali complessi. Per Napolitano, questo momento di rottura va compreso invece come il fallimento di una classe dirigente e di un sistema decisionale, che non annulla però – è questo il punto stressato dall’autore – il valore funzionale della piramide rappresentativa politica”.

Dalla lettura del libro viene, insomma, non solo una chiave di lettura del settennato e un vocabolario repubblicano assai prezioso in tempi come quelli che stiamo vivendo, ma anche la prospettiva di un futuro possibile, di un paese che non è da buttare – nonostante tutto, ma da rimodellare, da recuperare, da salvare. Un po’ come ha provato a fare Napolitano.