Recensione
Monica Mattioli, Corriere del Mezzogiorno, 04/03/2013

Se allo sviluppo del Mezzogiorno è mancato un piano urbano

Meridione e progettazione: una contraddizione in termini? Il Mezzogiorno è, da tempo, una «spina nel fianco delle teorie dello sviluppo e delle scienze della pianificazione». Le cause di questa difficoltà sono note, e riguardano la gestione degli aiuti economici, un’illegalità diffusa, il fallimento delle politiche di coesione, l’inefficacia delle politiche locali e, non ultima, la paralizzante paura di «incrinare l’ortodossia di leggi che devono necessariamente valere in tutto il territorio nazionale». Pronto ad «apprendere dall’esperienza», Alberto Clementi riflette sull’impossibilità di trattare il Mezzogiorno con schemi interpretativi che «tendono ad assoggettarlo a qualcosa che è altro da sé». Anche per Carlo Donolo «è latente lo scontro tra la razionalità strategica e di scopo, centrata su efficienza ed efficacia e sull’ottenimento di obiettivi, e la razionalità locale tutta intrisa di rent seeking e di opportunismo, in ciò fortemente alimentata dalle generazioni di policy precedenti». Il ruolo dell’urbanistica nelle strategie di programmazione dello sviluppo è marginale; anzi, per dirla con il curatore del volume, «è davvero ininfluente». L’urbanistica delle città del Mezzogiorno, per rispondere alle necessità del momento, si è sviluppata secondo dinamiche proprie, autonome rispetto alle logiche della programmazione economica, favorendo un processo di «crescita drogata delle città » che ha soffocato le potenzialità di contesto seppellendole «sotto una smisurata crosta edilizia legale e abusiva», come dimostra il focus di Mariavaleria Mininni, Rosaria Amantea, Alberto Clementi, Pino Scaglione, Matteo Di Venosa e Massimo Angrilli sui casi Puglia e Calabria. Ma un rilancio della progettualità nel Mezzogiorno è possibile: convinti che «nei tentativi prodotti finora ci siano ancora embrioni di futuro da raccogliere», gli autori propongono «un riciclaggio selettivo e creativo» di quelle prove d’innovazione, restituendo un ruolo centrale al territorio e alla società reale. «Non è una visione ottimistica », ma la loro prospettiva, «meno permeata dalle astrazioni della programmazione economica e delle procedure di valutazione contabile », è più sensibile ai processi di pianificazione dello spazio. Si adegua, insomma, alle condizioni reali di vita delle città meridionali: riportando al centro il paesaggio, l’urbanistica, l’edilizia, le infrastrutture e le opere pubbliche. Perché «il problema non è solo come imparare a fare bene, operando sulle strozzature incontrate; è anche cosa fare. E soprattutto, nella drammatica emergenza in cui versa il nostro paese, è come fare meglio».