Recensione
Salvatore Tropea, La Repubblica, 06/03/2013

Quando l'Onu sbarco' a Torino

Quando l'Onu sbarco' a Torino

Gli anniversari finiscono di essere eventi irrimediabilmente consegnati ai libri di storia quando, per una qualche ragione, entrano in sintonia con l'attualità. Proprio così: la decisione dell'Onu di scegliere Torino come sede di un Centro internazionale della formazione appartiene a questa categoria, perché quella promozione della città a capitale italiana del lavoro, quindici anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, per molti aspetti si lega alla vocazione o alle ambizioni della Torino di oggi. O più esattamente ai bisogni declinati impietosamente dalla crisi economica e ancor prima dall'ingresso sulla scena planetaria di soggetti nuovi dell'economia mondiale e con essi nuove aree di attrazione. Insomma, il lavoro coniugato all'internazionalità collega due momenti di Torino lontani nel tempo ma non tanto da non ravvisare una interessante continuità.

Era il 7 marzo 1963. Non s'era ancora spenta l'eco dei festeggiamenti per il centenario dell'Unità d'Italia che le forze di sinistra torinesi avevano fortemente criticato, sostenendo che l'operazione aveva comportato costi eccessivi ma trascurando il fatto che in realtà quello era stato anche un primo tentativo di far emergere la città dalla dimensione provinciale nella quale sembrava essere rimasta imprigionata, nonostante i notevoli progressi industriali riconducibili sostanzialmente alla Fiat e che battevano contro la sua storia di città caratterizzata, come oggi ricorda Piero Fassino, da dinamiche europee e internazionali. Si avvertivano già i segnali della fine del boom economico che aveva contraddistinto il decennio precedente, ma a Porta Nuova continuavano ad arrivare dal Sud treni stracarichi di immigrati destinati nella quasi totalità alle catene di montaggio di Mirafiori. Torino aveva superato largamente il milione di abitanti del censimento 1961 ma era ancora una città che attirava forze di lavoro, tant'è vero che nei dieci anni successivi avrebbe raggiunto il picco demografico di un milione e 200 mila persone. Erano ancora lontani i clamori della contestazione dell'autunno caldo e del movimento studentesco e a Palazzo di Città le giunte democristiane si stavano avviando verso il centro sinistra.

Non fu del tutto casuale. In realtà c'erano alcuni precedenti che confermavano la vocazione europea di Torino. Nel volume "Torino città internazionale" curato da Dora Marucco e Cristina Accornero vengono ricordati alcuni di questi precedenti; come la creazione, nel 1952, dell'Istituto di Studi Europei voluto dal Movimento Federalista e dell'Ipsoa, istituto che preparava alla gestione aziendale a livello europeo costituito su iniziativa di Fiat, Unione Industriale, Olivetti e sotto gli auspici del National Management Council of Usa. C'era dunque un terreno favorevole che le autorità ginevrine avevano avvistato e che poi venne scelto non senza un'azione diplomatica e di lobby da parte dei torinesi, tra i quali Gianni Agnelli che, tre anni più tardi, sarebbe diventato il terzo presidente della Fiat succedendo a Vittorio Valletta.

Le celebrazioni del centenario a Italia '61, richiamando l'attenzione sulla città dell'automobile e prima capitale d'Italia, ebbero una parte importante nella maturazione della scelta da parte dell'Onu che già nel 1959 aveva riproposto la questione con la riproposizione dalla risoluzione del Bit di Ginevra 1959 nella quale, come scrive Gianfranco Gribaudo nel citato volume, si auspicava la creazione di un centro internazionale di formazione. E questo per più ragioni ricordate dallo stesso Gribaudo.

Torino era la capitale riconosciuta dell'industria italiana e uno dei poli dello sviluppo industriale europeo; era una città che aveva una collaudata vocazione in materia di formazione anche per via della scuola Fiat e di quella salesiana; era geograficamente non lontana da Ginevra alla quale sarebbe stata meglio collegata coni trafori del San Bernardoe del Monte Bianco, inaugurati nel 1964 e nel 1965. L'approvazione del progetto per la creazione del Centro a Torino fu quasi una logica conseguenza. La sua data, appunto, il 7 marzo 1963. Il resto non fu solo burocrazia, anzi. Fu necessario risolvere i problemi finanziari anche perché alcuni paesi europei, pur non essendo sostanzialmente contrari alla scelta di Torino, non erano intenzionati a mettere mano al portafoglio. E c'era qualche resistenza anche a Torino. Ma erano altri tempi e, quando si prendeva una decisione, si faceva in modo che fosse rispettata. Così il 24 ottobre 1964 venne firmato a Roma l'accordo tra il governo italianoe il Bit di Ginevra. Il Comune mise a disposizione dieci ettari di terreno lungo le rive del Po al prezzo simbolico di un dollaro l'anno per l'affitto e in poco più di dodici mesi (tempo incredibilmente breve rispetto a quanto avviene oggi) il centro era pronto ad accogliere i primi allievi in arrivo da diversi paesi del mondo. Il resto è storia dell'ultimo mezzo secolo di Torino e dell'evoluzione del Centro tra il Palazzo del Lavoro di Nervi e la riva destra del Po. In una città che guarda al lavoroe alla formazione che non ci sono e si devono ricreare, accettando la sfida di recuperare un protagonismo internazionale che, come prova Italia '61, appartiene al dna di questa città.